di Vincenzo Sfirro

La prima parte dell’accusa di Cicerone nel processo contro Verre, infatti, è tutta volta a dimostrare al giudice come la scelta di un avvocato accusatore differente dalla propria persona, non fosse favorevole al corretto svolgimento del processo. Quinto Cecilio Nigro, che Ortensio si adoperò in tutti i modi per avere come avversario nel suddetto processo, era, tra l’altro, legato a Verre da rapporti tali da metterne in discussione il proprio ruolo. Terminata con successo la prima orazione, l’Arpinate racconta degli espedienti messi in atto da Verre per ostacolare le indagini e la raccolta di prove a suo sfavore, racconta delle procedure cui fece ricorso l’avversario per ritardare il più possibile la data del processo, sperando in un giudice più favorevole, espone i principali capi d’accusa contro l’imputato e, per dare maggior peso alle proprie parole, chiama in causa persino dei testimoni. Si pensi che l’impatto di questa seconda orazione fu così forte che Verre e Ortensio abbandonarono il processo senza più presentarsi alle sedute successive: mentre il primo si ritirò in un volontario esilio, il secondo subì un durissimo affronto da parte di un avvocato molto più giovane, ma di gran lunga più preparato. “E infatti quale grande ingegno, quale grande facondia o ricchezza nel dire, quale cosa potrebbe difendere in qualche modo la vita di costui legata a così tanti vizi e crimini, già da tempo condannata dal giudizio e dalla volontà di tutti?”(Cic. Verr. 1, 4). Oggi ci si trova di fronte a una grande molteplicità di casi come quello del governatore siciliano, a partire dalla stessa regione Sicilia che, come si è appena detto non è nuova a queste circostanze, a finire alla regione Lazio. Tuttavia, fatto estremamente allarmante è che al moltiplicarsi dei Verre e degli Ortensi, non corrisponde un proporzionale aumento dei Ciceroni, ormai ridotti, non si sa per quale motivo, al ruolo di pure e semplici guide turistiche. Del resto è questo il nome che si adopera quando ci si trova di fronte a una persona abbastanza istruita, saccente e capace di illustrare, camminando in una città d’arte, tutti gli elementi che la compongono, la storia che sta dietro a ogni costruzione e a ogni opera. In questo, modo, però si rischia di dimenticare il nobile intento che sta, o almeno stava, dietro l’eloquenza di un così grande avvocato; egli infatti aveva fatto di questa disciplina (del tutto sconosciuta a coloro che ai giorni nostri si definiscono oratori) un’arte che, regolata dalle norme della retorica, mirava a incastrare i propri avversari di fronte alla legge, smascherandone i crimini; i nostri oratori, invece, non sapendo più convincere il proprio uditorio nemmeno a parole, si trovano costretti a dover comprare i consensi. E se a questo punto, finito lo sforzo di fantasia, il lettore tornerebbe all’improvviso nella propria epoca, quella presente? Beh, allora scoprirebbe con rammarico che, cambiati i costumi, gli ambienti e gli attori, ad andare in scena è sempre lo stesso dramma.

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Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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