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    Vaccini: Tar Lazio respinge istanza Codacons contro decreto

    Il Presidente della Sezione III Quater del Tar del Lazio ha respinto l’istanza di misure cautelari urgenti, avanzata dall’Associazione Codacons, con riferimento alla previsione dell’adempimento agli obblighi vaccinali come requisito di accesso ai servizi educativi per l’infanzia ed alle scuole dell’infanzia, contenuta nel decreto-legge sui Vaccini. La circolare del primo settembre del Ministero della salute […]

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BANCHE DI CREDITO COOPERATIVO: UN BENE COMUNE

di Michele Caruso (*)

“Una giusta economia non dimentica mai
che non sempre si può risparmiare;
chi vuol sempre risparmiare è perduto”
(Theodor Fontane)

Oggi, di fronte ai mutamenti strutturali che interessano l’economia, la cultura, la società civile e finanche la vita materiale di ciascun individuo, anche i concetti di “locale” e di “territoriale” sono sottoposti ad un’ampia ridefinizione di senso e di significato. Ad essere oggetto di reinvenzione sono sia i processi materiali di creazione del valore economico a livello territoriale sia il sistema delle relazioni e significazioni tra attori che storicamente ha sostenuto ed accompagnato lo sviluppo locale. Più in generale, il territorio è al centro di un processo di riclassificazione sia che:
• lo si osservi dal punto di vista delle dinamiche economico–produttive che lo attraversano e che lo proiettano all’interno di relazioni aperte, pluralistiche, complesse;
• lo si interpreti da punto di vista “dell’identità e della cultura locale”, generata dalla crescente interdipendenza fra sistemi territoriali;
• lo si indaghi dal punto di vista della composizione sociale e delle nuove forme di esclusione e di povertà.

I nuovi processi socioeconomici, che soggiacciono al processo di ridefinizione del territorio, erodono gli storici paradigmi della coesione sociale e della partecipazione comunitaria. Occorre, quindi, un nuovo assetto territoriale che possa animare la ricerca di nuovi standard di vita e la costruzione di nuove forme di coesione sociale e di partecipazione “attiva” alla vita pubblica, economica e cultuale, e capace di accrescere i potenziali  a disposizione per lo sviluppo di un’economia artigianale, industriale, turistica e culturale nella forma delle aree a vocazione e specializzazione produttiva e di servizio.

Nella prospettiva di ri-aggiornare il sistema delle virtù civiche territoriali e i meccanismi di ridistribuzione delle risorse e delle opportunità prodotte a livello locale, un ruolo di rilievo è  storicamente assunto dalle banche -ed in particolare dalle Banche di Credito Cooperativo, dalle Banche Popolari e dalle Casse di Risparmio-, per quanto attiene lo sviluppo delle economie locali, la nascita ed il consolidamento dell’imprenditoria, ma anche la produzione di capitale sociale, di cultura e di iniziative tese a valorizzare il capitale “identitario” del territorio. Essere banca di “territorio” significa infatti saper riconoscere le vocazioni ed i bisogni del territorio ed agire professionalmente in “osmosi” con esso. In questo modo si innesca un circuito virtuoso di prossimità tra imprenditori e banche locali, che permette uno scambio continuo di informazioni, risorse ed innovazioni.

Le Banche di credito cooperativo non hanno fini di lucro perché hanno come unico obiettivo la ridistribuzione del guadagno e sono al servizio della comunità, della persona e del territorio. Con la riforma del diritto societario, l’operatività prevalente con soci -già regola di vigilanza- costituisce il fattore qualificante delle BCC. Nella normativa secondaria, i vincoli operativi delle BCC sono stati progressivamente allentati in relazione all’esigenza di consentire l’espansione dell’attività in segmenti di mercato più complessi, ferma restando la necessaria prudenza in comparti di operatività maggiormente esposti a rischi legali e di reputazione. Le Banche di Credito Cooperativo, aziende autonome sul territorio, appartengono, attraverso i soci, alle rispettive comunità che le hanno volute, create, fatte crescere. Sono, per così dire, patrimonio diffuso, spesso una eredità “sociale” che viene da lontano –ricordo che la prima Cassa Rurale vide la luce nel 1883– e che rappresenta davvero un bene comune. Ricordo anche che, secondo i principi della governance cooperativa, proprio per questa applicazione dei criteri di democrazia economica i soci non hanno la disponibilità del patrimonio aziendale, che è indivisibile e indisponibile per i singoli. Anche per questo loro essere banche senza scopo di lucro individuale, che reinvestono il risparmio là dove viene prodotto, rappresentano un “unicum” che a va riconosciuto e protetto nell’interesse comune.

