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PENSIONI E SANITA': DOVE FINIREMO?

di Michel Maritato (*)

Conti da pagare, senza battere ciglio perché lo prevede un decreto del luglio scorso firmato dall’allora commissario alla sanità Piero Marrazzo. Cifre che sono di poco inferiori a 1.500 euro al mese.

Era il 28 luglio quando Marrazzo firmò un decreto (contenuto nel più corposo sistema del piano di rientro dal deficit sanitario) con il quale veniva chiesto il pagamento del 50 per cento della tariffa per i ricoverati nelle strutture di lungodegenza riabilitativa in attesa di un ricovero nelle Residenze sanitarie assistite. «Quel decreto è passato inosservato – spiega Giuseppe Scaramuzza, segretario regionale di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato – ma ora i suoi effetti si stanno facendo sentire in tutta la loro pesantezza sui bilanci delle famiglie».
Scaramuzza ha appena scritto al vice presidente della giunta regionale Esterino Montino e all’attuale commissario alla sanità Elio Guzzanti per chiedere una correzione del decreto.
Ma perché scattano ora i pagamenti? Il decreto numero 56 del 28 luglio prevede un tempo massimo di ricovero nelle strutture di riabilitazione a carico della Regione fissato in tre mesi. Il paziente, quasi sempre un anziano, può usufruire della riabilitazione per sessanta giorni più trenta di proroga nei casi più gravi. Dopo tre mesi di cura, il paziente dovrebbe essere trasferito in una Rsa ma trovare un posto letto in queste strutture è come vincere la lotteria. Le liste d’attesa sono lunghissime e spesso superano i dodici mesi. In attesa di un ricovero nelle Rsa, l’anziano si ritroverebbe quindi a casa dove però non riceverebbe le cure necessarie. Il decreto a questo punto non trova soluzioni per il passaggio da una struttura sanitaria all’altra ma indica una strada furbetta e costosa per i cittadini: nessuno resta senza assistenza ma l’assistenza dopo i tre mesi si paga. Quanto? Esattamente il 50 per cento della tariffa regionale, cioè 47,81 euro
al giorno. In pratica poco meno di 1.500 euro al mese.
 

«In questi giorni stanno arrivando le bollette di pagamento e tantissime famiglie non hanno quella cifra da spendere – aggiunge Scaramuzza -. Sia ben inteso, gli amministratori delle cliniche per la riabilitazione non fanno nulla di sbagliato ma si limitano ad applicare un decreto della Regione».
 
Quale potrebbe essere la soluzione? Scaramuzza vorrebbe chiedere la cancellazione del decreto perché la colpa di questa situazione non è del cittadino malato ma della carenza di posti letto nelle Rsa. Questa strada sembra difficile da percorrere e quindi la soluzione potrebbe essere quella di prevedere l’applicazione di una tariffazione simile a quella delle Rsa anche per la lungodegenza riabilitativa. Nelle Rsa il cittadino malato paga sempre il 50 per cento della tariffa ma quando ha un reddito basso interviene la famiglia e quando anche la famiglia non ha soldi paga il Comune di residenza del ricoverato. Ora questo sistema è saltato e la degenza viene chiesta direttamente all’interessato.

(*) STUDIO MARITATO
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LE STELLE DELLA SPERANZA

di Cristina Caruso (*)

Come di consueto, anche per questo Natale, l’Associazione Italiana contro le Leucemie, Linfomi e Mielomi – AIL – sarà presente il 5, 6, 7 e 8 dicembre in 3.800 piazze italiane per la distribuzione di una splendida Stella Di Natale. Splendida perché vale molto di più di una semplice pianta che “fa Natale”. È un gesto di amore e generosità che va dritto al cuore di tutte quelle persone che ogni giorno si ritrovano faccia a faccia con una terribile malattia, dei loro familiari e amici, di tutti i volontari  disposti a regalar loro un sorriso. Tanti piccoli aiuti possono far molto così come tanti chicchi di grano fan rumore.  Allora mentre guarderemo le belle vetrine addobbate o ci affanneremo a comprare regali di Natale, contribuiamo a rendere certezze le speranze di tanta gente. Perché una malattia non può spegnere una vita. “Ogni malato di leucemia ha la sua buona stella”: che sia per voi o per fare un regalo, vale per costruire nuove speranze.

Visita anche il sito: www.ail.it .

(*) Studentessa di Medicina e Chirurgia all’Università “Sapienza” di Roma

SE INCONTRI QUALCUNO SENZA UN SORRISO, REGALAGLI UNO DEI TUOI!

di Cristina Caruso (*)

