di Chiara Cristina Lattanzio
La Puglia è la regione più ad Oriente dell’Italia e come ogni terra d’Oriente è luogo di cura per l’anima. Terra di equilibrio: Equilibrio tra corpo e anima, equilibrio tra terra e mare. Terra di falesie picchiate dal mare e di spiagge bianche infinite infuocate dai tramonti. Terra di passione. Terra ridente di confine e di unione tra culture che si incrociano e convivono. Terra di taranta e di pizzica, cure usate, già dal XIX secolo, da musici e tarantolati o morsicati, per curare e curarsi dal veleno del morso della malmignatta o della tarantola.
Ma la taranta nasce molto prima ed ha origini ambigue, già nel 367 a.C. Platone nell’Eutidemo descrive formule cantate per annullare le conseguenze dei morsi di scorpioni, serpenti e ragni malefici.
Ma secondo altre teorie la Taranta nasce da una danza di Sicinnide in onore al dio Dionisio. I danzatori durante le feste indossavano dei costumi detti Tarantinula o Tarantinidion. A Pompei nella ‘stanza della parete nera’ si possono notare dei satiri danzanti che sembra ballino proprio la Taranta. Quindi il culto di questa danza sarebbe arrivato in Puglia con gli Spartani e gli Achei del Peloponneso.
Nel 1531 Francesco Berni recita nel suo Rifacimento dell’Orlando Innamorato (II.17): “Come in Puglia si fa contro al veleno Di queste bestie, che mordon coloro, Che fanno poi pazzie da spiritati; E chiamasi in vulgar Tarantolati; E bisogna trovar un, che sonando Un pezzo, trovi un suon che al morso piaccia; Sul qual ballando, e nel ballar sudando Colui, da se la fiera peste caccia”.
Nel 1641 Athanasius Kircher scrive, nel suo trattato ‘De arte magnetica’: “Come il veleno stimolato dalla musica spinge l’uomo alla danza mediante continua eccitazione dei muscoli, lo stesso fa con la tarantola; il che non avrei mai creduto se non l’avessi appreso per testimonianza dei Padri ricordati, che son degnissimi di fede. Essi infatti mi scrivono che in proposito fu tenuto un esperimento nel palazzo ducale di Andria, in presenza di uno dei nostri Padri, ed tutti i cortigiani. La duchessa infatti, per mostrare nel modo più adatto questo ammirabile prodigio della natura, ordinò che si trovasse a bella posta una taranta, la si collocasse, librata su una piccola festuca, in un vasetto colmo d’acqua, e che fossero quindi chiamati i suonatori. In un primo momento la taranta non dette alcun segno di muoversi al suono della chitarra, ma poi, allorché il suonatore dette inizio ad una musica proporzionata al suo umore, la bestiola non soltanto faceva le viste di eseguire una danza saltellando sulle zampe e agitando il corpo, ma addirittura danzava sul serio, rispettando il tempo: e se il suonatore cessava di suonare anche la bestiola sospendeva il ballo. I Padri vennero a sapere che ciò che in Andria ammirarono in quella circostanza come episodio straordinario, era a Taranto fato consueto: infatti i suonatori di Taranto, che curavano con la musica questo morbo anche in qualità di funzionari pubblici retribuiti con stipendi regolari per aiutare i più poveri e per sollevarli dalle spese, per accelerare e rendere più facile la cura dei pazienti solevano chiedere ai colpiti il luogo e il campo dove la tarantola li aveva morsicati e il suo colore. Perciò, individuato subito il luogo dove diverse e numerose tarantole si adoperavano a tessere le loro tele, i medici citaredi si avvicinavano e tentavano vari tipi di armonie e, mirabile a dirsi, ora queste, ora quelle saltavano. Quando vedevano saltare una tarantola di quel colore indicata dal paziente, affermavano con certezza di aver trovato il modulo esattamente proporzionato all’umore velenoso del tarantato e adattissimo alla cura, con il quale ottenere un sicuro effetto terapeutico”.
Nel 1961 Ernesto De Martino pubblica “La terra del rimorso” e dimostra che il tarantismo non è una malattia clinica e che non ha alcun legame col veleno dei ragni. Il tarantismo è piuttosto classificabile come fenomeno antropologico con fondamenti precristiani contaminati dal contesto popolare.
Tuttavia, secondo la neurofarmacologia c’è una spiegazione al Tarantismo. Le convulsioni indotte dalla danza sfrenata provocano un rilascio di endorfine da parte dell’organismo capaci di lenire il morso del ragno se unite all’assunzione di molta acqua per provocare il vomito.
Certo è che la pratica del ballo della Taranta veniva utilizzata per esorcizzare influenze maligne invitando, con la danza appunto, gli spiriti buoni ad entrare nel corpo per combattere il mal di vivere.
Rousseau scriveva che “Tutti i popoli della terra hanno una musica e un canto”. “La taranta è il profondo sud. È quella musica che tu all’improvviso sentirai è il ballo che non finisce mai. È il passo che dovrai imitare per liberarti del male d’amore, così ballando meridionale comme na taranta ca te pizzica lu core.” (Taranta power – Eugenio Bennato)