 

(*) Studente di Ingegneria Gestionale all’Università “Sapienza” di Roma

BANCHE DI CREDITO COOPERATIVO: UN BENE COMUNE

di Michele Caruso (*)

“Una giusta economia non dimentica mai
che non sempre si può risparmiare;
chi vuol sempre risparmiare è perduto”
(Theodor Fontane)

Oggi, di fronte ai mutamenti strutturali che interessano l’economia, la cultura, la società civile e finanche la vita materiale di ciascun individuo, anche i concetti di “locale” e di “territoriale” sono sottoposti ad un’ampia ridefinizione di senso e di significato. Ad essere oggetto di reinvenzione sono sia i processi materiali di creazione del valore economico a livello territoriale sia il sistema delle relazioni e significazioni tra attori che storicamente ha sostenuto ed accompagnato lo sviluppo locale. Più in generale, il territorio è al centro di un processo di riclassificazione sia che:
• lo si osservi dal punto di vista delle dinamiche economico–produttive che lo attraversano e che lo proiettano all’interno di relazioni aperte, pluralistiche, complesse;
• lo si interpreti da punto di vista “dell’identità e della cultura locale”, generata dalla crescente interdipendenza fra sistemi territoriali;
• lo si indaghi dal punto di vista della composizione sociale e delle nuove forme di esclusione e di povertà.

I nuovi processi socioeconomici, che soggiacciono al processo di ridefinizione del territorio, erodono gli storici paradigmi della coesione sociale e della partecipazione comunitaria. Occorre, quindi, un nuovo assetto territoriale che possa animare la ricerca di nuovi standard di vita e la costruzione di nuove forme di coesione sociale e di partecipazione “attiva” alla vita pubblica, economica e cultuale, e capace di accrescere i potenziali  a disposizione per lo sviluppo di un’economia artigianale, industriale, turistica e culturale nella forma delle aree a vocazione e specializzazione produttiva e di servizio.

Nella prospettiva di ri-aggiornare il sistema delle virtù civiche territoriali e i meccanismi di ridistribuzione delle risorse e delle opportunità prodotte a livello locale, un ruolo di rilievo è  storicamente assunto dalle banche -ed in particolare dalle Banche di Credito Cooperativo, dalle Banche Popolari e dalle Casse di Risparmio-, per quanto attiene lo sviluppo delle economie locali, la nascita ed il consolidamento dell’imprenditoria, ma anche la produzione di capitale sociale, di cultura e di iniziative tese a valorizzare il capitale “identitario” del territorio. Essere banca di “territorio” significa infatti saper riconoscere le vocazioni ed i bisogni del territorio ed agire professionalmente in “osmosi” con esso. In questo modo si innesca un circuito virtuoso di prossimità tra imprenditori e banche locali, che permette uno scambio continuo di informazioni, risorse ed innovazioni.

Le Banche di credito cooperativo non hanno fini di lucro perché hanno come unico obiettivo la ridistribuzione del guadagno e sono al servizio della comunità, della persona e del territorio. Con la riforma del diritto societario, l’operatività prevalente con soci -già regola di vigilanza- costituisce il fattore qualificante delle BCC. Nella normativa secondaria, i vincoli operativi delle BCC sono stati progressivamente allentati in relazione all’esigenza di consentire l’espansione dell’attività in segmenti di mercato più complessi, ferma restando la necessaria prudenza in comparti di operatività maggiormente esposti a rischi legali e di reputazione. Le Banche di Credito Cooperativo, aziende autonome sul territorio, appartengono, attraverso i soci, alle rispettive comunità che le hanno volute, create, fatte crescere. Sono, per così dire, patrimonio diffuso, spesso una eredità “sociale” che viene da lontano –ricordo che la prima Cassa Rurale vide la luce nel 1883– e che rappresenta davvero un bene comune. Ricordo anche che, secondo i principi della governance cooperativa, proprio per questa applicazione dei criteri di democrazia economica i soci non hanno la disponibilità del patrimonio aziendale, che è indivisibile e indisponibile per i singoli. Anche per questo loro essere banche senza scopo di lucro individuale, che reinvestono il risparmio là dove viene prodotto, rappresentano un “unicum” che a va riconosciuto e protetto nell’interesse comune.