È noto a tutti che quando si è di buonumore ci si sente bene, si è carichi e pieni di vita. Ancor più bello è sapere che tutto ciò è stato dimostrato scientificamente. Infatti, ridere aumenta la tolleranza al dolore, favorisce il recupero fisico e mentale dopo la malattia e la guarigione dalla malattia stessa. Questi sono solo alcuni dei concetti esposti lo scorso 26 novembre presso il Policlinico “Umberto I” di Roma al Convegno Nazionale  “Buonumore nel percorso terapeutico , l’umanizzazione nell’ospedale pediatrico”.
La recente evoluzione delle coterapie (pet-terapy, clown terapia, musicoterapia), in ausilio al trattamento medico consolidato, è stata al centro del dibattito. Nella prima sessione, si è ripercorsa l’evoluzione storico-culturale dell’ospedalizzazione e dell’assistenza del paziente pediatrico, ponendo a confronto le esperienze dei reparti pediatrici di alcune città italiane. In particolare, sono intervenuti la prof. Paola Pecco, Primario Emerito Pediatria Ospedale “Regina Margherita” (Torino); prof. Anna Clerico,Responsabile Unità Operativa di Oncologia Pediatrica Università Sapienza (Roma); dott. Giuseppina Ragni, Dottorato di Ricerca Terapia del dolore, Clinica Pediatrica Policlinico “Umberto I” (Roma); dott. Carmelo Perrone, direttore U.O. Pediatria ASL Lecce – presidio ospedaliero “I. V. Delli Ponti” (Scorrano). Interessanti anche i traguardi raggiunti dal prof. Giuseppe Titti, Primario Emerito Pediatria Ospedale “G. B. Grassi” (Ostia), nel campo della pet-terapy  e i lavori presentati dalla dott. Giuliana Filippazzi, delegato di EACH nel Progetto OMS “Ospedali pediatrici promotori di salute”, fotografati in giro per il mondo.

La seconda sessione ha sottolineato l’importanza e l’utilità di stare accanto al paziente, di aver cura, oltre che della sua salute fisica, anche di quella psicologica ed emozionale, ed aiutarlo ad affrontare la malattia. Si è dato ampio spazio alle testimonianze di medici, volontari Antas (l’organizzazione Onlus che ha promosso il convegno) e psicologi. Tra gli altri: Fabio Salvatore, attore e scrittore del libro “Cancro: non mi fai paura” e la dott. Simona Caprilli, psicologa psicoterapeuta Ospedale “A. Meyer” (Firenze).
Dai risultati dei diversi studi sperimentali è emerso che, nei reparti in cui la clown terapia svolgeva la propria attività, si è avuta una riduzione della durata delle degenze ospedaliere, della somministrazione di farmaci antalgici e dell’ansia genitoriale. Una bambina è stata persino operata senza anestesia (in quanto le sue condizioni di salute non ne permettevano l’impiego) grazie al sostegno di un clown nelle fase pre e post operatoria. Inoltre è stato verificato che stimoli piacevoli rendono stimoli interni spiacevoli meno stressanti.  Al di là dell’ambito strettamente ospedaliero, è stato provato che ridere aumenta l’attrazione sessuale degli uomini nei confronti delle donne e confermato il vecchio detto: “per conquistare una donna, devi farla ridere”. Il sorriso dunque è la chiave per entrare nel cuore e nell’anima dell’altro.

Visita i siti: www.clownoneitalia.it; www.antasorg.com; www.patchadams.org .

(*) Studentessa di Medicina e Chirurgia all’Università “Sapienza” di Roma

IL VENTO NUOVO

di Carmela Maraglino (*)

“Quel pomeriggio che ti ho detto <<Scusami,
ma qualche volta chiamami anche tu!” E ancora
adesso non ci posso credere che non ti avrei rivisto più”

(F. De Gregori)

Questo frammento della canzone “Passato remoto” di Francesco De Gregori mi ha sempre messo grande tristezza, proprio quella che NON FA REALIZZARE NESSUN SOGNO: l’andare via, la divisione, il lasciarsi senza più ritrovarsi…
Ma questa è un’altra battaglia che ho intrapreso: non dividermi da nessuno, nemmeno con il mio peggior nemico…altro sogno “irrealizzabile”, oppure no?
Talvolta, però, occorre dividersi, occorre andare via, occorre lasciarsi alle spalle il passato e le persone che vi hanno fatto parte. La vita è questa ed è così. Ci sono dei punti fermi che restano, ma tante altre cose scivolano via. Tutto questo sembrerebbe non avere niente a che fare con i sogni e la speranza.
Invece no!
In questo RICAMBIO di persone c’è proprio la NOVITA’, l’INATTESO mai sognato, ciò “che dovrà ancora arrivare”.
E, molto spesso, le persone nuove portano davvero la NOVITA’ nella nostra vita, e ciò che era stato angusto, asfittico, limitato con le persone incontrate fino ad allora, si apre ad una visione più ampia e inattesa.
Noi, al contrario, tendiamo a chiuderci nella cerchia delle nostre conoscenze e non abbiamo la capacità di aprirci al mondo che è intorno a noi, quando, invece, questo mondo può offrire vie inaspettate e occasioni impreviste di crescita.

Chi non si pone con questo atteggiamento di apertura non sperimenterà mai la MERAVIGLIA che si prova nell’iniziare percorsi nuovi, in cui il dolore che potrebbe nascere dal fatto che “ancora adesso non ci posso credere che non ti avrei rivisto più”, è compensato dal NUOVO a cui abbiamo avuto il coraggio di aprirci.
E il sogno continua…

(*) Docente di Economia Aziendale – Scuole Medie-Superiori

TOTALIZZAZIONE DEI CONTRIBUTI: LA SCELTA DEI PROFESSIONISTI

di Michel Maritato (*)

