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L’HENNE E IL DECAPAGGIO

di Veronica D’Eramo (*)

L’ Henne è un arbusto alto due o tre metri, dalla corteccia biancastra, originario dell’ Africa nord – orientale. Attualmente è coltivato nell’Asia Minore, nel Nord Africa, nell’Iran, India e Australia.
Le foglie essiccate e polverizzate vengono utilizzate per colorare i capelli. Danno diverse sfumature dal rossiccio all’arancio a  seconda delle piante da cui sono estratte, dall’annata e dall’intensità del loro potere colorante. La polvere di Henne, talvolta, viene anche unita a Sali metallici per assicurare una colorazione più duratura. L’ Henne crea una pellicola intorno al capello  impermeabilizzando e rendendo molto difficoltosa, spesso impossibile, l’applicazione di prodotti decoloranti (quindi di decapaggi), di colorazioni ad ossidazione e di permanente.
Se si desidera realizzare un decapaggio su di una capigliatura con Henne o con dei residui è bene effettuare una prova preliminare utilizzando Efassor + Ossidante a 20 volumi su una ciocca.
    a. Se la ciocca si scalda e fuma, ci sono dei Sali metallici; quindi astenersi dal decapaggio e da eventuali applicazioni di colorazioni.
    b. Se la ciocca non schiarisce ma il rosso si attenua ci troviamo di fronte ad Henne naturale per cui capelli sono impermeabilizzati. Difficilmente essi si schiariscono con il decapaggio e prenderanno il colore, il riflesso o la permanente. L’unico servizio da effettuare è la colorazione diretta ( Renovative, Jeunesse Reflets Plus, Jeunesse Epicea ).

    c. Se la ciocca presenta ogni evidente schiaritura si potrà procedere al decapaggio.

ATTENZIONE: Le stesse note valgono nel caso di colorazione progressive.

(*) Docente presso l’Accademia UNFAASM

TALENT SCHOOL: UNA WEB TV CONTRO IL DISAGIO GIOVANILE

di Silvia Quaranta (*)

Cercavamo un modo efficace e innovativo per trattare tematiche relative all’adolescenza – spiega Emanuela Rampelli, responsabile del progetto per il Ministero della Gioventù –, un approccio diverso che ci permettesse di avvicinarci ai ragazzi usando il loro linguaggio, comunicando attraverso i mezzi che loro usano: quindi internet, i telefonini, l’high tech». E così è nato Talent School (che il Ministero della Gioventù ha affidato all’Istituto per gli Affari Sociali), il cui nome richiama tutto meno che il concetto di disagio. Ma forse è proprio questa la linea guida dell’iniziativa: creare qualcosa di diverso sia dalla lezione in classe, sia dallo “sportello dello psicologo”, che tende proprio a porre in una situazione di imbarazzo chi ci si rivolge. Come suggerisce la Rampelli: «è necessario spingere i ragazzi a partecipare attivamente alla discussione, stimolare la loro voglia di approfondire. Se ben sollecitati, contrariamente a come molti pensano, hanno idee e contenuti nient’affatto superficiali, ma anzi molto profondi».
Talent School ha preso il via a marzo del 2008, ma le attività nelle scuole sono iniziate a settembre dell’anno scolastico corrente. Si tratta di un progetto pilota, al momento sono state coinvolte venti scuole superiori presenti in sei regioni diverse. Si tratta di scuole di diverso indirizzo (licei, istituti tecnici, psicopedagogici, artistici) e provenienti da diverse realtà: dalle grandi città (come Roma, Firenze, Milano) sino alle più piccole (come Anagni, Teano, Avezzano), si tratteranno temi relativi al disagio, alla droga, al bullismo, tutti appositamente selezionati da un’equipe di psicoterapeuti.

