di Federico Cirillo
Era il 1933, ma la domanda torna tutt’ora alquanto attuale. Bene, ma cos’è questa crisi? Cose di spread, debito pubblico, debito sovrano, Bund, Btp etc.
Roba che, sentita ogni giorno in tv, aggiornata tweet dopo tweet sui maggiori social network internazionali e seguita minuto per minuto da agenzie di stampa specializzata e non, a noi “comuni mortali” risulta attorniata da luci e ombre: luminosa e lampante è sicuramente la situazione economicamente difficile e ardua che, da diversi mesi, sta attraversando il paese e, checché se ne dica, mina giornalmente portafogli, stipendi e consumi, cupa e ombrosa, almeno per la maggior parte di noi, risulta invece la motivazione, il “perché”, il “che cos’è”, appunto, e il “da dove deriva” questa contingenza e questi “nuovi” termini ormai entrati a far parte, nostro malgrado, nel linguaggio quotidiano.
Con l’aiuto e l’assistenza preziosa di Alberto Aiello, un neo-laureato in Economia Aziendale presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Tor Vergata, da pochissimo entrato nel mondo del lavoro, abbiamo cercato, nel modo più comprensibile possibile, di dare qualche delucidazione esauriente, cercando di capire e arguire i motivi e le cause di una crisi italiana, ma al contempo tutta europea.
«Premessa: L’economia italiana sta attraversando ormai da mesi una difficile fase di contrazione, che rischia di mettere in discussione, compromettendola, la fisionomia stessa del Paese così come siamo abituati a vederlo oggi. Procedendo per gradi, è necessario comprendere a pieno quali siano stati gli step che hanno portato alla situazione più grave dal dopoguerra ad oggi, circa la finanza pubblica del nostro Paese.
Innanzitutto, si ricordi che il trattato di Maastricht (uno degli accordi fondanti l’Unione Europea) prevede che tutti gli Stati membri dell’Unione debbano creare le condizioni per crescere di almeno il 2-2,5% l’anno: ebbene dal 2000 ad oggi l’Italia è cresciuta (in aggregato) di circa il 7%; ciò significa, in termini del tutto semplicistici, che il nostro Paese, che noi, che la nostra politica, ha realizzato in 11 anni quello che avrebbe dovuto fare in 3 anni. Questo a fronte di un debito pubblico che si aggira ormai attorno a 2.000 Mld di dollari (il terzo debito mondiale in valore assoluto).
Quella che abbiamo davanti dall’agosto scorso passerà alla storia come la crisi del debito sovrano, del debito pubblico, della credibilità dello Stato italiano di fronte agli investitori interni ed esterni, istituzionali e non. Il problema è particolarmente complesso in quanto abbraccia tutti i campi dell’economia e della finanza; per semplicità di analisi si proverà a scinderlo (tenendo presente che per svolgere una analisi completa e puntuale bisognerebbe approcciare ad esso in modo organico) in alcune tematiche fondamentali, senza la pretesa di essere esaustivo, su alcuni principali punti:
CRESCITA: se l’Italia crescesse a ritmi simili a quelli del Giappone, non sarebbe un gran problema avere uno stock di debito di quelle dimensioni, in quanto non verrebbe posta la questione della capacità del Paese di pagare annualmente, mensilmente, giornalmente, gli interessi generati dalle emissioni di Titoli di Stato effettuate in modo sempre più ingente, proprio per, ironia della sorte, finanziare l’aumento del debito pubblico: cioè, per farla semplice, l’Italia è immersa in un circolo vizioso per il quale debito pubblico genera nuovo debito pubblico (che è utile per portare nuova liquidità al Paese, da utilizzare, in un circolo virtuoso, per le scelte di lungo periodo), il quale viene utilizzato per ripagare gli interessi sul precedente stock (in una spirale che senza un intervento serio e massiccio delle Autorità economiche e politiche, sembra non aver fine, trascinando l’Italia sull’orlo del baratro, forse oltre).
