(fonte: darumaview.it)

“Youth” (non) è un film da intellettuali

di Elena Sparacino

Sono affetta da un pensiero viziato.

Ho amato – cinematograficamente – Paolo Sorrentino da ben prima che Ewan McGregor pronunciasse il suo nome tra le magnificenti quinte del Dolby Theatre di Los Angeles. Nelle sale dal 20 maggio, Youth – La Giovinezza è stato presentato in prima proiezione al Festival di Cannes 2015, dove – non sorprende – la reazione di critica e pubblico si è divisa tra fischi e applausi. Perché, a destabilizzare, è sempre l’ineffabile incoerenza di cui le opere del regista sono farcite; “Youth” però, sebbene racconti uno scorcio sulla vacanza di due vecchi amici in un lussuoso resort tra le Alpi svizzere, non è stato scelto per essere un ossimoro. La giovinezza è il filo conduttore delle emozioni umane rappresentate, dai personaggi più giovani fino alle proiezioni introspettive dei protagonisti. Uno (Michael Caine) è un famoso compositore e direttore d’orchestra impassibile e distaccato, l’altro (Harvey Keitel) un anziano regista sul viale del tramonto, che considera il cinema tutta la sua vita e pertanto di emozioni si nutre.

Ho a lungo atteso questo film, e temuto che il successo e i riflettori potessero non dico montare la testa al regista, ma quantomeno esasperare la sua cifra esoterica. Che senza dubbio è il suo connotato più pregevole, a rischio ermetismo se però scivola sulla insidiosa buccia di banana dell’intellettualismo radical chic proprio di filmografie dall’aggettivazione “impegnata”. Così come La Grande Bellezza aveva attratto a calamita i commenti del tanto dovuto quanto improvvisato “critico cinematografico da social network”, chiamato da se stesso a dover giustificare o meno la vittoria del lungometraggio nostrano agli Oscar 2014, così il lungometraggio non poteva passare per Cannes senza essere diffusamente sottoposto al rito del pollice verso. Per questo, ammetto, durante i primi dieci minuti di Youth non sono riuscita a togliermi di dosso uno strano senso di irrequietezza, come se non fossi libera dal pregiudizio. Per fortuna, prima di quanto credessi sono stata assorbita dalla storia.

Come prima cosa, non ho potuto fare a meno di pensare: «Oh! Finalmente dopo l’Oscar gli hanno puntato addosso un occhio di bue», colpita dalla presenza di tante icone del cinema. Un cast di pesi massimi internazionali, da Caine (82 anni) a Keitel (76), con ruoli d’orbita per Jane Fonda (77), Rachel Weisz (45) e Paul Dano (30). Senza nulla togliere alle opere precedenti: personalmente, risulta arduo immaginare che, un’alchimia intensa e duratura come quella con Toni Servillo, Paolo Sorrentino potrebbe averla ora con qualcun altro. Non lo so, è che non mi sono mai tolta dalla testa il tarlo che L’amico di famiglia avrebbe potuto essere La migliore offerta, se solo il buon Paolo avesse avuto lo stesso credito e l’esperienza tecnica che Tornatore ebbe sette anni più tardi. Che il Virgil Oldman di Geoffrey Rush fosse semplicemente la versione high society di Geremia de’ Geremei.

Inoltre, di saper trattare ed entrare in sintonia anche con attori internazionali, il regista ha già dato prova con quel capolavoro di raffinatezza e delicata intensità che è This must be the place. Eppure, Fred Ballinger non convince fino in fondo. Spettatore esterno della sua vita, qualcosa ha ereditato dalla cinica rassegnazione di Gep Gambardella («Alla mia età mettersi in forma è una perdita di tempo» ricorda una stupenda battuta già nota) è indubbiamente caratterizzato da una muta profondità, “oppresso dalla sua apatia”, ma non è commovente e vicino come lo era Cheyenne. Seppure, assente a tratti anche da se stesso, conceda piccoli e pungenti picchi di emotività celata in un paio di occasioni in cui la sua durezza ne esalta l’emozione.

Il tempo

Tema principe e leitmotiv è l’età, l’invecchiare in balia del tempo che passa, con tutto ciò che esso si porta via. Fugit tempus. «L’unico soggetto possibile», come lo ha definito Sorrentino a Cannes, «l’unica cosa che veramente ci interessa: quanto passa il tempo e quanto ce ne rimane. A qualsiasi età se si riesce a mantenere uno sguardo sul futuro si può essere giovani», assicura, parlando di «un film molto ottimista». Ma non solo: anche il tempo che ci resta da vivere è al centro, altra faccia di una medaglia instabile, a intendere «il futuro come uno spazio di libertà, una condizione dell’esistenza che non ha che fare con l’età anagrafica». Sembra esattamente la condizione dei tre grandi attori che hanno accettato di rimarcare sulla celluloide gli effetti che il tempo ha avuto sul loro corpo, esasperandone i tratti fisici ma mantenendo spirito immutato nell’affrontare l’interpretazione. «Quando ho visto il poster del film mi è venuto da piangere… – ha scherzato Caine, due volte premio Oscar – mostra quel che abbiamo perso e non tornerà più. Non ho problemi a interpretare un personaggio anziano anche perché l’alternativa è interpretare un personaggio morto. Quello che si vede nel film è il mio corpo di ottantenne, è quello che ho. Ma è anche un modo per dire preparatevi, è quello che accadrà anche a voi». Cos’è dunque il tempo? È una prospettiva, un punto di vista: un binocolo, ci viene spiegato, che trascende dai valori metrici.