 

(*) Studente di Ingegneria Gestionale all’Università “Sapienza” di Roma

GOOGLE CHROME, IL PUNTO DI SVOLTA DELL’INFORMATICA

di Francesco Bruni (*)

Si chiama Google Chrome OS ed è il nuovo sistema operativo di casa Google. In realtà la sua presentazione ufficiale è di circa un mese fa, ma esso inizia a diffondersi adesso. Ora che si comprende l’innovazione del sistema.

Prima di addentrarci nel capire in cosa differisce questo sistema dagli altri, è opportuno capire cosa si intende per cloud compuntig. È quasi una moda parlare di questa nuova “tecnologia”, ma pochi davvero sanno cosa essa sia. Ed essendo Chrome OS basato su quest’idea, è opportuno spiegarla.

Per cloud computing si intende un insieme di tecnologie informatiche capaci di implementare in sistema di controllo di hardware e software collegati in remoto. Chiariamo il concetto con un esempio. Se avessi un algoritmo complesso da eseguire, riuscirei a velocizzare la procedura impegnando altre risorse fisiche collegate alla mia macchina attraverso una rete. E guadagnerei in termini di consumi, di tempo, di calcoli dovuti alla singola risorsa.
Condizione necessaria è la presenza di una rete. Ma, Internet è una rete. Complessa quanto si vuole, ma rimane pur sempre l’unione di macchine collegate tra di loro. Se riuscissi a sfruttare quest’idea del cloud computing riuscirei ad ottimizzare il mio tempo.

E allora ecco che vengono fuori i primi strumenti. Ubuntu, già nella precedente versione, offriva strumenti del genere. Adesso ha aggiornato gli stessi, rendendoli più preformanti.

Chrome OS fa un passo in più. Egli vorrebbe gestire un intero sistema operativo mediante con l’appoggio della Rete. Applicazioni, calcoli, processi, saranno gestiti mediante il Web. Ecco perché si parla di “applicazioni web”. Alla luce di quanto detto, si può immaginare quanto sia complessa la cosa.
Un sistema operativo, per definizione, ha comunque la sua interfaccia ed un suo kernel. Per quanto riguarda l’interfaccia si è pensata alla stessa di Chrome. Sobria, semplice, senza ulteriori ritocchi estetici. Per quanto riguarda il kernel, non si poteva non pensare ad un Kernel Linux. Il perché è insito nella filosofia del progetto. Si cerca di rendere quanto mai più flessibile un progetto di questo genere, in quanto si immagina esso come un qualcosa di rivoluzionario. Se a questo ci partecipano tutti, ciascuno nel suo piccolo, vien da sé pensare che i miglioramenti ci saranno a vista d’occhio. Un kernel Linux minimale. Non come quello delle più famosi distribuzioni “Ubuntu, openSuSE, Fedora..”, monolitico, con strumenti essenziali, tesi solo a lavorare in unione con il web. Il gestore dei pacchetti sarà sempre “APT”, che molti conoscono grazie ad Ubuntu, e il sistema, quindi, sarà sempre Unix-like.

Vista la massiccia presenza della banda larga nel mondo, visto anche il digital divide, che affligge per prima l’Italia, nonostante promesse di ministri e governi, vista la crescente scalata del mercato dei netbook, vista la forza con cui Linux cresce, questo sistema rappresenta un vero punto di svolta per tutta l’informatica.