Il progetto è organizzato in tre fasi: la prima comprende un’analisi che mira ad individuare e approfondire le ragioni del disagio; la seconda consiste in un successivo approfondimento, condotto  con l’ausilio di uno psicoterapeuta; la terza, infine, prevede la realizzazione di una rappresentazione per permettere ai ragazzi di esprimere ciò che hanno elaborato nelle fasi precedenti. I temi affrontati dai gruppi di lavoro prenderanno forma attraverso vari linguaggi espressivi tra cui la musica, la danza, la recitazione, la pittura. Le attività degli studenti verranno riprese dai tecnici che gireranno periodicamente per le scuole e, successivamente, trasmesse in forma di “minipuntate” grazie alle web tv di cui ogni scuola è stata dotata.
Da settembre a oggi si è già lavorato molto e i primi frutti sono già visibili: «la risposta è stata buona, i ragazzi partecipano, approfondiscono, hanno pensieri» – continua Emanuela Rampelli – «l’immagine di sé che ci stanno consegnando è estremamente positiva. Vorrei ringraziare pubblicamente le scuole: è un lavoro molto faticoso per gli insegnanti che hanno aderito, può incidere sulla didattica. Chi ha aderito ha dimostrato di volersi mettere a disposizione e di avere a cuore la formazione dei giovani. Molti docenti stanno sacrificando tempo ed energie per la formazione dei giovani, a cui viene data grande importanza. A loro va il mio ringraziamento».

(*) Studentessa di Lingue all’Università “Sapienza” di Roma, Vicepresidente dell’associazione “La Testata” e attivista “Azione giovani”

IL PROCESSO DI BOLOGNA: QUESTO ILLUSTRE SCONOSCIUTO

di Silvia Quaranta (*)

In questi giorni, tra le pareti universitarie, si è spesso sentito parlare del così detto “processo di Bologna”. Per meglio dire, se ne è spesso letta la dizione qua e là, tra gli striscioni dei collettivi studenteschi.  Poi dire che se ne è parlato sarebbe forse un po’ eccessivo: sia perché non è un tema su cui si sia creato molto dibattito o informazione, sia perché, proprio per questo, non è in realtà un argomento su cui lo studente medio è molto informato.  È dunque per far luce su questa oscura definizione che mi accingo a riassumerne, nel modo più chiaro e sintetico possibile, la storia e gli obiettivi.
Il Processo di Bologna è stato lanciato dall’omonima Dichiarazione, sottoscritta il 19 Giugno 1999, con lo scopo di rendere facilmente spendibili all’estero i titoli accademici acquisiti nei diversi stati, promuovere la mobilità degli studenti, degli insegnanti e  dei ricercatori, offrire una base di conoscenze che contribuiscano ad assicurare lo sviluppo economico e sociale dell’Europa, costruire ponti tra paesi e sistemi di istruzione diversi. La Dichiarazione è stata firmata da 29 paesi, di cui i 15 Stati membri dell’Unione europea (UE) dell’epoca, 9 paesi che entreranno nell’Unione europea il 1° maggio 2004, Cipro, l’Islanda, la Norvegia, la Confederazione svizzera e, inoltre, Bulgaria e Romania. Attualmente, al Processo di Bologna partecipano più di quaranta paesi, con il sostegno di alcune organizzazioni internazionali.
La realizzazione degli obiettivi preposti si muove su due piani: nazionale e internazionale.

A livello nazionale sono chiaramente coinvolti i governi di ogni paese aderente (e, in particolare, del Ministro dell’Istruzione);  partecipano inoltre, sempre sul piano nazionale, la Conferenza dei Rettori o altre Associazioni di istituzioni di istruzione superiore, le Organizzazioni studentesche e, in alcuni casi, anche le Agenzie per l’assicurazione della qualità, le Associazioni imprenditoriali o altre organizzazioni di rilievo.
A livello internazionale vi sono varie modalità di collaborazione e varie strutture che contribuiscono all’avanzamento del processo. Innanzitutto, i Ministri dell’Istruzione dei paesi partecipanti si incontrano ogni due anni per fare un punto della situazione, confrontarsi e stabilire le priorità per il biennio successivo. Nei periodi intercorrenti tra le conferenze ministeriali un ruolo fondamentale è svolto dal cosiddetto “Bologna Follow-up Group” (Gruppo dei Seguiti di Bologna), che si riunisce due volte all’anno ed è composto dai rappresentanti di tutti i paesi firmatari e dalla Commissione Europea .  Svolgono il ruolo di membri consultivi, inoltre, una serie di altri enti ed associazioni che si occupano di Università (es. l’EI, l’ESU, l’UNESCO-CEPES e Business Europe ecc).
Il Processo, concludendo, si prefiggeva, entro i 2010, la realizzazione di uno Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore coerente e coeso.
Alcune associazione studentesche (i Collettivi e le varie “Onde”) si sono opposte e continuano ad opporsi a determinati aspetti del Processo, che giudicano criticamente. In particolare, accusano le manovre internazionali di portare l’Università pubblica sulla strada della privatizzazione e si scagliano contro la scarsa attenzione – secondo loro – dedicata ai “Dottori di Ricerca”, coloro che hanno conseguito un Dottorato dopo la Laurea, e che spesso rischiano di rimanere fuori dal mercato universitario, poiché rispetto ad un comune laureato percepiscono uno stipendio maggiore.