POLITICA E FINANZA: mischiando politica e finanza, hanno probabilmente ragione coloro che identificano nella quotazione dei titoli di stato di un dato Paese il risultato di un referendum continuo da parte degli investitori sulle pubbliche finanze del Paese stesso. Un cattivo esito di questo referendum è costoso per lo stato: se il prezzo dei titoli di stato scende, il tasso di interesse ottenibile dai risparmiatori aumenta, ed è verosimile che lo stato dovrà offrire un tasso più elevato quando emetterà nuovi titoli. Il perdurare di una situazione del genere, comporta gravi conseguenze in termini di credibilità del Paese agli occhi degli investitori, che, tramite le agenzie di rating e i loro giudizi di affidabilità, esprimono il malessere. Pagare un tasso sempre più elevato sulle future emissioni di debito pubblico (BOT, BTP, CCT…) (oggi i rendimenti di un BOT con scadenza un anno sfiorano il 7%, rispetto ai corrispondenti BUND tedeschi, inferiori al 2%) vuol dire che se prima bastava 0,03 per ripagare 1 di finanziamento ricevuto, oggi occorre 0,07 (più del doppio) (questo è accaduto nel giro di 3 mesi): interpretando l’emissione di debito pubblico come un prestito ricevuto dallo Stato per attuare le riforme necessarie alla crescita, un tale aumento, significa pagare un tasso di interesse superiore al doppio del precedente in favore di coloro che comprano le emissioni stesse (cioè ai “prestatori di risorse”). [il famigerato e ormai ampiamente dibattuto aumento dello Spread per l’appunto, ossia il differenziale di rendimento (cioè di tasso) tra un BTP italiano con scadenza dieci anni e un BUND tedesco di pari scadenza, titolo obbligazionario benchmark nel mercato internazionale, poiché la Germania è la nazione con i rendimenti più bassi sulle proprie emissioni di debito pubblico, poiché più forte economicamente. (ndr) ]
PRESTATORI ED EFFETTO DOMINO: chi compra le emissioni di debito pubblico? Qui arriviamo al punto: si tratta di privati cittadini, Istituzioni sovranazionali e nazionali, Banche e altre istituzioni finanziarie, imprese…
Ultimamente si sente sempre più spesso che la BCE sta acquistando massicciamente le emissioni di debito pubblico dello Stato italiano: cosa vuol dire? Vuol dire che la BCE opera la sua funzione di prestatore di liquidità (processo che non può essere infinito, pena inflazione crescente) a fronte di maggior credibilità dello Stato emittente (ecco perché la lettera ricevuta in Agosto da Bruxelles, ecco perché gli ispettori presso il Ministero delle Finanze, ecco perché le pressioni sul cambio di Governo in Italia). L’aspetto più importante di tutto ciò è che esiste un sistema per cui le Banche di tutto il mondo, ma semplificando, di tutta Europa, comprano i titoli di Stato dei Paesi per “garantire” le loro emissioni alla clientela (mutui, prestiti personali, finanziamenti a vario titolo…).
I titoli di Stato italiano riempiono la “pancia” di tutte le Banche più importanti europee (BNP Paribas ha 21 miliardi di euro in obbligazioni italiane, Deutshe Bank, controllata dallo stato tedesco, circa 16 Mld etc. ); se il mercato (e quindi Istituzioni finanziarie, Paesi, risparmiatori, agenzie di rating…) si convince che le emissioni di titoli di Stato italiano servono per la maggior parte a ripagare le precedenti emissioni degli stessi e non per finanziare la crescita del Paese e che le riforme verso la crescita promesse dal Governo tarderanno ad essere attuate a causa della situazione di stallo politico in cui si versava almeno dal 14 dicembre 2010 (data del voto di fiducia risicata al Governo Berlusconi) ecco che non vengono più acquistate le obbligazioni dello Stato italiano, generando il più classico degli effetti-panico sulla capacità dello Stato di far fronte ai propri impegni. Nel giro di poco tempo, mesi, forse settimane, la situazione precipiterebbe nel modo seguente: l’Italia si avvicinerebbe al default tecnico (in cui le sue obbligazioni non valgono più 100 ma 20, cioè si dirà ai prestatori: “voi avete investito 100 ma vi verrà restituito 20 a scadenza”); le banche svaluterebbero i titoli di stato italiano che riempiono i loro attivi per un ammontare pari al 40-60% degli stessi (molte di esse fallirebbero); nei pochissimi casi in cui venissero erogati mutui, i tassi sarebbero impossibili da essere onorati e quindi non si farebbero più investimenti a medio-lungo termine; e, dulcis in fundo, domani andiamo al bancomat a ritirare i soldi necessari per la spesa e non verrebbero erogati per assenza di disponibilità. Inoltre, visto che banche come Deutshe Bank sono controllate dagli Stati, molti di essi sarebbero messi alle strette e l’effetto domino proseguirebbe…
IPOTESI DI SOLUZIONE: È chiaro che lo scenario descritto è il caso peggiore cui si può andare incontro in una situazione del genere (peggiore ma non impossibile).
La soluzione c’è, è possibile e si fonda su due pilastri, secondo me imprescindibili: razionalità e altruismo; la prima necessaria per far si che tutte le parti politiche e sociali guardino in faccia la realtà e mettano insieme un governo di stabilità nazionale che attui le riforme che da agosto ci chiede con urgenza l’Europa [come sta accadendo e si auspichi accada nell’immediato con il nuovo Governo tecnico a guida Mario Monti (ndr) ].
Il secondo aspetto necessario nel momento di valutazione di creare una vera e propria Unione Economica a livello europeo, con la possibilità di emettere “Titoli di Stato finalmente europei”, garantiti da un fondo di garanzia europeo, nonostante paesi come la Germania, “forti” della loro condizione leader in Europa, (ma poi non così tanto si vedano i rischi che corrono le banche tedesche, possedute dallo stato tedesco, nel detenere titoli di Stato italiano) pongano il veto su una questione che sicuramente rafforzerebbe tutti, il cui prezzo sarebbe la perdita, almeno momentanea, di un pizzico di sovranità nazionale, che, parliamoci chiaro, dall’ingresso in Europa, è un concetto definitivamente superato e anacronistico.»
Un’analisi esaustiva, esauriente e, si crede, anche chiarificatrice da parte di Aiello, il quale va ringraziato per l’aiuto e la fondamentale assistenza e collaborazione in un campo così arduo e quanto mai oscuro dell’economia e dell’alta finanza.


