CICLISMO: IL MEMORIAL PANTANI DIVENTERA' UNA 'CLASSICA'

Morte Pantani: a dieci anni dalla scomparsa del “pirata”, la procura riapre le indagini

di Francesco Moresi

Dieci anni dopo la scomparsa del ciclista Marco Pantani, incredibilmente la procura di Rimini ha riaperto il caso sulla sua misteriosa morte. Era il 14 Febbario del 2004, Pantani ormai era fuori dal ciclismo professionistico, tanto che si erano perse le sue tracce da un bel po di tempo. La notizia della morte improvvisa del “pirata”, sconvolse una nazione intera, spingendo addirittura personaggi illustri della carta stampata a fare “mea culpa” pubblici per aver aggredito “verbalmente” quell’uomo, tanto forte in bicicletta quanto fragile nella vita privata.

Sin dall’inizio si parlò di morte dovuta ad una overdose da stupefacenti, poichè vennero ritrovate nella stanza di albergo a Rimini, dove alloggiava il ciclista romagnolo, bustine di cocaina e scritte no-sense sulle pareti della camera.

La carriera di Pantani fu compromessa quel maledetto giorno di Giugno del 1999, a Madonna di Campiglio, quando il “pirata” venne convocato per il controllo anti-doping e successivamente fermato per un’ematocrito superiore al 2% rispetto alla soglia consentita. Il Campione che aveva trionfato neanche un anno prima al Giro d’Italia ed al Tour de France, in un attimo venne messo da parte e accusato di essere dopato, addirittura da alcuni partirono minacce ben più pesanti, andando ad infierire sul suo animo fragile.

Pantani ne risentì e non poco, ma dopo aver scontato la sua squalifica, riprese a pedalare, montando sulla sua amata bicicletta e nonostante una forma approssimativa, riuscì nel 2000 a sconfiggere sui Pireni il re del Tour di quegli anni, Lance Armstrong (ultimamente squalificato per doping ndr).

Le vittorie del “pirata” non vennero accolte come un trionfo, piuttosto ci si soffermerva su come potesse un atleta di una certa età squalificato in passato per doping, poter competere ancora ad alti livelli. Il linciaggio mediatico nei confronti di Pantani fu assurdo e in alcune circostanze gratuito a tal punto da trasformarlo nel capro espiatorio da utilizzare in discussioni che riguardassero il doping e le soluzione da intraprendere per debellarlo definitivamente sia nel ciclismo che negli altri sport.

Nel 2003 l’atleta romangnolo, decise sia per l’età, sia per mancanza di stimoli, di abbandonare il ciclismo ritirandosi a vita privata, fino all’epilogo tragico in quella nefasta notte del 2004, quando venne trovato esanime in una stanza di albergo a Rimini.

L’iniziale ipotesi investigativa fu appunto di “morte accidentale per overdose”, ma la perizia medico-legale effettuata su richiesta esplicita dei parenti del ciclista, in primis la madre Tonina, ha rimescolato le carte in tavola, trasformando l’iniziale ipotesi in “omicidio volontario” aprendo di fatto una nuova inchiesta.

La riapertura del fasciolo da parte del Pm al momento è avvolta dal segreto più assoluto e da quanto trapelato, non dovrebbero esserci iscritti al registro degli indagati, anche se è presumibile che a breve possano esserci delle novità a riguardo.

I nuovi incartamenti hanno, infatti, convinto il procuratore Giovagnoli a ripartire con una nuova inchiesta, mettendo in discussione la prima autopsia effettuata sul corpo del “pirata”, e la negligenza degli inquirenti, accusati di aver tralasciato indizi essenziali, per dirottare l’indagine altrove.