(*) Studentessa di Lingue all’Università “Sapienza” di Roma, Vicepresidente dell’associazione “La Testata” e attivista “Azione giovani”

SE È TARDI A TROVARMI, INSISTI

di Lucia Gemma (*)

“Se è tardi a trovarmi, insisti. Se non ci sono in un posto cerca in un altro,
perchè io son fermo da qualche parte ad aspettare te.”
(Walt Whitman)

Mio amore,
più volte mi sono persa nel tramonto di quest’attesa. Accecata dal bagliore del tuo cuore… l’ho contemplato. Ho temuto che tu non potessi vedermi lì, sulla marea spumeggiante del mio orgoglio. E sono fuggita lontano.
Ho corso tanto, in preda alla sconfitta che mi prendeva tutta. Portavo indosso il peso della mia anima, ormai stemperata di te. Un bosco buio, spento e lugubre mi attendeva. Eppure tutto pareva calma, pace. Ogni tanto un rapido fruscìo di paura metteva alla prova il mio coraggio. Stringevo i denti, parlavo alla luna perché mi indicasse il sentiero. Invocavo la sua carità, come potevo apparirle in fondo? Una fragile immagine sfocata, limpida incertezza del divenire… Ma tanto ferrea nel suo vagare.
Oh luna, tu quella notte non mi hai abbandonata!
Hai lasciato che il tuo chiarore stillasse ausilio. E io l’ho accolto. Mi hai condotto per steppe smisurate e angosciose, accertando la mia folle volontà.

In tutta quella miseria, solo un inarrestabile strepito dentro me: il mio cuore. Si, il suo vibrante battito si schiudeva all’amore. Muto, lo invocava. Imperterrito, scrutava l’aspetto di quella mestosa radura che gli si apriva dinanzi.
Ho creduto di avere paura e di restare sola. Ho creduto che il vento mi avesse spinto oltre ogni possibilità. Invano.
Erravo.
Un dolce profumo di camelie mi conduceva al di là del pensiero. E vagavo silenziosa, nel firmamento dei cuori. In cerca del tuo. Ho lasciato fermentare le immagini di te, del tuo viso, delle tue mani. Seppur io ti desideri tanto, tu tardi a raggiungermi. Stiamo muovendo nella giusta direzione? E’ lo stesso amore che tiene per mano entrambi? Ho attraversato vastità infinite di emozioni, in cerca di quell’unica, maestosa e carezzevole balìa di te. Ho spento l’orgoglio, mio amore. Non ne resta che sporca cenere. E quando tu sarai sull’orlo della luna, osservami. Io sarò lì, scintillante di gioia. Cosa sei tu, inesorabile preludio di me, ineffabile e leggera cascata di poesia?
Trabocco di speranza per te. Sogno attimi di agognata felicità tra le tue braccia. Respiro scardinate libertà di baci e baci. Scendi lungo la scala di rintocchi che ti conduce a me. Ecco i miei occhi, saranno mentore del tuo cammino.
Non mi hai perduta…
Io non attendo che te, mio amore.