ECCO A VOI IL LABORATORIO DI NEUROFISIOLOGIA DELLA CASA DIVINA PROVVIDENZA

di Vincenzo Demaio (*)

Le attività di studio scientifico del Laboratorio di Neurofisiologia della Casa Divina Provvidenza di Bisceglie (BT), per l’anno 2009, si concludono con la pubblicazione di tre importanti lavori .
I primi due si incentrano sullo studio clinico e video-poligrafico di pazienti affetti dalla Sindrome di Rett (RTT). La RRT è una malattia genetica legata al cromosoma X, conseguente nella maggior parte dei casi a mutazioni nel gene MECP2 e CDLK5 (1). Seppur non estesamente studiata nei suoi aspetti clinici e neurofisiologici, l’Epilessia costituisce una delle presentazioni più comuni della malattia con crisi epilettiche polimorfe e, spesso farmaco resistenti (2). Sono stati studiati sette pazienti della Regione Puglia affetti da epilessia e  RTT  stadio 2-4 con mutazioni del gene MECP2, focalizzando l’attenzione soprattutto sulla semiologia degli episodi critici e sulle caratteristiche clinico-poligrafiche a lungo termine.
Dalle evidenze dei nostri studi si evince che le crisi epilettiche possono essere sovrastimate e sottostimate nella RTT. Nella nostra casistica, eventi mioclonici, di solito reclutanti, sono relativamente frequenti e, spesso, misdiagnosticati. A tal riguardo si rimanda al lavoro “Myoclonic status misdiagnosed as movement disorders in Rett syndrome: a video-polygraphic study” (d’Orsi G, Demaio V, Minervini MG.  Epilepsy Behav. 2009 Jun;15(2):260-2.  Epub 2009 Apr 23.)
Un decorso a lungo termine sostanzialmente benigno dell’epilessia emerge in oltre un terzo dei casi.
Frequenti anomalie epilettiformi, focali e multi-focali, compaiono in tutte le pazienti, indipendentemente dagli stadi della malattia, e sono accentuate dal sonno, spesso scarsamente strutturato. Nella maggior parte delle pazienti compaiono fasi di apnea-ipopnea e iperventilazione in veglia, in un caso anche apnee-ipopnee centrali durante sonno. Nello specifico si rimanda alla lettura del lavoro “Central sleep apnoea in Rett syndrome” (d’Orsi G, Demaio V, Scarpelli F, Calvario T, Minervini MG.  Neurol Sci. 2009 Oct;30(5):389-91. Epub 2009 Jun 25.). Mioclono corticale e tachicardia sinusale, talora con alterazioni del ritmo cardiaco (axtrasistoli ventricolari) sono altresì presenti nella maggior parte delle pazienti.

Il terzo lavoro “Startle epilepsy associated with infantile hemiplegia (SEIH): video-polygraphic features and long-term outcome” (d’Orsi G, Demaio V, Operto F, Auricchio G, Minervini MG, Coppola G. Neuropediatrics. 2009 Apr;40(2):97-100. Epub 2009 Oct 6.), ha lo scopo di studiare le caratteristiche e l’outcome a lungo termine dell’epilessia in due pazienti con epilessia indotta da stimoli acustici  improvvisi. L’outcome a lungo termine dell’epilessia nella SEIH, caratterizzata da una costante e alta frequenza delle crisi, suggerisce un precoce intervento chirurgico, evitando anni di inefficaci trattamenti farmacologici e una scarsa qualità di vita.

1-Moser SJ, Weber P, Lutschg, J. Rett syndrome: clinical and electrophysiologic aspects.  Pediatric Neurolo,36:95-110,  2007
2-Steffenburg U, Hagberg G, Hagberg B. Epilpsy in a representative series of Rett syndrome. Acta Paediatr, 90:34-39, 2001

(*) Tecnico di Neurofisiopatologia presso la Casa Divina Provvidenza – Opera Don Uva – Bisceglie (BT)

OH VERGOGNATEVI VOI SOBRI, VERGOGNATEVI VOI SAVI !

di Lucia Gemma (*)

