di Gim Cassano (Alleanza Lib-Lab)
Ho il forte sospetto che chi, come il sottoscritto, aveva sperato che la fine di questa legislatura potesse segnare come uno spartiacque anche la fine dell’inutile e mefitica Seconda Repubblica, dovrà il giorno dopo lo scrutinio delle schede, ricredersi.
Pur prescindendo dalle possibili conseguenze dello scandalo del MPS, il fantasma del 2006 appare sempre più di frequente dietro i sondaggi che via-via si susseguono: come allora, sino a pochi mesi prima veniva data per scontata un’ampia ed irreversibile vittoria del centrosinistra. E come allora, pur se in una situazione molto diversa, in quanto non più bipolare, il margine va riducendosi, speriamo non sino a 24.000 voti. E tutti gli osservatori ed i sondaggi convergono nel prevedere che al Senato, grazie al gioco dei premi di maggioranza regionali previsti dal Porcellum, nessuna delle coalizioni, e neanche quella che vincerà alla Camera dei Deputati, potrà disporre di una maggioranza al Senato, e men che mai di una maggioranza che consenta di governare senza impedire ai senatori di ammalarsi. Miracoli, questi, del Porcellum: da un lato, in nome della governabilità, probabilmente si consegnerà il 55% dei deputati ad un centrosinistra che, pur ottenendo circa il 35% dei voti validi, rappresenterà poco più del 25% circa degli elettori, e dall’altro tale principio, giusto o sbagliato che sia, verrà contraddetto al Senato. Avendo per di più prodotto non pochi effetti perversi, che vanno ad aggiungersi a quello ovvio di aver consegnato la nomina dei parlamentari alle segreterie di partiti e pseudo-partiti. Grazie al bislacco gioco delle soglie a geometria mutevole a seconda degli apparentamenti concessi o meno, per un verso si sono “garantite” liste elettorali aventi l’unico scopo di essere strumenti di autotutela o notabilato politico, senza che se ne veda la minima specificità politica (vedi Tabacci-Donadi, la cosiddetta Lista Crocetta al Senato in Sicilia, o i sedicenti Fratelli d’Italia); e, per contro, è stato reso nei fatti impossibile l’accesso a Montecitorio ai radicali (non voluti da nessuno), o ad un movimento, quello di Giannino (non voluto da Monti & C.), delle cui opinioni il sottoscritto condivide ben poco, ma che ha una sua evidente specificità e dignità. Ed infine, producendo il risultato che il voto per il Senato da parte di elettori che abbiano scelto l’una o l’altra delle coalizioni in campo avrà un peso ben diverso a seconda della Regione in cui tale voto sia stato espresso.
Ma il fatto che le elezioni di febbraio non consegneranno al Paese una vera maggioranza non dipende solo da un sistema elettorale bislacco, ed ha ragioni più propriamente politiche. Come già altre volte nel passato, Berlusconi è riuscito nel suo intento di far sì che la campagna elettorale (la sua ed anche quella dei suoi avversari) venisse condotta sul terreno a lui più congegnale: quello di un populismo in cui la crociata antifiscale la fa da padrone. Il risultato è che oggi ci troviamo di fronte ad un dibattito politico menzognero, nel quale l’osservazione delle reali condizioni del Paese, lungi da essere il punto d’avvio di un serio dibattito pubblico, diventa oggetto di pura propaganda e mistificazione. Siamo arrivati al punto che Berlusconi promette, ad uso dei gonzi, il rimborso dell’IMU (senza peraltro dire attingendo a quali risorse ed a spese di chi o di che cosa); ma anche il Prof. Monti, che ne aveva introdotto le misure, difendendole sino a pochi giorni fa nella loro interezza come inevitabili ed insostituibili, ne promette la revisione. Ed improvvisamente e seraficamente, Monti scopre che l’emergenza è oramai alle spalle, e che quindi (miracolo della campagna elettorale) potrà esser ridotta la pressione fiscale. Come, quanto, in favore di chi, ovviamente, resta un mistero. Ma neanche il centrosinistra guidato da Bersani riesce a sottrarsi a pieno a questo coro di promesse: ed ogni approfondimento su un’imposizione patrimoniale seria e su tutti i patrimoni, precondizione, insieme alla riduzione della spesa, per ogni politica di riduzione del carico fiscale sul lavoro e sulla produzione, è scomparso dalla comunicazione del centrosinistra. E’ evidente che una discussione impostata in questi termini finisce con l’avvantaggiare il cavaliere, non solo perché gli siano strumenti più abituali la menzogna e la demagogia populista, ma per ragioni ben più concrete: il cavaliere ha già dimostrato coi fatti di volere e sapere anteporre gli interessi di una parte di Italia che guarda prioritariamente al tornaconto immediato del proprio particolare a quelli dei più ed a quelli generali del Paese, pur se per questa via il Paese è arretrato e si è avviato al disastro. Ed è altrettanto evidente che, su questa strada, un centrosinistra tradizionalmente identificato col partito delle tasse e della spesa, esce malconcio dal confronto, ove non abbia la capacità di spezzare questa identificazione impegnandosi su un percorso e su un rapporto percepibile tra riduzione della spesa e riduzione e riequilibrio della pressione fiscale, ed ove non abbia la capacità di trasferire il tono dei ragionamenti ad un livello più elevato: da quello degli interessi di ceti e categorie a quello dell’indifferibile ricostruzione del Paese.