(*) Studentessa di Lettere Moderne all’Università di Foggia

AUFIDERSEN BERLINO: UNA CITTA’ DA VIVERE

di Andrea Vitale (*) 

Sconvolgente e rilassante. Conservatrice e moderna. Leggendaria ed esclusiva. Non ci sono parole esatte per descrivere Berlino, una cosa è certa: non passa inosservata. Basta fermarsi per un semplice weekend per rimanere innamorati di questa città e capire quanto ancora siamo tanto indietro in Italia: l’antico e il moderno convivono perfettamente e l’espressione massima di questa unione la si riscontra nello stesso simbolo del potere politico nazionale, il “Reichstag” sede del governo alla cui sommità si può notare una splendida cupola in vetro progettata da sir Norman Foster e da cui è possibile scrutare tutta la città; la splendida “porta di Brandeburgo” che fece da sfondo alla folla festante della nuova Germania riunificata; il “Checkpoin Charlie”, un tempo punto di contatto fra la Berlino est e quella ovest; l’ “east side gallery”, uno dei pochi tratti del muro ancora in piedi; il “Sony center”, uno splendido complesso di palazzi di vetro in cui è la tecnologia a far da padrona; il “parco del tiergarten”, infinitamente esteso e luogo perfetto per una passeggiata rilassante, al suo interno nella zona ovest si può trovare lo “zoo”, incantevole anch’esso.

Insomma le attrazioni di giorno di certo non mancano, e la stessa cosa può esser detta per la notte: una città da vivere in tutti i quartieri, con una serie di splendidi locali nel quartiere centrale di Mitte, cuore pulsante della zona più benestante. Ma ciò che più sconvolge e ci fa notare la gran differenza col nostro Paese è l’efficienza dei servizi pubblici: fitte reti ferroviarie e metropolitane tagliano la città, e la puntualità è all’ordine del giorno.
Abbandonando la città e trasferendoci nell’isolata cittadina di Oranienburg è possibile visitare il campo di concentramento di Sachsenausen dove vi furono deportati oltre 30.000 ebrei per i fatti storici purtroppo a tutti noi noti, perché anche questo fa parte di Berlino, una città che è riuscita a costruire il suo futuro sulla base del proprio passato rinascendo dalle proprie ceneri. Berlino, una città da vivere.

(*) Studente di Giurisprudenza all’Università di Torino

LA PRINCIPESSA CHE CREDEVA NELLE FAVOLE DI M. G. POWERS

di Angela Lombardi (*)






Questa è la storia di una principessa, e non di una qualunque. Una principessa speciale, di nome Victoria, che è la stessa idilliaca sognatrice, che vive dentro ognuno di noi. Come tutte le principesse, Victoria ha vissuto giorni felici e indimenticabili nella sua infanzia, tra le note de “Un bel giorno il mio principe arriverà” uscenti dal suo melodioso carillon, e la sua cara e dolce Vicky, sua amica immaginaria, che poi scopriremo essere niente meno che la voce più profonda del suo cuore. Victoria trascorre giornate splendide in giardino tra verdissimi arbusti e fiori variopinti, danzando e cantando, incurante del mondo circostante e delle regole regali, alle quali sarebbe dovuta sottostare. Ma il tempo passa per tutti, e così, anche la principessa deve crescere, il mondo degli adulti non accetta i suoi sciocchi sogni e i suoi banali pensieri o paure, rinchiude perciò la piccola Vicky in una stanza per poi mettere via la chiave promettendosi di non cercarla mai più. Passano gli anni ed un bel giorno, la nostra principessa dai lunghi e fluenti capelli dorati, incontra un affascinante principe dai capelli e gli occhi corvini, e un corpo possente. Eccolo! Finalmente è arrivato! Il nostro tanto agognato principe è venuto a salvarci da questo mondo tedioso e incurante dei nostri sogni. A dispetto di tutto e tutti, è arrivato. Liberata la piccola Vicky dallo stanzino, Victoria  vive finalmente come in un incanto, presa così follemente dall’amore per il suo amato Principe Azzurro che la riempie di attenzioni e le regala quotidianamente splendide rose purpuree. Ben presto però, la nostra dolce principessa scoprirà che il suo principe non era poi così ceruleo.