Arte bifronte

Ma la verità è che ci sono tanti temi nei temi, e ora che il pubblico riconoscimento l’ha sciolto da vincoli, Sorrentino è libero di fare quello che gli pare, e non deve renderne conto a nessuno. Nessun biasimo, ma anzi una fortuna se quel momento arriva così presto nella carriera di un artista. Categoria, come vediamo in Youth, fragile, volubile, ma soprattutto costretta in catene invisibili: la figura dell’artista viene trattata con cura e senza retorica, attraverso vari aspetti che la caratterizzano. Determinazione, ricerca, successo, tormento, delusione, rassegnazione: a seconda dell’età, i personaggi (siano essi in primo piano o sullo sfondo) esprimono le diverse fasi della fede artistica. Mick, da regista ormai anziano, ha finito col confondere finzione e realtà, e vive della sua stessa celluloide. Alla prese con l’opera a lui più cara, un “film testamento” a cui dedica cuore, fisico e anima, finisce inevitabilmente col trasporre nelle sorti di quello la sua stessa persona. Ballinger, al contrario, ha abbandonato la professione nonostante la regina Elisabetta gli chieda di dirigere per lei la sua opera più famosa. Tenta di guardarsi come “finito” per rifuggire alla vita e alla giovinezza, che come un’imposizione lo spaventano quasi più dell’adagio di una ormai sicura e confortevole vecchiaia. Attraverso queste due lenti complementari, i due passano le giornate a osservare il mondo, dalle vite dei propri figli a quelle degli ospiti dell’albergo, tra avvenimenti più o meno piacevoli che però lasciano ancora ampio e continuo spazio alla sorpresa, e a una sempreverde meraviglia. «Ci raccontiamo solo le cose belle» il segreto della loro amicizia.

Il desiderio

A muovere le azioni umane, da quella più superficiale fino a quella più profonda, è il desiderio. È una rappresentazione però abbastanza controversa: corpi nudi a ogni piè sospinto, così ridondanti, vari e cadenti da perdere completamente la dimensione dell’eros per rientrare più nella categoria di grottesche “nature morte”. Nella locandina del film campeggia un nudo di donna intento a bagnarsi nell’acqua, mentre in disparte i due uomini anziani lo fissano, come ipnotizzati (forse un richiamo iconografico a un tema biblico, quello di Susanna e i vecchioni, tanto caro a grandi Maestri dell’arte come Artemisia Gentileschi, Rubens, Tiepolo, Tintoretto e altri).

Non è tutto: quando spunta Hitler, il tratto caratteriale volutamente sottolineato è pervaso di una connotazione umana. Non in veste di führer malvagio, bensì un uomo solo e corroso dall’ossessione del proprio desiderio. Una scelta che non si nasconde dietro i tabù di ciò che spaventa, che ha già abbracciato il necessario manicheismo morale per potervi poi guardare oltre senza fantasmi. Proprio il cinema d’altronde, così come la letteratura prima di esso, ci ha insegnato ad aprire la mente, per comprendere altri punti di vista e così il mondo.

Dei rimorsi e dei rimpianti

Al contrario Brenda (Fonda), l’appariscente attrice ottantenne che Mick (Keitel) ha scoperto tanti anni prima e trasformato in star, è lo specchio di una Hollywood cinica e sgradevole: «una donna che ha messo su una maschera per coprire la sua vulnerabilità», ha precisato Fonda. «Per me l’età è una questione di atteggiamento, se hai passione e vitalità nello spirito puoi rimanere giovane per tutta la vita». Ma alla fine, seppur fugacemente, anche lei viene smascherata e piegata a una legge crudele: cosa è peggio, il rimorso oppure il rimpianto? Youth è carico di risentimenti celati, a partire da quelli che la figlia Leda Ballinger (Rachel Weisz) nutre per suo padre; in scena vanno le incongruenze, gesti paterni (e non solo) non compresi o male interpretati, come se si trattasse di un’altalena e rimpianti e rimorsi degli individui fossero destinati a completarsi tra loro.