“O gente benpensante!” esclamai sorridendo. “Passione! Ebrietà! Follia! Voi ve ne state tranquilli, impassibili, voi gente morale! Condannate l’ubriaco, inorridite del pazzo, e passate oltre come fanno i preti per la vostra strada, ringraziando Dio con un animo fariseo che non v’ha fatto come uno di questi. Io mi sono ubriacato più di una volta, le mie passioni non sono mai state molto lontane dalla pazzia; eppure non mi pento né di questo né di quello; anzi nei miei limiti ho potuto rendermi conto che tutti gli uomini straordinari, tutti quelli che hanno realizzato qualcosa di grande, d’incredibile, sono stati in ogni tempo diffamati come pazzi e ubriachi. Ma anche nella vita comune è insopportabile sentir gridare dietro a ognuno che abbia osato un’azione appena appena libera, nobile, o in qualunque modo inattesa: quello è ubriaco, quello è “toccato”! Oh vergognatevi, voi sobri, vergognatevi voi savi!”. (W. Goethe)

Normalità. No! Mi rifiuto. E’ da quando sono nata che cerco qualcuno in grado di spiegarmene l’esatto significato. Routine? Linearità? Passività? Mi guardo in giro e vedo omologazione. Ecco, omologazione per tanti potrebbe essere normalità, forse. Nel leggere le parole di Werther, mi si è acceso qualcosa dentro. Mi sono detta che quest’uomo ha centrato la questione ed è stato in grado di trovarne la giusta soluzione. Non è forse vero che la gente condanna continuamente il pazzo, che lo etichetta come un caso clinico? Bella questa. Mi fa sorridere! Per il semplice motivo che io sarei nella categoria… E, con me, un sacco di altra gente. Io, folle, che sono circondata da amici folli, che frequento luoghi folli, che ho due fantastici folli per genitori. Lo trovo eccezionale! E sono seria! Amo questo mondo perché vivo in un totale stato di ubriachezza. No, non quella causata dal vino. Io parlo dell’arte, in ogni suo spicchio di follia. Non vedo un tavolo e una sedia per quello che sono realmente. Io li catapulto in una dimensione che della normalità non conosce neppure l’odore, se ne ha uno. E lì non sono di certo sola. Avverto spesso il bisogno di far capire alla “gente benpensante” che la vita non può essere calcolo e precisione. Non abbiamo mica un righello con cui possiamo misurare le nostre idee! E non esiste bilancia in grado di suggerirci il peso delle nostre azioni! Liberiamoci tutti di questo sciocco bisogno di sapere, di giudicare! Cosa importa del giusto, se poi non siamo in grado di capirlo? Io dico che il paradossale fa invidia al ragionevole. E’ nel paradosso che le grandi personalità di ieri e di oggi hanno trovato se stesse.

Da piccola osservavo mamma e papà suonare e pensavo “Loro si che l’hanno capita la vita! Io voglio capirla esattamente così.” Do, re, mi, fa, sol, la, si. Ed eccomi qui. Nelle mie vene scorrono più note che globuli rossi! Io inorridisco davanti a quello che crede che l’arte sia inutile. L’ho sentito dire a tanta gente e non sono riuscita mai a sopportarlo. La passione, l’ebrietà e la follia non serviranno mica a tenerci chiusi nella stessa scatola a guardare un muro nero. Io lo butto giù e scappo via. Nella mia libertà di musicista. C’è sempre qualcuno che ci prenderà per il braccio e cercherà di costringerci a stare fermi, ci dirà che tanto è inutile correre così, che nell’oblio tanti si sono persi e nessuno è stato più in grado di trovarli. Stringerò la mano a questi grandi uomini che hanno avuto il coraggio di smarrirsi. Io sono scomparsa assieme a loro, su per questa scala di emozioni chiamata Musica. Ai “savi” non è concesso l’ingresso. Bisogna essere in grado di spogliarsi della ragione che, tanto, in questa dimensione non serve. Figuratevi per un attimo l’artista. Ecco. Ora, secondo voi, questa magnificente persona può mai essere perfettamente in sé? Certo che no! L’ artista non è affatto sano! E tantomeno si trova nell’emisfero opposto alla normalità. E’ oltre! E’ così oltre che non sa con precisione dove si trova. Eppure, lì esiste!