“Devi smettere di danzare Victoria”, “non è il caso che una principessa come te si dedichi alla cucina”, “è inammissibile che tu reciti in una compagnia teatrale”, e “non mi dedichi abbastanza tempo”, “devi smetterla di sognare” e fà questo, e fà quello… e addio alla nostra cara principessa. Svaniti i suoi sogni e i suoi desideri, non vi resta che una moglie sottomessa, poco amata e in ogni cosa disprezzata. Victoria non riconosce più il suo principe, che non le regala rose e non la fa sorridere come una volta. Adesso ci sono solo lacrime. “Siamo noi il problema”, “è tutta colpa nostra”, continua a ripetere Vicky alla principessa. Ma Victoria è confusa, sa che da qualche parte il Principe Azzurro è ancora lì, dentro di lui, è solo preda di un brutto incantesimo da cui lei lo libererà. Parte così per una  magica avventura alla ricerca della verità. Il suo principe è la ragione della sua esistenza, deve solo capire in cosa lei stia sbagliando e in cosa, invece, deve cambiare. Le due fanciulle passeranno così moltissime peripezie, prima di poter conoscere la realtà. Dovranno camminare sul Sentiero della Verità, nuotare nel Mare delle Emozioni, attraversare la Terra delle Illusioni, la Terra di ciò che è, fare una passeggiata lungo il Viale dei Ricordi, ed infine giungere al Tempio della Verità. Scopriranno così, che fare ciò che è meglio invece di ciò che si desidera è sinonimo di maturità e che la vita non ci viene donata insieme ad una garanzia perciò un’opportunità la si può sfruttare o ignorare del tutto; capiranno che il mare e la vita si assomigliano molto, basta rilassarsi e lasciarsi andare per restare a galla, si può quindi rimanere stupiti di quante cose si possono riuscire a fare con solo un briciolo di fiducia in più; noteranno che i dubbi e le paure spesso ci impediscono di vedere ciò che in realtà è ovvio e che le continue sfide di ogni giorno ci consentono di apprendere la verità. Le lezioni più grandi quindi, arrivano sempre dai tormenti più intensi. Adesso Victoria sa. Vicky sa. Sono un’unica meravigliosa persona. La principessa doveva affrontare tutto questo per capire che non c’è niente che non va in lei. Niente. Noi siamo ciò che siamo ed è nella nostra imperfezione che siamo unici. Dopo tutto ci vogliono sia il sole sia la pioggia per fare un arcobaleno. E lei lo è. Un bellissimo arcobaleno. Noi lo siamo. Non disprezziamo la principessina che è in ognuno di noi. Le favole possono realizzarsi. Con o senza il nostro agognato uomo ceruleo.

 

(*) Studentessa di Lettere Moderne all’Università “Aldo Moro” di Bari

ADDIO A GIOVANNI SCARALE, IL POETA DI PADRE PIO

di LG

“Così si spezza un nobile cuore. Buonanotte,
dolce principe, e possa un volo d’angeli
condurti al tuo riposo!”
(W. Shakespeare – Amleto)

SAN GIOVANNI ROTONDO. Il Gargano e il Meridione d’Italia piangono per la scomparsa di uno degli uomini più illustri del Sud di ieri e di oggi. Si tratta del poeta, scrittore e giornalista Giovanni Scarale, 81 anni, deceduto stamane per un male improvviso. Autore di numerose pubblicazioni, già consulente dell’Arnoldo Mondadori Editori, docente di lettere a San Giovanni Rotondo, a San Marco in Lamis e in varie parti d’Italia, politico e socialista di lungo corso, presidente del Comitato di Gestione USL e profondo conoscitore della figura e dell’opera di San Pio da Pietrelcina, lascia la moglie e due figli.
Garganico di San Giovanni Rotondo è l’iniziatore della poesia d’autore in dialetto sangiovannese. Le sue prime composizioni risalgono all’immediato secondo dopoguerra e circolano dattiloscritte fino a pervenire alla raccolta Sciure de roccia (1960). La prefazione di questo volume è addirittura affidata ad un altro “grande vecchio” della cultura garganica e meridionalista, Pasquale Soccio da San Marco in Lamis. Per la facilità del ritmo e l’incisività delle immagini molte di queste poesie vennere musicate e studiate nelle scuole elementari locali. Il lavoro poetico, imperniato su un’articolata ricerca psico-socio-storica della gente nel contesto del Promontorio, si è approfondito arricchendosi di altre motivazioni con altre sillogi La Terra mia (1963), Sotta l’ulme (1968), La voria (1993). Scarale ha poi pubblicato tantissimi libri e presentato centinaia di lavori letterari e lirici di scrittori e poeti garganici e non solo.

