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Il tackle di Ventonuovo: AS Roma e tifosi giallorossi sull’orlo di una crisi di nervi dopo le vicende Conte, Ranieri e De Rossi. Tre autogol per Pallotta & Co.

di Fabio Camillacci 

Lo scriviamo da anni e negli ultimi giorni sono arrivate tre conferme, e tre indizi fanno una prova. La AS Roma dal 2011, cioè da quando sono arrivati gli americani, è una società piccola piccola. Una società che si atteggia a fare la grande e che invece, lo ribadiamo, è piccola piccola. Una società gestita da una pletora inutile di dirigenti, magari bravi manager in altri campi ma che di calcio non capiscono niente o quasi. Il calcio è un’altra cosa, una squadra di calcio non può essere gestita come un’azienda qualsiasi calpestando l’amore e la passione  dei tifosi romanisti ridotti a semplici “clienti”. Noi di Ventonuovo come detto, non lo scopriamo oggi e lo scriviamo da tempo. Stavolta però Pallotta & Co. dopo aver toccato il fondo, hanno cominciato a scavare facendosi un autogol dietro l’altro. Quella giallorossa è una comunicazione da dilettanti e incompetenti. Manco in una squadra di Serie D agiscono come a Trigoria. AS Roma barzelletta d’Italia per colpa di una folle gestione a stelle e strisce.

Una settimana da manicomio: da Conte a De Rossi, passando per Ranieri. Mettiamo da parte i tanti errori commessi in passato e le numerose follie a cui abbiamo assistito fino a oggi tra fallimenti tecnici e sportivi: cambiati 6 allenatori in 7 anni. Concentriamoci sull’ultima settimana, lo specchio di questo club, e facciamo tre nomi: Conte, Ranieri e De Rossi. Seguiamo la cronologia degli eventi e partiamo dal caso Conte. Invece, di smentire pubblicamente  l’interesse per Antonio Conte, la Roma ha alimentato il grande sogno della piazza con dichiarazioni sibilline (Totti in primis), lasciando intendere di essere molto vicina al tecnico salentino. Poi, martedi 7 maggio la mazzata: Conte in un’intervista a Walter Veltroni per la Gazzetta dello Sport annuncia: “Un giorno allenerò la Roma ma al momento no perchè non ci sono le condizioni”. Tradotto: gli americani non hanno i soldi per assecondare le mie richieste sul mercato. Uno sputtanamento vero e proprio.

Il caso Ranieri. Sir Claudio, cioè l’uomo che ha evitato alla squadra il tracollo dopo la disastrosa gestione Di Francesco-Monchi, trattato come uno di passaggio. Un grande romanista di 67 anni, l’uomo del “miracolo Leicester” nella Premier League che ora domina in Europa, l’uomo che 9 anni fa sfiorò uno scudetto con la Roma, trattato come un traghettatore qualsiasi. Dalla società mai una smentita su Conte per tutelare e dare forza a Ranieri almeno fino al termine della stagione. E così “er Fettina”, dopo aver detto, “da tifoso romanista quale sono, uno come Conte andrei a prenderlo all’aeroporto”, si è comprensibilmente stranito e a una domanda sul suo futuro ha annunciato: “Io sono venuto a Roma perché Roma mi ha chiamato, ed essendo un tifoso della Roma sono venuto con tutto l’entusiasmo e la buona volontà nel momento del bisogno. Finito il campionato, finisce il mio lavoro. Una volta firmato il contratto avevo già deciso”. Per la serie, mi avete stancato, andate tutti a quel paese. Questa seconda mazzata porta la data di venerdi 10 maggio. Arriviamo a oggi, martedi 14 maggio: il giorno della terza mazzata, l’addio di Daniele De Rossi. Tutto questo in corso d’opera con una Champions o una Europa League ancora da conquistare in campionato. Complimenti. Ecco perchè la Roma non vince un trofeo da oltre tre lustri.

