Gim Cassano - L’annuncio dato dal Capo della Chiesa di lasciare il pontificato a fine febbraio lascia perplessi.L’annuncio dato dal Capo della Chiesa di lasciare il pontificato a fine febbraio lascia perplessi.
Premetto subito di ritenere, da laico, che ogni giudizio sul ruolo spirituale della Chiesa e del suo capo sia prerogativa di chi ne faccia parte; e però di ritenere che ogni cittadino della Repubblica Italiana abbia il diritto-dovere di esprimere le proprie opinioni sulla Chiesa in quanto organismo politico e portatore di un’ideologia e che, come tale, entra nel dibattito pubblico in Italia ed in altri Paesi, intervenendo direttamente ed apertamente nella vita politica.Le parole di Ratzinger appaiono come la confessione di un limite: il pontefice non vi appare come il vicario dell’onnipotenza divina in terra (e quindi onnipotente anch’esso), ma come un qualsiasi sovrano assoluto che, oramai anziano e stanco, sente di non poter più svolgere efficacemente il proprio ruolo. Rinunziando quindi all’esaltazione eroica, ed al relativo utilizzo mistico-mediatico, del declino e della malattia del suo predecessore.
Se è così, è un bene: è segno di una valutazione più misurata, terrena, e secolare del proprio ruolo.
E, se anche nella sua decisione possano aver avuto un peso gli scandali e le difficoltà che hanno di recente colpito santa romana chiesa, con la conseguente necessità di sempre prudenti trasformazioni, come suggeriscono molti commenti dietrologici che circolano in queste ore, ciò è egualmente, e forse ancor più, un bene, in quanto indice di una valutazione più attenta ai fatti di questo mondo che alla mitologia dell’infallibilità.
Ciò detto, anche se è presto per esprimere un giudizio su questo papato, sul quale si scriveranno molti libri senza che si arrivi a conclusioni definitive, come è sempre nella Storia, qualcosa al riguardo va pur detta.
A mio parere, è fuorviante l’opinione di molti che considerano il papato di Ratzinger come un’involuzione conservatrice rispetto a quello di Wojtyla.
Certo, i tratti umani dei due sono stati diversissimi: un grande comunicatore contro un gelido enunciatore, un polacco cresciuto nella Polonia massacrata dai nazisti e poi sottoposta al regime comunista contro un bavarese cresciuto, suo malgrado, nella Hitlerjugend. Un difensore della Chiesa come organizzazione militante contro un difensore del suo pensiero, un trascinatore di folle contro un ragionatore.
Tale opinione tende a trascurare il fatto che, già sotto il pontificato di Wojtyla, era fortissima l’influenza dell’allora cardinal Ratzinger, a quei tempi chiamato a presiedere l’ex-Santo Uffizio e, nei fatti, principale autorità filosofica e teologica del Vaticano.
Mi pare, cioè, che il pontificato di Ratzinger abbia espresso con più compiutezza e senza più filtri (ma con minore efficacia comunicativa), quanto già era andato delineandosi sotto Wojtyla; al punto che, salvo che nella capacità di rivolgersi alle masse e di utilizzare i media moderni, appare difficile vedere una discontinuità tra i due pontificati, salvo che nella maggior chiarezza, rigore, ed anche rudezza, che Ratzinger ha usato nell’esprimere le posizioni della Chiesa, che in Wojtyla venivano temperate, tanto in virtù del maggior calore umano, che della sua personale storia.
Sarebbe infatti superficiale considerare i mutamenti “di linea” da parte della Chiesa come direttamente legati alla figura di un singolo pontefice, e cioè allo stesso modo dei mutamenti di indirizzo di un governo che succede a un altro nelle vicende politiche di uno Stato. Tranne che nelle dittature, i governi degli Stati rispondono alle vicende elettorali, ai mutamenti delle opinioni e degli interessi dell’elettorato e delle diverse forze politiche che lo rappresentano, ed il più delle volte sono evidenti sensibili differenze e discontinuità nel succedersi di un premier all’altro.
Nulla di simile avviene nella storia della Chiesa: il Papa viene scelto da un corpus unitario, caratterizzato da una grande continuità e da lentissime e prudentissime evoluzioni, che è unito e compatto al suo interno sulle questioni di fondo; e che a sua volta, nella scelta del Conclave, non risponde a nessuno, tranne che alla Chiesa nel suo insieme, ed alla sua Storia.
In effetti, i mutamenti di indirizzo della Chiesa, più che esser riconducibili al mutare del suo vertice ed al succedersi dei papi, derivano essenzialmente dalle sue esigenze di riposizionamento in rapporto ai cicli della Storia ed alle grandi trasformazioni che via via si presentano. Non sono quindi, di regola, distinguibili nel breve arco dei singoli pontificati, in ciascuno dei quali, piuttosto che gli elementi di discontinuità, prevalgono sempre quelli di continuità nei confronti di quello che lo ha preceduto, ma sono piuttosto leggibili in funzione delle trasformazioni del contesto nel quale la Chiesa si trova ad operare, che ovviamente non sono segnate dalle morti dei papi.
In particolare, la crociata antirelativista, nella quale non si concentra certo tutto il pensiero di Ratzinger, ma che ne esprime con evidenza la parte più significativa ai fini del dibattito pubblico e quella da cui derivano le più immediate conseguenze sul piano culturale, politico, scientifico, è apparsa come l’indice di un mutamento nell’ordine delle priorità della Chiesa, dettato dal mutare delle condizioni e degli equilibri del mondo moderno.
