Adele MINUTILLO

Ludopatia, internet addiction e la cattiva informazione sul tema

Li chiamano “hikikomori”, che in giapponese, letteralmente, significa “stare in disparte”, “isolarsi”. Centrano poco i manga o videogames. È un termine usato per coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Inizialmente fenomeno solo giapponese, legato alla grande pressione della società locale verso la realizzazione e il successo personale, si è poi rapidamente espanso dagli anni ‘80 fino al duemila, dagli Stati Uniti all’Europa. Nel Paese del Sol Levante hanno da poco raggiunto la preoccupante cifra di un milione di casi ed è un problema tutt’altro che esclusivamente asiatico.

Lo sa bene Adele Minutillo, ricercatrice presso l’Istituto Superiore della Sanità, che durante la Tavola rotonda tenutasi presso l’Università degli Studi di Salerno ed organizzata dall’Osservatorio Internazionale sul Gioco, ha commentato i risultati degli ultimi studi sul gioco online in Italia. Innanzitutto, quelli che delineano l’identikit dei giocatori medi: tra i 14 e i 25 anni, né studenti né lavoratori, privi di amici, con relazioni problematiche, se non addirittura assenti, con genitori o parenti, con stile di vita sregolato, dormono durante il giorno e vivono di notte. Proprio per evitare il confronto con la realtà, con il mondo là fuori. E proprio per questo rinnegano la loro identità: si sentono protetti dalle mura evanescenti della Rete, dai profili falsi dei social network, dal nome inventato e dalla foto copiata.

Quella da gioco d’azzardo però è considerata una semplice “addiction”, ovvero una dipendenza derivante non da una sostanza. I ricercatori si stanno occupando anche di “internet addiction”, una categoria oggetto di studi senza una collocazione diagnostica. “Il giocatore d’azzardo è considerato tale se ha giocato almeno una volta nel corso dell’ultimo anno. Il gioco d’azzardo si caratterizza per il fatto di non essere basato sulla casualità e sul denaro: si vince per caso. Il Comportamento diventa problematico quando l’individuo comincia a distrarsi dalle sue attività quotidiane per dedicarsi al gioco“. Questo il parere di Minutillo, che lancia l’allarme sul tono e sul livello della comunicazione su questo tema.

A iniziare dalle parole. L’Accademia della Crusca infatti non riconosce il termine ludopatia: “In Italia parliamo di disturbo da gioco d’azzardo solo quando è stato realmente diagnosticato. In tutti gli altri casi, si deve parlare di giocatore problematico o a rischio o di giocatore sociale“.

Oltre 900 mila i giocatori a rischio, è il quadro sulla ludopatia emerso dall’ultima ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Di queste appena 200 mila hanno un comportamento problematico, sfuggito al controllo dell’individuo e ancora non diagnosticato.

Serve maggiore informazione e adeguate terminologie, secondo la dottoressa Minutillo. Che si scaglia, infine, anche contro il tema del distanziometro. “Abbiamo modelli statunitensi e australiani ma distanti culturalmente da noi” sottolinea, mentre continua la sua compagna dei Focus Gruop, in giro per l’Italia. Qui persone che soffrono di gioco d’azzardo patologico hanno raccontato di cercare luoghi di gioco più lontano possibile da casa, per nascondersi o cancellare il senso di colpa. Se questo fosse vero il distanziometro sarebbe inutile. “Aspettiamo di avere prove solide e valide. Per ora è solo una sensazione“.

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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