Con la riforma del Welfare (legge 247/2007) è diventata più facile la cosiddetta totalizzazione grazie alla quale si possono sommare gratuitamente ai fini della pensione contributi versati in fondi diversi. Come testimoniano le numerose lettere che ogni mese giungono in redazione, la categoria maggiormente interessata è quella dei liberi professionisti, per i quali la ricongiunzione a pagamento resta una chimera, visti i costi da capogiro dell’operazione. Nella maggior
parte dei casi anche oggi la totalizzazione si presenta come una scelta non facile. Prima di prenderla seriamente in considerazione il professionista deve valutate attentamente i pro e i contro, visto che non sempre risulta conveniente. Si tratta infatti di mettere sul piatto della bilancia da un lato i vantaggi dati da una forma pensionamento che permette di utilizzare tutti i periodi assicurativi e dall’altro un sistema di calcolo che, essendo ancorato nella maggior parte dei casi al sistema contributivo, può rivelarsi penalizzante. In questo numero, un aiuto per scegliere bene.

(*) STUDIO MARITATO
Viale Castrense 31-32
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TOTALIZZAZIONE DEI CONTRIBUTI: LA SCELTA DEI PROFESSIONISTI

di Michel Maritato (*)

Con la riforma del Welfare (legge 247/2007) è diventata più facile la cosiddetta totalizzazione grazie alla quale si possono sommare gratuitamente ai fini della pensione contributi versati in fondi diversi. Come testimoniano le numerose lettere che ogni mese giungono in redazione, la categoria maggiormente interessata è quella dei liberi professionisti, per i quali la ricongiunzione a pagamento resta una chimera, visti i costi da capogiro dell’operazione. Nella maggior
parte dei casi anche oggi la totalizzazione si presenta come una scelta non facile. Prima di prenderla seriamente in considerazione il professionista deve valutate attentamente i pro e i contro, visto che non sempre risulta conveniente. Si tratta infatti di mettere sul piatto della bilancia da un lato i vantaggi dati da una forma pensionamento che permette di utilizzare tutti i periodi assicurativi e dall’altro un sistema di calcolo che, essendo ancorato nella maggior parte dei casi al sistema contributivo, può rivelarsi penalizzante. In questo numero, un aiuto per scegliere bene.

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MINARETI: LA SVIZZERA DICE NO!

di Andrea Vitale (*)

E’ stato approvato con il 57% dei voti l’originale referendum svizzero per il divieto di costruzione di minareti, dove solo 4 dei 26 cantoni hanno respinto la proposta avanzata dalla destra nazional-conservatrice. Nonostante sia il governo che l’opposizione si fossero espressi contro quest’approvazione di iniziativa popolare verrà modificato l’articolo 72 della Costituzione volto a regolare i rapporti fra Stato e religioni, e pertanto sarà bandito la costruzione di questo simbolo della religione musulmana “per mantenere la pace fra i membri delle diverse comunità religiose”.
Un risultato inaspettato che ha richiamato l’attenzione di tutto il mondo: l’opposizione svizzera esaminerà la possibilità di propporre ricorso contro l’iniziativa alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, in quanto secondo loro il voto ha fatto leva sui pregiudizi delle persone oltre ad essere fortemente anticostituzionale. Contrario anche il mondo cattolico, dove dalla conferenza dei vescovi svizzeri si rende noto che questo risultato è «un ostacolo sulla via dell’integrazione e del dialogo interreligioso nel mutuo rispetto. Si è espresso anche Navi Pillay, L’Alto commissario Onu per i diritti umani: in un comunicato fa sapere che proibire costruzioni religiose è “chiaramente discriminatorio e ciò rischierà di mettere la Svizzera in collisione con i suoi obblighi internazionali riguardo i diritti umani”.

In Italia le opinioni sono diverse, anche all’interno della stessa maggioranza: dalla critica del Ministro Degli Esteri Franco Frattini nei confronti della scelta svizzera, all’euforia della Lega Nord che addirittura chiede di mettere il crocifisso nel tricolore italiano.
Quanto successo in Svizzera riflette solo quella spaccatura che è ormai parte del mondo che ci circonda: da un lato coloro che hanno una visione aperta e moderna, dall’altra una visione nazionalista e tradizionale del proprio Paese. Al momento, tutto ciò che l’Europa può fare è stabilire se un referendum nazionale possa o meno porre in discussione diritti fondamentali protetti da Trattati Internazionali, sempre che tali diritti siano posti in pericolo.

(*) Studente di Giurisprudenza all’Università di Torino

Racconto: “QUANTI ALBERI” (parte 3)

di Lucio Adriano Cito

A Rosario e a suo nonno Giovanni

3.“Quanti alberi
dobbiamo curare
perché il raccolto
sia abbondante
e non si faccia fatica
a trovare da mangiare?!!
Quanti alberi nonno
dobbiamo piantare perché ci sia da mangiare
per noi
e per tutte le famiglie
del villaggio?!!
Sai nonno, non manca stagione
che il tuo giardino
sia l’unico nel villaggio
che si colori di frutta !!!

…non manca stagione
che accolga uccelli in volo e nei nidi
…non manca stagione
che nelle giornate di sole non si plachi
la musica del quotidiano ronzio delle api del tuo alveare…”

Così parlava Rosario rivolgendosi a nonno Giovanni mentre si spostavano nel giardino
raccogliendo la frutta autunnale
e riempiendo prima una grande
e poi una piccola sporta.