(*) Studentessa di Lettere Moderne all’Università di Foggia 

FABRIZIO CORONA: IL PIU’ CLASSICO DEGLI SHOW

di Vittorio Savoia (*)

Finalmente è arrivata la sentenza che mette fine al primo grado di giudizio del processo Vallettopoli. Protagonista della vicenda giudiziaria è Fabrizio Corona, accusato di estorsione per aver tentato di vendere a personaggi del mondo dello spettacolo alcune decine di fotografie scattate in circostanze compromettenti. Il gioco era molto semplice, giostrato sul più classico dei ricatti. Pena del mancato acquisto la pubblicazione integrale del materiale fotografico sui rotocalchi di gossip. Nonostante la richiesta della Pubblica Accusa, che ammontava a sette anni, i giudici della Quinta sezione Penale del Tribunale della Repubblica di Milano hanno inflitto all’imputato una condanna di tre anni e otto mesi di reclusione. Il collegio, composto di tre giudici e presieduto da Lorella Trovato, ha ritenuto Corona colpevole per le estorsioni al giocatore Francesco Coco – fotografato in una nota discoteca milanese insieme ad una donna che sarebbe potuta essere un transessuale – e per il medesimo reato ai danni del motociclista Marco Melandri e ai danni del calciatore Adriano. Corona, sempre nelle opinioni del collegio, è stato dichiarato non colpevole per quanto riguarda i casi Elkann, Gilardino e Vacchi. Alla lettura della sentenza, pronunciata dal giudice in nome del Popolo Italiano, Corona si è ancora una volta reso protagonista nel più classico dei suoi show.

Uno show ricco di insulti e di frasi come “Mi vergogno di essere italiano” e “Non me ne frega se devo fare il carcere”. Sicuramente la vicenda Corona non avrà il suo termine con questa sentenza. C’è infatti da aspettarsi che la difesa di Fabrizio Corona, al quale è particolarmente difficile assegnare una precisa qualificazione professionale, presenti ricorso in Appello appena saranno depositate le motivazioni della sentenza pronunciata lo scorso giovedì 10 dicembre.

(*) Studente di Giurisprudenza all’Università di Torino

Racconto – STELLE DORATE

di Michele Caruso (*)

A Francesca, la mia sorellina, che di notte non riesce a dormire se non le poso il riflesso di una stella accanto al suo morbido cuscino

 

La baia riluceva bronzea nel rossore del tramonto ed il mare si tingeva di un rosso sanguigno. Il cielo argenteo sfumava roseo all’orizzonte e un filo di giorno baluginava ancora nella brezza. Il disco rosso porpora del sole baciò l’orizzonte e si tuffò nel mare, che dondolava i colori del tramonto. Il rumoreggiare spumoso della risacca si placò lentamente. Gli ombrelloni si addormentarono, coccolati dalla mite aria della sera. Harry, seduto sulle pieghe della sabbia, assaporava la magia del crepuscolo: le sue mani erano rosse per il riflesso del sole. Poi, il cielo di perla divenne di uno zaffiro scuro, quasi violaceo. Le ombre si fecero spesse e l’ultimo bagliore caldo si raggelò nel freddo della notte. Il mare assumeva tonalità sempre più fosche. La luna sembrava una scheggia di cristallo puro, una piuma stellata che si adagia. Le stelle iniziarono a spuntare e a brillare una per volta, come se dall’alto, da molto in alto, qualcuno stesse accendendo un milione di torce. Harry alzò gli occhi verso il cielo: era diventato un alveare di stelle magiche, uno sciame di fiamme celesti…

Sulle soffici pagine del libricino che teneva stretto fra le gambe incrociate, scriveva queste parole: …Siamo come foglie d’erba che il vento attraversa e lascia ondeggiare nei suoi sospiri; come alghe cullate dai flutti del mare. A volte vorrei, con queste mani, tirare giù il cielo con le stelle e tessere un abito bellissimo, per poi trasformare i suoi brandelli in due splendide gemme, screziate d’oro e d’agata, da incastonare nelle mie piccole orbite….
Harry credeva che le stelle fossero gli occhi luminosi degli angeli che di notte custodiscono i sogni di ogni bambino..        

