di Federico Cirillo

“Sventurata è la terra che ha bisogno di eroi” e, per la nostra infausta patria, mai citazione (Brecht in “Vita di Galileo”) sembrò esser più adatta. Soprattutto oggi, un 23 maggio che ci riporta indietro nel tempo, ma non troppo, giusto quei passi che conducono a 19 anni fa. Storie di storia recente, di eroi contemporanei, quei paladini della giustizia che, seppur senza mantello, armi speciali e cabine telefoniche, sacrificano tutto, sé stessi per giunta, per il proprio paese, quel paese che, invece, non vede l’ora di dimenticare, di cancellare, di infangare e, perchè no, di liberarsi della memoria di personaggi ritenuti scomodi.

Oggi, a quasi vent’anni dalla scomparsa, il ricordo di Falcone si impone su un’Italia dove il passato vuole esser considerato come una terra straniera, come un qualcosa da archiviare in fretta e furia, come un “non è mai successo niente” e via, ad occhi e orecchie chiuse, verso un futuro sempre più opaco. 23 maggio 1992: Giovanni Falcone, l’eroe magistrato, il simbolo dell’antimafia, l’emblema di un paese che si oppone, che si solleva e che fa sollevare masse di giovani e non contro uno strapotere criminale che sfocia nella politica e imperversa a piovra nella corrotta società, perde la vita nel più tragico dei modi; le bombe per azzittire, la violenza contro la giustizia, l’antica e sanguinolenta lotta tra il bene e il male che, spesso, presenta l’epilogo più amaro, il conto più salato, inondando di inchiostro nero una delle pagine della nostra storia. Non quella dei potenti, degli imperatori, dei regni e degli eserciti, no, la storia di ognuno di noi, macchiata a sangue e indelebile nelle coscienze di un popolo intero. Gli eroi, spesso, diventano personaggi scomodi, in particolar modo quando, con la caparbietà che li contraddistingue, decidono di ostacolare ciò che ritengono ingiusto e quando non lo fanno con la forza delle armi, ma con la più nobile arte del proprio lavoro, diventano ancora più scomodi e mal visti, vittime, infine, di quella macchina del fango che, partita da non molto lontano, oggi continua, instancabile, a vomitare mota. Questo era Falcone, un magistrato con la passione per il suo lavoro, semplicemente un uomo che fece della lotta al malaffare la sua missione di vita, per tentare di estirpare quel vero cancro che ancora ristagna, con corollari di metastasi, in questo sventurato luogo. “La mafia non è affatto invincibile. È un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha avuto un inizio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”: una fine forse ancora lontana, con dei titoli di coda lungi a venire; di quanti altri eroi ancora avremo bisogno, quanti altri uomini ancora da sacrificare, quante altre speranze da troncare?

 

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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