Elogio alla leggerezza

Vi è poi un altro aspetto che colpisce: proprio come in Birdman, il giovane attore californiano Jimmy Tree (in Svizzera alla ricerca d’ispirazione per il suo prossimo personaggio, interpretato da un bravissimo Paul Dano) e lo stesso Ballinger sono imprigionati nell’unica leggerezza che si sono rispettivamente concessi: un ruolo da robot uno, delle Canzoni Semplici di successo l’altro. «La leggerezza è una sensazione irresistibile»: eppure, Youth non sembra condannare la leggerezza, ma la riscopre e ne esce una vera e propria apologia. Lo dice un piccolo aspirante violinista che riconosce, nelle melodie più facili da performare, anche le più belle che abbia scoltato. Lo dice il breve cameo della Miss Universo Madalina Ghenea, stereotipo di leggerezza che non si rivela poi così piatto e stupido. Lo dice perfino Sorrentino, che dopo aver dedicato l’Oscar a Maradona ora si concede la leggerezza di inserire – in totale gratuità sinottica – il suo beniamino nel film (interpretato dall’attore argentino Roly Serrano).

Il finale stesso, abbastanza prevedibile ma comunque emozionante, è una resa alla leggerezza. Di fondo, mi è sembrato di riguardare Quartet: gli anziani musicisti che rifiutano il loro dono a causa della vecchiaia, ma che imparano a rivedere il tempo e la vita in ottica nuova. La storia non è innovativa, la narrazione e la regia meno graziose del film di Dustin Hoffman (adattamento di una pièce teatrale dello stesso sceneggiatore Ronald Harwood), che dall’alto dei suoi 75 anni beneficiava probabilmente di un aggiuntivo fattore empatico. Quello che Sorrentino apporta, sono lunghe pause introspettive sui personaggi, e – oggi come mai prima – un carosello di significanti pregni di significato.

Il narratore senza storie

Ma “Sorrentino non crea trame”, punta il dito più di qualcuno. E meno male, aggiungo: una volta avevo letto da qualche parte che la di lui passione trascendeva le storie, per raccontare piuttosto personaggi. Una dote rara, una tecnica che pur senza trama riesce a raccontare più storie contemporaneamente, incluse quelle degli spettatori in sala. Ecco perché, a prescindere dalla singola pellicola, la poetica fa di lui un grande autore prima che un esteta, dotato di espressione e introspezione. Jane Fonda ha definito proprio così il suo ruolo in Youth, “à la Sorrentino”: «Un po’ surreale, fantastico, leggermente eccessivo ma mai finto».

Splendida, come sempre, la colonna sonora: azzeccata, puntuale, elegante, conturbante, discreta. Nulla è lasciato al caso, ogni cosa è perfetta al posto giusto, e come This must be the place torna ad essere un film che di intuizioni musicali respira. Variegato negli intenti e nelle sue manifestazioni, spazia con naturalezza dalla lirica all’elettronica, offrendo chicche di gran pregio come le cover dei Retrosette – gruppo retrò di Manchester – e le composizioni di David Lang. Perfino la volgarissima Paloma Faith è in realtà una vera cantante britannica, da scoprire però nel suo stile e nelle sue ballad blues di qualità che nulla hanno a vedere con lo stile rosso che pratica sullo schermo.

Sorrentino insomma è, come molti altri noti, un regista dotato di poetica, nel senso stilistico del termine. Un po’ come Woody Allen, un po’ come Buz Luhrmann. Ma, se Allen è degli hipster e Luhrman dei bohèmienne, Sorrentino con la consacrazione è diventato – suo malgrado – proprietà degli intellettuali. E la madre degli intellettuali è sempre incinta, e ha sempre qualcosa da far dire ai suoi figli. A nulla valgono appelli impliciti nascosti tra le righe di citazioni come «Non parlo perché non ho mai niente da dire», o «La musica è meglio di tutto perché non ha bisogno delle parole né dell’esperienza». Ma tanta boria, siamo sinceri, viene stuzzicata: in questo film il regista sembra concentrare – e addirittura «amplificare» – tutti i suoi aspetti più contestati, spingendo molto più in là il suo estetismo puro: ed è così che finisce tacciato di narcisismo e antipatia. Perché a Paolo, ammettiamolo, gli è un poco presa la mano; tant’è che nel web non ha tardato a spopolare il divertente “Generatore automatico di scene del prossimo film di Sorrentino” (che scherza, ma ormai anche sugli scherzi è meglio andarci coi piedi di piombo, perché non si sa mai). È davvero l’espletazione dei «fellinismi» onirici? Le ispirazioni da 8 e mezzo domandano se non si tratti di un accostamento ricercato. E sarebbe un peccato, perché – sia che si tratti di eredità o di emulazione – ci defrauderebbe di uno stile unico nel suo genere. Uno stile precario tra il mondano e il malinconico, ma che non ha mai disdegnato un pizzico di sana ironia. Ultimamente, però, prevale l’amaro. E il dubbio viene.

Ma l’ho detto, il mio pensiero è viziato. Pertanto lascio le critiche ai critici, gli insulti agli haters e – soprattutto – i plausi ciechi agli intellettuali dell’ultim’ora. Ma del resto, «gli intellettuali non hanno gusto». E allora mi sono adagiata sulla poltrona, e mi sono goduta quello che Sorrentino veramente fa parlare: personaggi nudi, vestiti solo di sentimenti umani. Con la consapevolezza del fatto che «le emozioni sono tutto quello che abbiamo».

Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

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