Ad un tratto, il libricino gli si sfilò dalle gambe e si infilzò nella sabbia morbida. Harry si alzò in piedi e corse verso il mare per catturare silenziosamente il riflesso di ogni stella: leggero bagliore di luce galleggiante.
Quando ebbe raggiunto un numero considerevole, tornò sulla riva bagnata, si accasciò stanco sulla fredda sabbia e si addormentò…sotto un magico manto di stelle dorate.

(*) Racconto inserito nella raccolta multimediale della VII edizione del Concorso “Parole in corsa” promosso da Trambus Roma

CHI GUADAGNA DI PIU’?

di Grazia Vaiani  (*)

Quanti di noi almeno una volta nella vita si sono posti le seguenti domande: Chi guadagna di più? Quale professione mi consente di arrivare più in alto? Ecco allora che dalla statistica britannica (il Government’s Office for National Statistics) e l’altra americana (Forbes), emergono professioni adatte a soddisfare ogni nostro desiderio.
Naturalmente queste statistiche stanno a rappresentare una media di guadagno, non il caso specifico.
Procedendo con ordine scopriamo in decima posizione il Marketing manager, con quasi 72 mila euro l’anno.
Al nono posto della classifica dei lavori meglio pagati, troviamo le Forze dell’ordine, in particolar modo i superiori, con uno stipendio medio di circa 74 mila euro.
Proseguendo secondo il Government’s Office for National Statistics britannico, all’ottava posizione dei mestieri più redditizi, troviamo quello dell’Avvocato, con un guadagno medio pari a 76 mila euro.
Al settimo posto troviamo il Consulente finanziario e gestionale: pagati profumatamente per i loro consigli. Operano in genere in un settore specifico curando talvolta l’aspetto finanziario, la gestione degli investimenti o i modi per salvaguardare il gruppo da un eccessivo carico fiscale. In media questo genere di consulenti guadagnano 78 mila euro l’anno.
Seguono quindi figurano il Pilota d’aereo (con circa 88 mila euro l’anno in media), i Funzionari pubblici (Con uno stipendio da 103 mila euro), i Direttori di società (quasi 114 mila euro), il Broker che, curando gli accordi fra varie società e/o persone fisiche e consigliando le scelte di investimento, in media si guadagna 115 mila euro l’anno.

Al secondo posto il Medico. Una professione, una passione, con una media di guadagno pari a quasi 160 mila euro annui.
In pole-position vi sono i consiglieri d’amministrazione, con un guadagno medio di circa 250mila euro l’anno. Giacca e cravatta sono consoni e d’obbligo, ma chi esiterebbe nell’indossarli alla vista di così tanti benefici economici?
Non dubitate…i soldi non fanno la felicità, ma sicuramente possono renderla migliore!

(*) Studentessa al Liceo Psico-Pedagogico

CHI GUADAGNA DI PIU’?

di Grazia Vaiani  (*)

Quanti di noi almeno una volta nella vita si sono posti le seguenti domande: Chi guadagna di più? Quale professione mi consente di arrivare più in alto? Ecco allora che dalla statistica britannica (il Government’s Office for National Statistics) e l’altra americana (Forbes), emergono professioni adatte a soddisfare ogni nostro desiderio.
Naturalmente queste statistiche stanno a rappresentare una media di guadagno, non il caso specifico.
Procedendo con ordine scopriamo in decima posizione il Marketing manager, con quasi 72 mila euro l’anno.
Al nono posto della classifica dei lavori meglio pagati, troviamo le Forze dell’ordine, in particolar modo i superiori, con uno stipendio medio di circa 74 mila euro.
Proseguendo secondo il Government’s Office for National Statistics britannico, all’ottava posizione dei mestieri più redditizi, troviamo quello dell’Avvocato, con un guadagno medio pari a 76 mila euro.
Al settimo posto troviamo il Consulente finanziario e gestionale: pagati profumatamente per i loro consigli. Operano in genere in un settore specifico curando talvolta l’aspetto finanziario, la gestione degli investimenti o i modi per salvaguardare il gruppo da un eccessivo carico fiscale. In media questo genere di consulenti guadagnano 78 mila euro l’anno.
Seguono quindi figurano il Pilota d’aereo (con circa 88 mila euro l’anno in media), i Funzionari pubblici (Con uno stipendio da 103 mila euro), i Direttori di società (quasi 114 mila euro), il Broker che, curando gli accordi fra varie società e/o persone fisiche e consigliando le scelte di investimento, in media si guadagna 115 mila euro l’anno.