Il caso De Rossi: una bandiera romanista con la “B” maiuscola scaricata in men che non si dica. Dal mito Totti a De Rossi, l’imbarazzante Roma a stelle e strisce evidentemente sa solo ammainare le Bandiere con la “B” maiuscola”. Ma mettiamo da parte le scelte societarie alla luce della contingenza: Francesco Totti nel 2017 quando lasciò il calcio andava verso i 41 anni, mentre Daniele De Rossi a breve compirà 36 anni e da tempo convive con una serie di acciacchi fisici. Alla luce di certe condizioni ci sta che un club preferisca non rinnovare il contratto a un calciatore: la super Juventus in tal senso insegna per come trattò Del Piero e Buffon. Quello che contestiamo è la tempistica: c’era davvero bisogno di annunciare l’addio di un simbolo come De Rossi con la Roma in piena lotta per l’Europa, col serio rischio di destabilizzare un gruppo già mentalmente fragile? E’ chiaro che la sciagurata dirigenza giallorossa il problema non se lo è proprio posto (nella foto: patron Pallotta e De Rossi).

La conferenza stampa surreale. Giornalisti convocati in fretta e furia nella mattinata di oggi e conseguente scenario kafkiano nella sala stampa di Trigoria all’ora di pranzo. Davanti a tutta la squadra schierata al gran completo e con indosso una maglia col nome del capitano giallorosso, Daniele De Rossi annuncia il suo addio alla Roma dicendo: “Mi è stato comunicato ieri, ma avevo capito. Non sono scemo. Ho 36 anni e so come vanno le cose se nessuno ti ha mai chiamato in questi 10 mesi. Mi sento calciatore e voglio giocare, non so ancora dove”. Come se non bastasse, col neo amministratore delegato Guido Fienga al suo fianco, DDR punzecchia il club che avrebbe voluto farlo restare solo come dirigente: “Fienga ha detto che sono già un bravo dirigente, io mi sarei rinnovato il contratto. Dove giocherò il prossimo anno? Non c’è ancora nulla, ero concentrato sulla corsa Champions. Stamattina mi sono arrivati 500 messaggi, vediamo se c’è qualche offerta. Mi sento calciatore e voglio giocare a pallone. Lascio il lavoro sporco da dirigente a Totti. Io quando appenderò gli scarpini al chiodo voglio fare l’allenatore”. Probabilmente De Rossi il prossimo anno giocherà con altre grandi stelle del passato negli Stati Uniti.

Considerazioni finali. Al di là dei 36 anni e delle tante noie fisiche, dopo 18 anni di Roma Daniele De Rossi avrebbe meritato un altro anno di contratto. Il carisma e l’esperienza del centrocampista campione del mondo con l’Italia di Lippi nel 2006, avrebbero fatto molto comodo a uno spogliatoio giallorosso da ricostruire nella chimica di gruppo che latita. Un calciatore come De Rossi incide anche se gioca col contagocce. Ma certi aspetti, se gestisci una squadra di calcio come un’azienda qualsiasi non sei in grado di considerarli e valutarli. Altrimenti, la squadra che l’anno scorso raggiunse le semifinali di Champions League non sarebbe stata smantellata in modo improvvido. La Roma in salsa americana non vive per i risultati sportivi, ma per fare trading, o cassa, che dir si voglia. Come una Udinese qualsiasi. A Pallotta non interessa vincere, interessa solo entrare in Champions per gli introiti che la Coppa Campioni garantisce. Patron Jim pensa soltanto a questo e alla chimera “Stadio della Roma”. Il resto non conta. E questa stagione sta lì a testimoniarlo ancor più palesemente: una stagione iniziata male con la cessione di Strootman a mercato in entrata chiuso, e finita peggio. Il primo presidente dell’era americana Di Benedetto proclamò: “La Roma è una principessa che trasformeremo in una regina”. In seguito si cominciò a parlare di “progetto”. Se il “progetto” è questo, amen.