Mancava poco e le sporte furono piene…
Solo quando ebbero superato l’imbocco della cisterna
e ormai erano vicini al cancello, pronti per uscire…
Il nonno fissò negli occhi Rosario.
Rosario, conoscendolo bene, capì che il nonno
stava finalmente rispondendo alle sue domande:
“Prendi Rosario le due sporte,
la più piccola portala sul tavolo vicino al camino in cucina …
poi prendi la più grande e portala fuori casa e …
alla prima persona del villaggio che incontri per strada
offri la frutta raccolta,
chiunque essa sia!!!
Dille che è da parte nostra.“

Racconto: “QUANTI ALBERI” (parte 2)

di Lucio Adriano Cito

A Stella e a suo nonno

2.
“Quanti alberi
dobbiamo piantare nonno
perché la tua vita si possa allungare
di un giorno, di un anno, di tanti altri anni ancora?!!
Quanti alberi?!! “
…Io sono piccola!!!
Mi piacerebbe che tu possa continuare a vivere a lungo,
farmi sognare con i tuoi racconti,
farmi divertire e giocare ancora con te.
Nonno ?!! Quanti alberi
dobbiamo piantare ancora insieme!??“

Così il nonno, guardando la piccola figlia, intenerito le sorrise e compiaciuto le disse:
“Promettimi Stella
che lì sulla collina
dove il declivio è nero, vuoto, ferito,
lì dove il bosco è stato incendiato…

…promettimi Stella che tu continuerai
a piantare tanti alberi
per restituire il bosco alla collina …
… promettimi questo!!!
E anche se io non ci sarò
farò in ogni modo per esserti accanto…
… farò in modo che tu possa sentire quanto ti sia vicino…
Io questo te lo prometto… !!!“

Poi, accarezzandole i lisci capelli,
fece cenno di continuare
e disse ancora alla sua piccola Stella:
“La buca è pronta … prendi l’albero!!!
per adesso piantiamone insieme
un alto ancora“.

Racconto: “QUANTI ALBERI” (parte 1)

di Lucio Adriano Cito

A Giacomo e a suo nonno

1. “Quanti alberi
dovranno morire
prima che i campi sulla collina,
i boschi in cima alla montagna,
diventino
un deserto di arse zolle,
e … l’inutile polvere si alzi al vento,
e si sparga senza limite
tra le aree assetate infertili
di questa terra ?!? 
Nonno !!! Quanti alberi ?!?“

Così pensava ad alta voce Giacomo
rivolgendosi al nonno……
…Suo nonno aveva approntato da poco una buca,
e con la zappa in mano ,
lo ascoltava attonito…

…Giacomo che si aspettava una risposta,
nell’incontrare lo sguardo immobile del nonno
d’un tratto preoccupato,
poi sereno e convincente,
che mirava lontano…
lontano…

oltre le colline, oltre le montagne,
oltre quel limitato orizzonte …
lontano…

…disse , tirando a sé quella poderosa mano paterna
e, richiamando la sua attenzione:
“Per adesso piantiamo un albero…
e poi forza !!!
prepara un’altra buca…
che ne piantiamo un altro ancora!!
!”

FILM: PUBLIC ENEMIES

di Francesco Losito (*)

America. Anni 30. Grande Depressione. Banche. Rapine. Caccia all’uomo. Si potrebbe introdurre così questo spazio dedicato al film Nemico Pubblico, ultima fatica del regista Michael Mann, il quale ha alle spalle film ormai impressi nella storia della cinematografia, come Manhunter (1986), in cui compare per la prima volta il personaggio di Hannibal Lecter; L’ultimo dei Mohicani (1992); Heat-La sfida (1995) con De Niro e Al pacino insieme; Collateral (2004).
Parole chiave, pezzi di puzzle che vanno a comporre un film ricco di suspense e anche di adrenalina, portando sul grande schermo la vita e le “gesta” di John Dillinger, il più pericoloso rapinatore di banche degli anni trenta in America.

TRAMA
Il film comincia con John Dillinger che porta a compimento l’evasione degli uomini della sua banda.

Il suo carattere, i successi inarrestabili e la sua determinazione creano intorno a lui una sorta di clima di invincibilità e un fascino che contribuiscono ad aumentare e diffondere la sua fama.
Dillinger si innamora della bella Billie Frechette e sogna di fuggire lontano con lei.
Ma la legge non resta ferma a guardare: viene costituito un gruppo speciale di agenti capeggiati da Melvin Purvis che danno il via ad una caccia all’uomo senza tregua  riuscendo, dopo vari tentativi, a catturare lui ed alcuni della sua banda.
Ben fatto si penserà: obiettivo raggiunto, rapinatori arrestati…No.
Dillinger riesce ad evadere dalla sua prigione, beffando le numerose unità poste a guardia del carcere e cerca di organizzare il suo ultimo colpo, che gli permetterà di
smettere con le rapine e fuggire lontano con Billie. Ma Billie viene fatta arrestare da Purvis, lasciando Dillinger solo e bloccando i suoi progetti.
A questo punto la caccia all’uomo diventa contemporaneamente una sfida personale tra Dillinger e Purvis, un inseguimento senza tregua, una corsa  tra due personaggi che sono entrambi protagonisti e antagonisti (a seconda del punto di vista).
E solo uno di loro riuscirà a vincere.