Sono molte le ragioni e le manifestazioni dell’arretratezza italiana, che concorrono a rendere immobile il Paese, e delle quali in questa campagna elettorale si sente poco parlare: la fondamentale questione dei diritti, dei doveri, e delle libertà degli individui, dei cittadini, dei soggetti economici e sociali, in tutti i loro molteplici ruoli; le questioni riguardanti il sistema politico, ad iniziare da una legge elettorale seria e da norme stringenti sul funzionamento e sul finanziamento dei partiti, essendo evidente che nessuna legge elettorale restituirà agli italiani la loro dignità di cittadini ove il sistema dei partiti resti quello che è; il funzionamento della cosa pubblica, a partire da norme severissime sul conflitto di interessi a tutti i livelli; la giustizia; la scuola pubblica. E, pur volendo rimanere nel campo più strettamente economico, non si tratta solo di indicare come orientare i flussi del prelievo e della spesa. Occorre aprire il sistema, combattendo monopoli ed oligopoli, fonti di costi per imprese e famiglie, di rendite di posizione parassitarie e di concentrazioni di potere nelle quali si concentra la simbiosi tra affari e politica; occorre riqualificare la spesa pubblica e di ridefinire un sistema di welfare che, per essere ad un tempo più generalista di quanto oggi sia ed economicamente sostenibile, dovrà necessariamente concentrare gli sforzi sulla protezione dalle emergenze più gravi in termini di reddito, salute, protezione sociale, e far leva sul Terzo Settore e sulle autonomie locali.
In questa campagna elettorale si sente la mancanza di una discussione su queste ed altre questioni, e di un confronto aperto e serio tra progetti alternativi per l’Italia e gli italiani, sui quali questi possano essere chiamati, se non a scegliere i propri rappresentanti, almeno a dare una risposta in termini politici generali. Se la prima possibilità è loro preclusa dal Porcellum, la seconda non va addebitata al sistema elettorale, ma piuttosto all’incapacità delle forze politiche in campo a proporre al Paese modelli di sviluppo alternativi all’andazzo degli ultimi venti anni.
E’ ovvio che questo confronto non possa essere avviato da quella stessa destra che ha le maggiori responsabilità nell’aver determinato la gravità della situazione attuale, se non altro per averne nascosto per anni i sintomi rifiutandosi di prendere provvedimenti impopolari o che sarebbero venuti ad incidere su quei particolarismi ai quali essa ha sempre offerto protezione in cambio del consenso. E che, evidentemente, non ha alcun interesse ad avviarsi su questa strada, trovando più conveniente ridurre il dibattito pubblico ad uno spettacolo pirotecnico sul piano fiscale, agli attacchi rivolti a Monti, alle consuete e reiterate accuse di massimalismo rivolte al centrosinistra.