Domani 3 marzo 2010, alle ore 11.00, i funerali nella cittadina garganica. Il direttore e la redazione si associano al dolore di quanti lo hanno conosciuto ed amato.

LA TESTATA GIORNALISTICA 2DUERIGHE PIANGE IL SUO DIRETTORE L. ECHEONI

di Donato Francesco Bianco

Il telefono che squilla alle prime ore della mattinata, dall’altro capo del telefono, una voce più volte interrotta dalla forte emozione, il messaggio che passerà tra la linea telefonica è come una scarica elettrica, tra l’incredulità e lo smarrimento.

Il Direttore alle 22,00 del 9 aprile 2010 non è più tra noi, il messaggio è al quanto chiaro ma non comprensibile dalla nostra natura umana, la colonna portante di un tempio è ceduta, l’intero stabile traballa alla possente scossa di terremoto che da li si sta generando, producendo altre scosse non della stessa entità ma con altri effetti devastanti, per quanto concerne le nostre emozioni.

L’intero giornale rimane orfano del suo padre fondatore, un padre che con pazienza ha insegnato a tutti noi i veri principi del rispetto reciproco, moralità giornalistiche, apportando fondamenta solide e ben strutturate, nella complessa gestione redazionale.

Il racconto che ne viene fuori è di un uomo che con le sue immense qualità umane, ha creato un progetto, ne ha avuto l’elasticità mentale di evolverlo ed insegnarlo a chi in quel progetto ne ha creduto fin dal primo momento, i giorni a venire saranno molto più duri, l’assenza di un consiglio, una breve chiaccherata, idee che nascono e vengono confrontate o messe in pratica, tutto questo senza la sua guida sarà molto più difficile.

 

La nostra famiglia ha subito una grave perdita, ogni Redazione, Caporedattore e componente si unisce al dolore che ha colpito la famiglia naturale, ai figli e alla moglie, ricordando una massima che dalla morte del mio naturale padre porto costantemente avanti: un essere muore realmente quando non lo si ricorda più e in questo caso, il dolce ricordo lasciato dal nostro Direttore Leonardo Echeoni ci accompagnerà per sempre nei passaggi fondamentali della nostra vita.

Buon Viaggio mio grande Direttore, che gli angeli possano accoglierti con lo stesso amore che nella vita terrena, chi costantemente ti è stato vicino è stato in grado di dispensarti e che le nostre lacrime siano fertilizzante per la tua pace eterna.

I funerali saranno celebrati Lunedì alle ore 11,00 nella Parrocchia di S. Giustino in Viale Alessandrino 144 a Roma

Fonte: http://www.2duerighe.com/

DISASTRO PER LA POLONIA: DI CHI LA COLPA?

di Giuseppe Cocomazzi (*)

Nel 1940, in un periodo compreso tra il 3 aprile e il 19 maggio, gruppi giornalieri di circa 250 prigionieri polacchi vennero eliminati con un colpo di pistola alla nuca e gettati in una fossa comune scavata nel terreno della foresta di Katyn, nella Russia europea.  Mandante di quell’esecuzione di massa fu il dittatore Stalin, d’accordo con i gerarchi nazisti, che mirava ad estirpare la classe dirigente polacca, essendo le vittime degli ufficiali.
Alle 8.56 (10.56 in Russia) del 10 aprile,a settantanni da quell’avvenimento, l’aereo Tupelov 154M che si dirigeva a Katyn con a bordo il presidente polacco Lech Kaczy?ski, la moglie, altri 86 importanti membri dello delegazione e 8 piloti,si è schiantato durante la fase di atterraggio nei pressi di Smolensk. Il gruppo doveva partecipare ad una cerimonia commemorativa del massacro, ma l’impatto è stato letale, causando la morte di tutti i passeggeri. I corpi sono stati ritrovati.
Probabile cagione della sciagura è stata la nebbia. La tv russa afferma che la torre di controllo dell’aereoporto avesse avvertito il pilota di scarsa visibilità, consigliandogli di cambiare rotta. Nonostante ciò, il pilota ha proseguito lungo il tragitto originale, facendo quattro tentativi d’atterraggio, di cui l’ultimo si è dimostrato fatale.