Il personaggio di John Dillinger, il cui ruolo inizialmente era stato proposto a Leonardo Di Caprio, è interpretato da un brillante Johnny Deep. Mentre Christian Bale, messi da parte i panni di Batman, indossa quelli di Melvin Purvis, il risoluto agente FBI.
Uno dei titoli con cui la Universal Pictures ha pubblicizzato l’uscita del film nell’Europa dell’Est è “Johnny D” che indica contemporaneamente John Dillinger e Johnny Deep.   

(*) Studente di Lettere Moderne all’Università di Bari

SPECIALE EPILESSIA 3 di 3

di Vincenzo Demaio (*)

DIAGNOSI E TERAPIA


La Diagnosi

 La diagnosi di epilessia si basa essenzialmente sulle informazioni ottenute dopo una dettagliata intervista fatta al paziente e a testimoni e su un corretto esame obiettivo neurologico. Il ruolo del neurologo, ed in particolare del neurologo epilettologo, è pertanto vitale, essendo rivolto anche ad escludere altre cause che spesso possono mimare una manifestazione epilettica, quali le crisi psicogene e le sincopi. Dall’altro lato, è altresì vitale il contributo del medico curante nel saper sospettare una crisi comiziale e nell’avviare il paziente ad un centro epilessia. Dopo questo primo essenziale passo clinico, il bilancio diagnostico di una epilessia comprende l’indagine funzionale più importante rappresentata dall’elettroencefalogramma (EEG), che registra l’attività elettrica cerebrale attraverso l’ausilio di elettrodi posti sul cuoio capelluto. Le anomalie registrate spesso sono svelate da alcune prove di attivazione (l’iperpnea e la stimolazione luminosa intermittente) e dall’effettuazione dell’esame durante il sonno o in privazione ipnica. L’EEG, tuttavia, non può mai determinare o escludere una diagnosi di epilessia, in quanto in un certo numero di pazienti questo esame può essere privo di anomalie oppure pazienti che non hanno mai avuto crisi epilettiche possono occasionalmente presentare attività parossistiche. La diagnosi di epilessia rimane, pertanto, soprattutto clinica. In certi pazienti, la diagnosi richiede la registrazione delle crisi attraverso un monitoraggio Video-EEG.

Questo esame consiste nella registrazione continua del paziente (attraverso il video) e dell’attività cerebrale (attraverso l’EEG), al fine di studiare le correlazioni nel corso delle crisi. I pazienti che richiedono questa procedura sofisticata sono quelli in cui la diagnosi clinica è poco chiara e quelli che richiedono una precisa localizzazione delle crisi per sottoporsi ad un trattamento chirurgico dell’epilessia. 
 Inoltre, di fronte ad una epilessia senza causa chiara, bisogna effettuare una esplorazione morfologica attraverso TC e, soprattutto, RMN cerebrale, con l’utilizzo di appropriate sequenze e dopo un’adeguata ipotesi anatomo-clinica. Infine, esami funzionali come la PET e la Spect cerebrale, soprattutto se critici, possono essere utili per localizzare meglio il focus epilettogeno.

La terapia
Il trattamento con farmaci anti-epilettici si intraprende solo dopo la diagnosi di epilessia.
Alle quattro molecole classiche che sono considerate come antiepilettici maggiori (fenobarbital, acido valproico, carbamazepina e fenitoina), dal 1991 sono stati commercializzati nuovi antiepilettici (tra gli altri, la lamotrigina, il levetiracetam e il topiramato). La scelta di un farmaco, effettuata dall’epilettologo, dovrà essenzialmente essere fatta in relazione al paziente e al suo tipo di epilessia. È, invece, essenziale il ruolo del medico curante nel monitorare i livelli plasmatici dei farmaci antiepilettici attraverso dei controlli seriati nel tempo e l’individuazione di eventuali effetti collaterali. È, pertanto, assolutamente necessaria la collaborazione tra l’epilettologo e il medico curante non solo per la diagnosi ma anche per la terapia.
  Il trattamento chirurgico dell’epilessia viene, invece, effettuato solo in casi selezionati (di solito pazienti farmaco-resistenti), dopo l’individuazione del focus epilettogeno e l’esclusione di eventuali deficit neurologici o neuropsicologici che possano derivare dalla rimozione della regione cerebrale che genera le crisi. Una equipe multidisciplinare (epilettologo, tecnico di neurofisiopatologia, neuro-psicologo, neuroradiologo, neurochirurgo) è chiamata a questo difficile e, nello stesso tempo, emozionante compito. I migliori risultati (anche superiori all’80%) sono ottenuti nelle epilessie del lobo temporale.
Le prospettive future
La ricerca sull’epilessia ha compiuto dagli anni degli studi di Jackson dei grossi passi in avanti. In particolare, i fattori di rischio e i meccanismi epilettogeni associati ai diversi tipi di epilessia sono stati correlati alle rispettive prognosi, consentendo l’affermarsi di strategie farmacologiche e chirurgiche. E’ stata recentemente anche proposta una revisione della Classificazione dell’epilessia sulla base della necessità di aggiornamento in relazione al continuo sviluppo dell’epilettologia nei suoi vari aspetti. Le sfide attuali e future riguarderanno soprattutto l’individuazione di nuovi farmaci antiepilettici, la caratterizzazione di epilessie lesionali di cui potrebbe essere previsto l’esito sfavorevole per prevenirlo con adeguati interventi farmacologici o chirurgici, e, infine, la definizione del ruolo dei geni nella patogenesi dell’epilessia.
A queste importanti sfide tutti siamo chiamati!