Ma a tal fine non c’è da contare neanche sui centristi, per il momento guidati da un Monti che è sempre più evidentemente prigioniero di una creatura che egli ha contribuito a mettere in piedi, ma che solo in termini di immagine è la sua. Né, d’altra parte, è possibile immaginare che da una formazione che, per ammissione stessa del suo leader, si è costruita attorno ad una visione economicistica e tecnocratica e che per evidenti ragioni di compatibilità interna è a dir poco agnostica sui caratteri di fondo della società italiana, possano pervenire risposte al riguardo. Lo si è ben visto nel confronto televisivo tra Mario Monti ed un Peppino Englaro che, rilevando la candidatura nella lista Monti del dr. Gigli (il medico friulano che aveva ostacolato in ogni modo le sentenze che avevano riconosciuto il diritto di Eluana Englaro ad una vita ed a una morte dignitose e secondo le proprie convinzioni) reclamava, forse in termini troppo pacati, diritti e libertà, ed al quale il sen. Monti, non sapeva rispondere, con evidente difficoltà, che in termini di agnosticismo condito da comprensione umana. Emergono qui i limiti di un centro che trova la sua ragione di aggregazione nella compatibilità tra visioni tecnocratiche e cattolicesimo come categoria politica e che, nel circoscrivere ad alcuni aspetti l’esercizio di libertà e diritti e nel subordinare i diritti degli individui e quelli delle parti deboli in termini economici e sociali a tale compatibilità, ha ben pochi caratteri liberali.
Il centrosinistra, dal quale ci si aspetterebbe che abbia tutto l’interesse a proporre agli italiani il disegno di una prospettiva radicalmente nuova, nella quale il risanamento e lo sviluppo economico siano perseguiti come strumenti utili a rendere il Paese migliore, più civile, più libero, più giusto, non sembra invece riuscire a far uscire la discussione pubblica dal perimetro in cui questa è stata impostata da Berlusconi e da Monti, rischiando per questa via di giocare una partita con carte che altri hanno distribuito, rinunciando a giocare appieno le sue. Soprattutto, rischia di non apparire convincente a quella parte di italiani che da tempo ha ritenuto inutile andare a votare o che, per stanchezza e disgusto, possono esser sensibili alle invettive di Grillo. E, ancora una volta, il Paese corre il rischio che gli elettori non scelgano sulla base di ciò che loro appare più convincente, ma sulla base di ciò che loro appare il meno peggio. Cioè, che non si vinca per i propri meriti, ma essenzialmente per i demeriti degli avversari. Questo è stato il tratto costante della Seconda Repubblica, caratterizzata da partiti che non sono tali, ma costosissimi veicoli elettorali, dai cui dizionari, oltre che il termine “rigore” (intellettuale, di comportamento, etico), sono spariti quelli di partecipazione, opinione, battaglia politica, responsabilità.
In assenza di una chiara rivendicazione di discontinuità in ordine alle politiche economiche e fiscali, alle libertà ed ai diritti dei cittadini, all’apertura della società e dell’economia, alla necessità di ripristinare il rapporto tra sistema politico e democrazia, si rischia far sì che la melassa della Seconda Repubblica vada a perpetuarsi ulteriormente. La transizione, quindi, è tutt’altro che finita. Mentre il Paese avrebbe bisogno di scegliere tra alternative chiare e percepibili, una campagna elettorale non adeguata alla gravità del momento ed una legge elettorale bislacca produrranno il probabile effetto di una scelta non risolutiva; e la probabilità che questa abbia a manifestarsi induce ad essere ancora meno chiari circa le future prospettive.
Ciò detto, sarebbe auspicabile che, almeno negli ultimi venti giorni di campagna elettorale, sia possibile vedere un centrosinistra che sappia assumersi la responsabilità di parlare chiaro agli italiani. A mio parere, ciò è necessario, sia ai fini di un’opportuna conduzione della campagna elettorale, che per qualificare i consensi ricevuti, maggiori o minori che siano, in rapporto a scelte politiche precise, che ancora per far sì che gli eventuali accordi del dopo-voto non possano prescindere da queste. Altrimenti, proseguirà il gioco dei furbeggiamenti, dei posizionamenti e riposizionamenti, dei tentativi di riforma abortiti in virtù dei reciproci e contrapposti interessi o calcoli elettorali, delle scelte fatte ai danni dei più deboli, della riduzione a recita della funzione parlamentare, del tardare indefinitamente a metter mano ad una vera riforma del sistema elettorale e del funzionamento e del finanziamento dei partiti imbrogliando gli italiani col far loro credere che tutto stia nel ridurre il numero dei parlamentari.