Il modello scelto di aereo  non è nuovo a questi tragici epiloghi: altri 16 della sua serie, infatti, sono stati “artefici” di altrettanti disastri, provocando la morte di oltre mille persone in 15 anni.
In Polonia è stata indetta una settimana di lutto nazionale ed è stata comunicata l’elezione presidenziale anticipata, inizialmente prevista per ottobre.
“secondo disastro di Katyn” lo definisce Lech Walesa, nobel per la pace nel 1983; “sincere condoglianze al popolo polacco” sono espresse dal leader del Cremlino, Medvedev; anche l’Italia, nella persona del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, “si sente particolarmente vicina al popolo polacco con il quale condivide gli ideali europei e l’impegno di pace nella libertà”.
Ma di là dal più o meno sincero cordoglio che ogni uomo prova riflettendo su tali avvenimenti e a fronte della certezza che gli errori umani sono prevedibili e nascono nel momento stesso in cui si possono evitare, bisogna annotare che a far inorridire maggiormente della morte subitanea di un cospicuo numero di persone è la totale assenza di logicità (non che trovarne una possa aiutare),ovvero il completo dominio che il caso,il destino o la provvidenza che dir si voglia sembrano mostrare nei confronti dell’umanità. In fondo al nostro animo, sappiamo che non è la morte di ignare vittime, a noi sconosciute prima del tragico evento, che suscita paura, ma la possibilità che quelle ignare vittime possano essere molto vicine. Se dell’eccidio di Katyn conosciamo il colpevole, l’artefice e, in qualche modo, ne sentiamo la distanza,davanti a una fatalità, che può colpire chiunque e dovunque, a chi dobbiamo dare la colpa? Su di chi dobbiamo proiettare le nostre paure?  Chi ci può difendere? è la completa impotenza dell’uomo quando viene a scontrarsi con la casualità che ci riempie il cuore di angoscia e dispiacere, non la morte in sé. Come nel 1940, l’elitè del paese è stata distrutta, ma questa volta la malvagità dell’uomo non rappresenta una giustificazione, per quanto possa essere paradossale parlare di giustificazione. Non crederemo mai ad una malvagità cosmica,perderemmo ogni nostra certezza, tuttavia, di fronte a questa forza oscura, si deve ammettere che persino un Albert Fish risulterebbe un angelo. Allora, se davvero vogliamo sentire sincera solidarietà per le persone scomparse e le loro famiglie, rompiamo  quelle distanze che ci rassicurano e, per un attimo, immaginiamoci, seppur nel dolore, ancora fratelli.

(*) Studente di Lettere moderne all’Università di Foggia

Banche

E’ tornata a crescere la domanda di credito delle imprese e le banche usano criteri meno rigidi per concederli. A guidare la ripresa testimonia un’analisi di Bank Italia, sono soprattutto il Centro e il Mezzogiorno. Resta debole la domanda di credito delle famiglie.

Stalking

Le denunce per stalking aumentano: e ad aumentare a dismisura è anche il numero degli uomini che rientrano tra le vittime. Secondo i dati registrati dall’osservatorio Nazionale, le segnalazioni sono aumentate del 25% in un anno. In un caso su quattro, il perseguito è un uomo.

Malati terminali

Sono oltre undicimila i bambini italiani che risultano essere colpiti da malattie incurabili e che dunque necessitano di terapie palliative. Oggi le devono trascorrere in ospedale anziché a casa o in strutture residenziali apposite. E’ in discussione una legge alla Camera.