(*) Tecnico di Neurofisiopatologia presso la Casa Divina Provvidenza – Opera Don Uva – Bisceglie (BT)

SPECIALE EPILESSIA 2 di 3

di Vincenzo Demaio (*)

COSA E’!

L’epilessia è definita, attualmente, sulla concomitante presenza di due principali criteri:
1) clinico: presenza di crisi epilettiche;
2) evolutivo: tendenza delle crisi epilettiche a ripetersi.

Il verificarsi di una sola crisi non consente perciò di fare la diagnosi di epilessia, in quanto almeno il 5% della popolazione presenta almeno una volta nella vita una crisi epilettica. Infatti, una crisi epilettica può essere reattiva e riflettere una risposta del cervello ad un transitorio insulto come un trauma cranico, la febbre o un’improvvisa sospensione dell’alcol negli etilisti. Infine, le crisi epilettiche sono espressione di una disfunzione cerebrale e sono dovute alla concomitante presenza di eccessive, ipersincrone ed anormali scariche elettriche delle cellule nervose del cervello.


I tipi di crisi epilettiche
Una delle principali distinzioni tra i tipi di crisi epilettiche, già evidente nella Classificazione Internazionale dell’Epilessia del 1981, è quella tra crisi parziali  e generalizzate. Infatti, le crisi parziali o focali iniziano in una zona circoscritta di un emisfero cerebrale, le crisi generalizzate coinvolgono sin dall’inizio entrambi gli emisferi. Quando le crisi parziali non producono una perdita di coscienza sono dette semplici, altrimenti sono definite complesse. I segni e i sintomi delle crisi parziali semplici sono determinate dalla funzione dell’area corticale coinvolta dalla scarica epilettica. Di conseguenza, le crisi sono state divise in motorie (ad esempio, scosse miocloniche o contrazioni toniche), sensitive (ad esempio, formicolii o perdita di sensibilità), psichiche ed autonomiche (ad esempio, sensazione di nausea, ricordi illusori o stati sognanti, una sensazione uditiva). Una scarica epilettica che insorge in una parte del cervello può anche diffondersi ad altre parti vicine e lontane. Pertanto, le crisi parziali semplici possono evolvere in complesse, e le crisi parziali semplici e complesse in generalizzate, dando luogo alle crisi parziali secondariamente generalizzate.
Le crisi generalizzate, invece, possono essere convulsive e non convulsive.

Le crisi tonico-cloniche (o grande male) sono le crisi generalizzate convulsive più frequenti e compaiono all’improvviso, manifestandosi in tre fasi. La prima è quella tonica che dura 10-20 secondi, si associa spesso all’emissione di un grido e a immediata perdita di coscienza. Di solito, si caratterizza per una sostenuta contrazione che interessa tutta la muscolatura scheletrica del corpo. Progressivamente la contrazione muscolare si frammenta, conducendo alla seconda fase, la clonica, che dura circa 30 secondi e che si caratterizza per ampie scosse degli arti. Infine, vi è la terza fase, il “coma post-critico”, in cui vi è una risoluzione degli eventi motori e la presenza di una prolungata perdita di coscienza. Al risveglio, il paziente di solito lamenta cefalea, stanchezza e dolori muscolari.
Le assenze sono, invece, le crisi generalizzate non convulsive più frequenti, caratterizzate da una breve (di solito, meno di 10 secondi) e improvvisa sospensione del contatto, con sguardo fisso e, talora, associate ad automatismi gestuali semplici o lievi scosse palpebrali. La ripresa del contatto è questa volta rapida e l’elettroencefalogramma si associa a caratteristiche anomalie a tipo di punta-onda, bilaterali, sincrone e simmetriche, generalizzate, a 3-5 cicli/secondo.

Le Cause
Le cause delle epilessie sono estremamente eterogenee e risultano dalla combinazione di fattori genetici e di fattori acquisiti. In diverse circostanze l’uno o l’altro di questi fattori può predominare. La Classificazione Internazionale dell’Epilessia del 1989 ha diviso le crisi epilettiche in base alla causa in idiopatiche (o primarie, cioè senza una causa conosciuta), in sintomatiche (o secondarie, cioè con delle specifiche alterazione cerebrali strutturali) e in criptogenetiche (cioè sintomatiche, ma ad eziologia sconosciuta).
  Nelle epilessie idiopatiche, prevalgono le alterazioni genetiche, dovute di solito all’intervento in uno stesso individuo di più geni distinti (poligenicità) e possono anche essere su base famigliare. Da un punto di vista clinico, le crisi possono essere sia generalizzate (ad esempio, le assenze) che parziali (ad esempio, l’epilessia benigna dell’infanzia con punte centro-temporali) e interessano dei periodi limitati di età.
  Le epilessie sintomatiche, invece, pur potendo riconoscere anche una base genetica (ad esempio le malformazioni dello sviluppo corticale), sono dovute di solito ad una serie di alterazioni acquisite tra il periodo neonatale e i periodi successivi della vita. Le cause più comuni sono l’ischemia, i traumi, le infezioni, i tumori, le sostanze tossiche. La lesione più frequentemente osservata è la sclerosi dell’ippocampo (una lesione cicatriziale che si accompagna a perdita neuronale e gliosi), substrato della “sindrome del lobo temporale mesiale”, che è alla base di un numero elevato di epilessie temporali farmaco-resistenti. Non è completamente chiaro se la sclerosi dell’ippocampo sia la causa o la conseguenza di prolungate convulsioni febbrili.

