VAL DI FIEMME - Justyna Kowalczyk, un argento che splende come l’oroJustyna Kowalczyk non è una donna, ma una fortezza assediata. Oggi era sola sopra la neve. Sola come sempre, condannata ad una lotta impari. Era circondata da tre norvegesi, Marit Bjoergen, Therese Johaug, Heidi Weng, eredi dei Vichinghi, strepitosi corsari. Fiera e irriducibile, Justyna esprimeva nella corsa il destino del suo paese, la Polonia, da sempre schiacciata da Russia e Germania. Anche Justyna era dentro lo schiaccianoci. Ma era bello vederla lottare con audacia indomita. Justyna porta nei geni la storia del suo paese, sempre capace di ribellarsi, spesso battuto e invaso, glorioso anche nella sconfitta. Il paese di Solidarnosc e di Papa Woijtyla, di Chopin e Marie Curie.
Correva Justyna, covando nel profondo del cuore un sogno: regalare al suo paese un capolavoro. Proprio come Chopin, che, dall’esilio, componeva in onore della Polonia le Mazurche, il Krakowiak e le Polacche. O come Marie Sklodowska Curie, che a Parigi, quando trovò nella pechblenda un nuovo elemento radioattivo, lo chiamò “polonio”.
Justyna ci era riuscita altre volte. Nella 30 km aveva conquistato l’oro olimpico a Vancouver 2010, proprio in tecnica classica, e ai Mondiali di Liberec 2009, in tecnica libera. Scivolava rapida tra gli abeti rossi, seguendo l’arabesco della pista, covando il suo disegno. Mentre avanzava con gesto ritmico, musicale, sentivamo tintinnare le sue medaglie: 4 olimpiche e 6 mondiali. Rivedevamo le sue 4 vittorie nel Tour de Ski. Questa, abbiamo pensato, è la sua neve. La sua prova in staffetta era stata un guanto di sfida, un grido di guerra. Così le norvegesi la circondavano. Marit Bjoergen, come uno squalo, ne prendeva la scia. La giovane Therese Johaug la punzecchiava con qualche accelerazione.
Invece cedeva dolcemente, a poco a poco, la bella Heidi Weng. Davanti a Justyna restavano due avversarie. Sull’ultima salita attaccava. Infiammava la pista, mentre cedeva anche Therese Johaug. Il momento era stupendo. Justyna Kowalczyk e Marit Bjoergen si sfidavano a singolar tenzone. Justyna si buttava in discesa prima verso il traguardo. Marit, con cinismo corsaro, ne succhiava ancora la scia. Poi, sul rettilineo d’arrivo, la colpiva a morte. Justyna era battuta. Conquistava, però, la prima medaglia di questi mondiali. Un argento che la solitudine, il valore e l’audacia fanno splendere come l’oro.
Claudio Gregori

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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