di Elena Sparacino
Faccio per pagare il mio acquisto, e col resto mi ritorna anche una banconota un po’ scarabocchiata; mi ci concentro un poco per capire cosa vi sia scritto, finché non riconosco uno slogan a me già noto, letto pochi giorni prima su facebook e sentito mormorare dai compagni di università: “SENZA NOI PADOVA MUORE”, è la firma indelebile lasciata dall’ “untore”, come da chiunque altro aderisca a questo particolarissimo flashmob lanciato per imprimere il marchio studentesco sull’economia di Padova, città universitaria per eccellenza.
L’omonima campagna, sviluppatasi negli ultimi giorni su iniziativa dell’Associazione Studenti Universitari e de Il Sindacato degli studenti, mira a portare sotto gli occhi di tutti le problematiche del rapporto fra studenti e città, dibattito che si sta protraendo ormai da lungo tempo in un braccio di ferro tra universitari e residenti del Centro Città, in cui il sindaco Flavio Zanonato tenta di fare da mediatore.
Oggetto del contendere? Le chiusure anticipate di bar e locali nel centro storico (per chi non fosse di Padova, questo significa tutte le piazze cittadine e quindi la parte più vissuta), che a causa delle lamentele dei cittadini che lo abitano rischiano di diventare un fattore realmente proibitivo nel contesto delle serate universitarie. Questo, unito alle limitazioni del Diritto allo Studio, ha sollevato definitivamente le proteste della popolazione studentesca, che con una proporzione di 70mila sui 200mila abitanti complessivi vuole sottolineare il suo indispensabile apporto all’economia cittadina. Come è scritto nel sito ufficiale del movimento: “Oltre infatti ad animare quotidianamente la città con le loro idee, a renderla più viva ogni giorno, a dare vita a un’enorme offerta di cultura, associazionismo e volontariato, gli studenti contribuiscono in maniera determinante allo sviluppo dell’economia cittadina. Come consumatori (nei bar, nelle copisterie, con gli affitti), ma anche come lavoratrici e lavoratori. […] Chiediamo che invece di occuparci di noi studenti solo per la “questione spritz”, invece di considerarci solo come un problema di ordine pubblico, venga messa all’ordine del giorno la questione del rapporto fra studenti e città, con la partecipazione di tutti. Una grande questione sociale, che ne attraversa molte altre: il lavoro, la casa, il welfare, i servizi, gli spazi sociali e culturali.”
Non si può certo ignorare la lecita richiesta di quiete da parte dei residenti, ma la condanna in nome di una presunta inciviltà rischia di divenire un’esagerazione, portando il dialogo tra le parti davvero ai ferri corti. Per quanto il sindaco cerchi di appianare le divergenze, ridurre un tipo di vita serale (che a Padova più che in altri luoghi ha il sapore della tradizione) per tentare di ridurre i disordini non è un’equazione plausibile. Chiudere i bar del centro storico tra le 23 e le 24 (se non prima) comporta semplicemente lo svuotamento delle piazze e la condanna “a morte” (per l’appunto!) della città stessa nelle ore più tarde. Ciò non contribuisce solo alla triste disaffezione da parte delle nuove generazioni nei confronti di una città che brilla di potenzialità inespresse, ma paradossalmente acuisce il problema legato alla volgarità di certe bravate notturne, dal momento in cui l’esodo delle folle di studenti lascia posto semplicemente a quella fetta meno rispettosa di individui, che diventa la protagonista indiscussa delle serate patavine, rendendo di conseguenza la città stessa meno sicura (anche per quel residente del centro che decida di fare una passeggiata dopo cena).
Da qui la voce di 70mila studenti che, con una media a testa di 8mila euro all’anno, rivendicano di portare annualmente alla città il beneficio di 560 milioni; ecco perché la scelta di partire da una protesta stavolta tangibile, meno teorica e più pratica, poco disordinata e silenziosamente civile, per mettere tutti i cittadini davanti alla realtà dei fatti, ovvero la rilevanza degli universitari nella vita di Padova, che di loro dovrebbe esser patrona. Rese deserte le serate sia festive che feriali, il Mercoledì Universitario come consuetudine è l’ultimo barlume di un divertimento sano che nasce dal desiderio di migliaia di ragazzi di non chiudersi in locali anonimi, ma di ritrovarsi in compagnia con genuinità popolando i luoghi più tipici di una città che sentono propria; non incentivare questo tipo di attaccamento contribuisce automaticamente ad alienare dalle varie manifestazioni organizzate dal Comune stesso, che sebbene rispondano spesso agli interessi che i ragazzi hanno (sebbene non considerati), perdono inevitabilmente di quell’appeal che conduce alla partecipazione … non ci si può dunque lamentare delle scarse adesioni a tali eventi, dal momento in cui la città non si può certo vivere a compartimenti stagni. Se non si capiscono i linguaggi della vitalità, del fervore culturale, della gioia dell’aggregazione e della bellezza di una città che sa farsi amare, vivere e riempire d’entusiasmo e iniziativa, magari il linguaggio dei soldi arriverà agli orecchi di tutti.
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