(*) Tecnico di Neurofisiopatologia presso la Casa Divina Provvidenza – Opera Don Uva – Bisceglie (BT)

SPECIALE EPILESSIA 1 di 3

di Vincenzo Demaio (*)

INFORMARSI PER NON AVER PAURA

L’epilessia è una tra le malattie neurologiche più frequenti e rappresenta uno dei principali problemi di sanità pubblica, soprattutto in relazione alle diverse e numerose implicazioni psico-sociali e culturali che l’accompagnano. Nonostante l’elevata incidenza (40-70/100000 persone in Europa) e i grossi passi in avanti fatti nel campo scientifico, l’epilessia è ancora oggi poco conosciuta tra la popolazione generale e viene considerata spesso una malattia psichiatrica. Le persone affette da epilessia, infatti, continuano ad essere discriminate e gli atteggiamenti verso gli epilettici sono influenzati dal livello conoscitivo estremamente limitato della malattia. Dall’altro canto, il paziente epilettico e la propria famiglia tendono talora a nascondersi e celare la presenza di questa malattia, contribuendo, seppur indirettamente, alla sua scarsa conoscenza o “male-informazione”.


L’epilessia nella storia

Sin dai tempi antichi, l’epilessia (dal greco “epilambanein” che significa “essere sopraffatti, essere colti di sorpresa”) è stata ben documentata e la natura intermittente e drammatica degli attacchi epilettici ha inevitabilmente contribuito a considerare l’epilettico come “posseduto”, affetto da un “male sacro”. Il codice di Hammurabi, datato 1780 a.C., stabiliva che la persona con epilessia non poteva sposarsi o testimoniare in tribunale, mentre Ippocrate verso il 400 a.C. scriveva che il male sacro, segno dello sdegno degli dei, non gli sembrava possedere “nulla di più divino e di più sacro delle altre malattie, né nella sua natura, né nella sua origine”. Al tempo dei romani, la comparsa di una crisi epilettica in un partecipante ai comizi -le assemblee della magistratura- era un avvenimento che poteva rimettere in causa gli affari di Stato. Il morbus comitialis era pertanto oggetto di timore e repulsione.

Nel mondo cristiano, la credenza, condivisa da molti monaci latini e greci, che gli epilettici “erano indemoniati” e che l’epilessia era causata da uno “spirito muto e sordo” domina fino al tardo Medioevo. Tanto più che un passaggio del Vangelo di San Marco descrive in maniera accurata una crisi tonico-clonica generalizzata in un bambino e conclude che “era posseduto da uno spirito impuro muto”. Solo al tempo dell’Illuminismo, nel tardo XVII secolo, iniziò la lotta contro il soprannaturale e l’occulto, culminando nel rifiuto dell’influenza del demonio. Bisogna aspettare, però, solo la seconda metà del XIX secolo affinché l’epilessia possa definitivamente passare dal dominio della psichiatria, in cui era caduta nel XVII e XVIII secolo, a quello della neurologia, grazie alla stupenda opera di John Hughlings Jackson (1825-1911). Infine, si giunge al XX secolo, durante il quale si è posta la base dell’epilettologia moderna con notevoli progressi effettuati nel campo della diagnosi, con l’introduzione dell’elettroencefalogramma e la correlazione elettro-clinica fatta a Marsiglia da Gastaut e Tassinari; nel campo della terapia, non solo medica . Infatti i lavori di Penfield e Jasper a Montreal rappresentano la base del trattamento chirurgico dell’epilessia, i lavori di Bancaud e Talairach a Parigi con l’utilizzo di elettrodi direttamente impiantati nel cervello hanno permesso la conoscenza dell’origine e della propagazione della scarica elettrica nei tre piani dello spazio.
  La storia fornisce anche numerosi esempi di personaggi illustri affetti da epilessia o che presentarono occasionali crisi epilettiche: filosofi (Socrate), strateghi militari (Alessandro il Grande, Giulio Cesare e Napoleone), santi (S. Paolo), artisti e uomini di lettere (Van Gogh, Flaubert, Dostovesky), geni del pallone (Ronaldo, che ebbe una crisi epilettica verosimilmente generalizzata prima della Finale di Coppa del Mondo del 1998 in Francia).

(*) Tecnico di Neurofisiopatologia presso la Casa Divina Provvidenza – Opera Don Uva – Bisceglie (BT)

LA RISPOSTA AGLI STIMOLI (DALLA TESI DI LAUREA DI VITO FRACASSO)

di Vito Fracasso (*)

I potenziali evocati sono esami non invasivi che studiano la risposta del sistema nervoso ad uno stimolo sensoriale. In relazione al sistema sensoriale stimolato si possono dividere in potenziali evocati somatosensoriali (PESS), visivi (PEV), acustici (PEA). Questi tipi di potenziale evocato studiano le vie afferenti, cioè le vie nervose che dalla periferia portano informazioni verso l’encefalo. Un altro tipo di potenziale evocato è il potenziale evocato motorio (PEM): in questo caso si valutano le vie motorie efferenti, che cioè portano le informazioni dalla corteccia cerebrale verso i muscoli.