Signori si nasce

A volte nascere signori non basta. è il caso di Antonio de Curtis, in arte Totò, che tra i suoi titoli nobiliari può vantare quello di cavaliere del Sacro Romano Impero e la cui salma si trova in una cappella nel cimitero del Pianto a Napoli.

Semaforo verde

Semaforo verde dal 6 aprile, subito dopo Pasqua, per tentare l’accesso al nuovo pacchetto di incentivi contenuto nel decreto legge n. 40/2010 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 71 del 26 marzo.

PADRE PIO TRASLATO NELLA NUOVA CHIESA DI RENZO PIANO

di Antonio Lo Vecchio

Dopo le tante polemiche dei mesi scorsi, questa mattina è stato dato il fatidico annuncio: lunedì 19 aprile l’urna contenente i resti mortali di San Pio sarà traslata dalla cripta di Santa Maria delle Grazie, sepolcro del santo per oltre 40 anni, alla nuova  cripta dorata della nuova chiesa a lui intitolata.

La data del 19 aprile non è casuale: infatti la ricorrenza cade nel giorno del 5° anniversario della proclamazione di Benedetto XVI al soglio pontificio e soprattutto in concomitanza con il Capitolo Provinciale dei Frati Cappuccini.

A proclamare l’atteso annuncio è stato  mons. Michele Castoro, arcivescovo di Manfredonia–Vieste–San Giovanni Rotondo, direttore generale dei Gruppi di Preghiera di Padre Pio e presidente di Casa Sollievo della Sofferenza, nel corso di una  conferenza stampa alla quale hanno preso parte fr. Aldo Broccato, ministro provinciale dei Frati Minori Cappuccini della Provincia religiosa “Sant’Angelo e Padre Pio, Gennaro Giuliani, sindaco di San Giovanni Rotondo, Antonio Nunziante, prefetto di Foggia e fr. Antonio Belpiede, portavoce e vicario della Provincia religiosa “Sant’Angelo e Padre Pio” dei Frati Minori Cappuccini.

“La traslazione – ha dichiarato mons. Castoro – è stata decisa nel rispetto tradizionale del culto delle reliquie e avverrà nel pieno rispetto delle norme canoniche, avendo già ottenuto l’approvazione della Congregazione delle Cause dei Santi. La nuova collocazione permetterà ai tanti fedeli di sostare in preghiera in un luogo più ampio, accogliente e ricco di occasioni di riflessione per una rigenerazione spirituale, costituite dai mosaici di padre Rupnik, che impreziosiscono la rampa di accesso e la nuova cripta. L’urna verrà collocata nel pilastro centrale all’inizio dela Celebrazione Eucaristica, durante la quale avrà luogo anche la consacrazione dell’altare della chiesa inferiore”.

“Questo evento costituisce per noi Frati motivo di gioia, – le parole di fr. Aldo Broccato – perché rappresenta il compimento di un percorso progettuale iniziato con la costruzione della nuova chiesa e passato per l’esumazione, la ricognizione canonica e l’ostensione del corpo del nostro amato e venerato Confratello. La traslazione consentirà di esprimere ancora meglio la gloria a cui questo umile figlio di San Francesco è stato chiamato dal Signore, una gloria ufficialmente riconosciuta il 16 giugno del 2002”.

Non ha nascosto la sua emozione il sindaco Gennaro Giuliani: “In tutti noi c’è la consapevolezza che per San Giovanni Rotondo sarà un evento di portata storica. C’è la piana condivisione da parte delle istituzioni per quello che è un significativo passo verso la piena glorificazione della figura di San Pio valorizzata da questa basilica edificata in suo onore. E’ indubbio che abbandonare i luoghi della tradizione lascerà un po’ di smarrimento tra cittadini e fedeli, ma sono sicuro che la comunità capirà ben presto il senso di questo evento trasformandolo in una grande festa”.

Soddisfazione espressa anche dal Prefetto Antonio Nunziante il quale ha ribadito “l’attenzione dello Stato per questo grande evento. Come avvenuto per il passato sono sicuro che tutto sarà fatto nel pieno rispetto della sacralità dell’evento, per questo sono sereno nell’affermare che tutto andrà per il meglio confidando nell’aiuto e nella disponibilità di tutti”.