Questa crociata corrisponde al ciclo storico che si è avviato con il disfacimento del blocco sovietico e con la fine della logica bipolare del mondo, e che ha portato alla conseguenza di aver visto ridursi la centralità dell’asse atlantico ed occidentale, ancora eurocentrico sul piano culturale; ed era già stata avviata dal Papa polacco, che aveva visto e vissuto in prima persona quel mutamento, pur se il cardinal Ratzinger vi aveva fornito, e sempre più compiutamente, l’apparato concettuale.
Queste mutate condizioni hanno consentito alla Chiesa di tornare ad individuare con lucidità e rigore nel pensiero critico, nel metodo liberale, nella ricerca di una società aperta, il suo vero ed antico avversario.
La sconfitta del socialismo reale, determinata dal generalizzarsi dei fenomeni di modernizzazione e dal tracollo economico e politico delle sue organizzazioni statuali, ha consentito alla Chiesa di riavviare la lotta contro la secolarizzazione delle società industriali e delle democrazie occidentali, che era stata posta in secondo piano in una fase in cui anch’essa aveva dovuto far propria la logica dei blocchi, schierandosi apertamente, ed adeguandovisi, in favore della visione atlantica e capitalista dell’Occidente.
Venuto meno il principale e più immediato e pericoloso avversario, quello di un mondo comunista che, dopo la vittoria del ’45, era passato dalla fase del comunismo in un solo paese all’espansione su scala mondiale, costringendo il mondo occidentale alla difensiva ed alla teoria del contenimento, diveniva così possibile riorientare e radicalizzare la strategia della Chiesa, ridefinendone il rapporto non più e non solo nei confronti del materialismo marxista ma, più alla radice e più estesamente, nei confronti dell’insieme dei processi di modernizzazione, secolarizzazione, apertura, delle società industriali.
Caduto il muro di Berlino, i nemici da combattere sono tornati ad essere quelli di sempre, quelli contro i quali si è caratterizzata la storia della Chiesa dall’età della Controriforma in avanti, in quei secoli nei quali si andavano invece formando il pensiero ed i metodi moderni nella filosofia, nelle concezioni politiche, economiche, sociali, nelle scienze.
Avversari che venivano visti nel pensiero critico come premessa dell’affrancamento dalle fedi e dai dogmi terreni ed ultraterreni; nel libero realizzarsi delle scelte umane, sottoposte in questo mondo solo alla legge degli uomini; nella concezione che la legge debba occuparsi della comune convivenza e del bene comune in questo mondo, e non nell’altro; nella separazione tra Chiesa e Stato; nei diritti individuali e civili e nelle conseguenti libertà, a partire da quella di pensiero e di religione; nella concezione di una scienza che prescinda da qualsiasi Scrittura e da ogni ipotesi creazionista o circa la sussistenza di un fine ultimo.
Per un verso, questa ritrovata libertà della Chiesa di affrontare in toto la sfida della modernità senza esser vincolata a limitarsi al contenimento della sfida del socialismo reale, ha consentito una critica del mondo industriale che sarebbe stata inimmaginabile negli anni dell’ultimo dopoguerra, in quanto tale da mettere in discussione le stesse radici sulle quali si erano costruite tutte le società industriali, parte delle quali era giocoforza difendere; ne sono stati esempio l’attenzione alle tematiche ambientali ed alle degenerazioni del capitalismo finanziario. Critica che ha indotto molti a cogliere un atteggiamento rivoluzionario ed i toni di un postindustrialismo anticapitalista in ragionamenti che, più propriamente, muovono dal ribadire il concetto medievale dell’inadeguatezza dell’uomo a conoscere compiutamente e governare la natura ed il mondo, usando la ragione come metro delle proprie scelte.
Ed appunto, per un altro verso ciò ha comportato un ritorno al passato, alle radici stesse del fondamentalismo, ed alla concezione tradizionale della subordinazione della ragione alla fede. Di questo ritorno, gli ultimi due papati, entrambi, sono stati artefici.
Così si spiega il riaffermare le concezioni di uno Stato Etico che stabilisca per norma ciò che è bene e ciò che è male, anziché ciò che è utile o giusto e quanto è inutile o lesivo degli altrui diritti, e nel quale la norma supplisca al venir meno della fede o delle convenzioni sociali. E la santificazione non del “cittadino Mastai”, ma del Pio IX autore del Sillabo e della crociata antirazionalista, antipositivista, antievoluzionista, amtirelativista, ed antiliberale, testimonia questo ritorno.
Non credo che le dimissioni di Ratzinger possano di per sé comportare l’abbandono di un percorso che era già stato avviato prima del suo pontificato, anche se si tratta di un percorso che lo aveva già visto, da cardinale, protagonista. I tempi della Chiesa sono ben più lunghi che i tempi dei papi, e non occorre dimenticare che il dibattito interno alla Chiesa e le sue “correnti” interne, pur se presenti, non sono mai stati tali da produrre cambiamenti improvvisi.
Le dimissioni del Papa possono anche significare che, in rapporto a questa fase storica, la rotta è stata tracciata, ed ora occorre trovare un timoniere che sia in grado di mantenerla meglio di quanto possa fare un vecchio filosofo.

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