I potenziali evocati vestibolari miogeni oculari rappresentano una metodica recente e relativamente semplice che completa lo studio della funzionalità vestibolare, valutando la componente otolitica. La risposta OVEMP a breve latenza può essere evocata da suoni di elevata intensità, siano essi click o, meglio, toni di media frequenza, presentati per via aerea, mediante cuffia, o per via ossea, attraverso uno stimolatore applicato alla mastoide e registrata mediante elettrodi di superficie perioculari.
Nei soggetti “sani” che guardano verso l’alto gli elettrodi posti sotto l’occhio controlaterale alla stimolazione registrano la risposta con picco principale negativo. Poiché tale risposta è assente in pazienti con perdita bilaterale della funzionalità vestibolare ed udito conservato ed è, invece, conservata nei soggetti con profonda ipoacusia ma preservata funzionalità vestibolare è possibile  supporre che l’origine di questo potenziale sia vestibolare. Poiché ha massima ampiezza quando è registrata da elettrodi posti al di sotto degli occhi mentre il soggetto guarda verso l’alto con l’occhio addotto è probabile che il muscolo extraoculare (estrinseco) attivato sia l’obliquo inferiore.  La presente ricerca si prefigge di mettere a punto una tecnica di stimolazione e di registrazione dei potenziali evocati vestibolari miogeni oculari (OVEMP) in un gruppo di soggetti sani di diverse fasce d’età, al fine di poter ottenere componenti ben riproducibili ed affidabili, utili per la determinazione dei parametri di normalità. Sono stati sottoposti alla registrazione dei potenziali evocati vestibolari miogeni oculari 34 soggetti sani di età compresa tra i 21 ed i 61 anni, 19 femmine e 15 maschi, tutti con normale funzionalità vestibolare e normoacusici alla determinazione della soglia psicoacustica al click.

Lo stimolo utilizzato era costituito da un tono lineare di frequenza 500 Hz, 3 ms di durata erogato monoauralmente attraverso una cuffia all’intensità di 132 dB SPL. Gli elettrodi di registrazione, costituiti da coppette di argento clorurato, sono stati posizionati al di sotto di ciascun occhio, previo leggero sfregamento della cute con pasta abrasiva al fine di ridurre il più possibile la resistenza all’interfaccia cute-elettrodo. Si poneva particolare attenzione a mantenere le impedenze interelettrodiche ben bilanciate ed inferiori a 5 KOhm, evitando la formazione di ponti di pasta conduttrice tra l’elettrodo attivo e quello di riferimento. L’elettrodo attivo era fissato in prossimità della palpebra inferiore di ciascun occhio; quello di riferimento circa 2 cm più in basso, ed in modo che il centro della coppetta fosse in linea con la pupilla quando il soggetto era in posizione primaria di sguardo (in accordo con quanto riportato in letteratura).  Durante il test il soggetto giaceva supino su di un letto, con la testa leggermente iperestesa, ed aveva il compito di rivolgere lo sguardo all’indietro per fissare, per tutta la durata della stimolazione, una mira rossa di 2 cm di diametro posta a circa 60 cm dal nasion, in modo tale che la linea di fissazione sottendesse un angolo di 30° con il piano .
Un esempio tipico di tracciato OVEMP è mostrato in figura, in cui sono evidenziati anche i principali picchi analizzati (P1, N1, P2, N2). Non è stato osservato alcun tipo di artefatto in grado di contaminare le tracce OVEMP.
Quando i valori di impedenza delle due coppie di elettrodi risultavano tra loro sbilanciati – pur rimanendo entro gli usuali limiti osservati per altri test di potenziali evocati – l’effetto visibile sulle tracce registrate consisteva in una notevole asimmetria dell’ ampiezza picco a picco di tutte le componenti, essendo tale parametro maggiore nel lato in cui l’impedenza della coppia di elettrodi era più bassa. Il mantenimento di impedenze interelettrodiche basse e ben bilanciate tra loro costituisce un requisito tecnico fondamentale al fine di ottenere risultati robusti ed affidabili, e pertanto non deve essere assolutamente sottovalutato.
Nel  corso di una delle sedute preliminari rivolte alla definizione del setting operativo (dei parametri di stimolazione e registrazione), una particolare attenzione è stata rivolta ad individuare quale direzione di sguardo fosse la più adatta per ottenere le componenti dell’OVEMP di maggiore ampiezza.
In uno dei soggetti testati sono state effettuate diverse registrazioni durante 3 diverse condizioni di direzione dello sguardo: verso l’alto, posizione primaria, verso il basso, registrazione ad occhi chiusi. L’OVEMP che ha evidenziato la maggior ampiezza delle componenti è stato quello ottenuto in posizione supina, ad occhi aperti, con lo sguardo diretto verso l’alto.

(*) “I POTENZIALI EVOCATI VESTIBOLARI MIOGENI OCULARI (OVEMP) NEI SOGGETTI NORMALI” – Dalla Tesi di Laurea di Vito Fracasso, Tecnico di Neurofisiopatologia all’Università di Pavia