Al secondo posto il Medico. Una professione, una passione, con una media di guadagno pari a quasi 160 mila euro annui.
In pole-position vi sono i consiglieri d’amministrazione, con un guadagno medio di circa 250mila euro l’anno. Giacca e cravatta sono consoni e d’obbligo, ma chi esiterebbe nell’indossarli alla vista di così tanti benefici economici?
Non dubitate…i soldi non fanno la felicità, ma sicuramente possono renderla migliore!

(*) Studentessa al Liceo Psico-Pedagogico

L’ATTESA

di Carmela Maraglino (*)

L’attesa.
Cosa rappresenta l’attesa nella nostra vita? Rappresenta l’aspettativa trepidante di ciò che potrà accadere di buono.
L’attesa è ciò che ci fa alzare al mattino con uno stato di frenesia e di entusiamo e che ci spinge ad agire.
L’attesa è uno sguardo verso il futuro con tutte le promesse che contiene.
L’attesa è il motore della nostra vita.
L’attesa è il desiderio di qualcosa che non possediamo, ma che vorremmo avere perché verrebbe a completarci.
L’attesa… l’attesa..
Ma cosa accade quando si smette di attendere? Come cambia la nostra vita quando NON ABBIAMO PIU’ ATTESE?
Don Tonino Bello, in un suo scritto, afferma ciò che segue: “La vera tristezza non è quando, la sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita. E la solitudine più nera la soffri non quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi accendere più: neppure per un eventuale ospite di passaggio. Quando pensi, insomma, che per te la musica è finita. E ormai i giochi siano fatti. E nessun’anima viva verrà a bussare alla tua porta. E non ci saranno più né soprassalti di gioia per una buona notizia né trasalimenti di stupore per una improvvisata. E neppure fremiti di dolore per una tragedia umana: tanto non ti resta più nessuno per il quale tu debba temere.
La vita allora scorre piatta verso un epilogo che non arriva mai, come un nastro magnetico che ha finito troppo presto una canzone, e si srotola interminabile, senza dire più nulla, verso il suo ultimo stacco. Attendere: ovvero sperimentare il gusto di vivere. …Se oggi non sappiamo più attendere è perché siamo a corto di speranza. Se ne sono disseccate le sorgenti. Soffriamo una profonda crisi di desiderio. E, ormai paghi dei mille surrogati che ci assediano, rischiamo di non aspettarci più nulla neppure da quelle promesse ultraterrene che sono state firmate col sangue dal Dio dell’alleanza.”

Come si può, allora, infondere negli altri la speranza di un’attesa, cioè di un qualcosa di buono che verrà?
C’è una risposta ed è questa: se si crede che la nostra vita abbia davvero un valore, e se crediamo che la nostra vita debba essere un dono di SPERANZA per gli altri, c’è solo da trasformare le idee in azione.
Se vogliamo dare speranza a chi non ne ha più, perché nessuno gli è amico, dobbiamo farci suoi amici.
Se vogliamo ridare fiducia e chi era sfiduciato, dobbiamo diventare affidabili e credibili, facendo con le opere ciò che proclamiamo con la bocca.
Se vogliamo far tornare a credere che l’amore esiste chi non vi credeva più, dobbiamo amarlo.
Solo così si possono creare e ricreare delle attese negli altri .
Dobbiamo essere noi stessi a rispondere a quelle attese che vogliamo risvegliare e nutrire.
Altrimenti si creano negli altri non attese, ma illusioni.

(*) Docente di Economia Aziendale – Scuole Medie-Superiori

VIVERE LA VERITA’

di Carmela Maraglino (*)

Ci vuole un grande coraggio per sostenere la verità.
La verità, questo concetto così difficile da comprendere e da esprimere. La verità non è qualcosa di assoluto e non è qualcosa di astratto.
Sembrerebbe un controsenso ciò che ho appena affermato, eppure non lo è.
Per “verità” io non intendo il possedere la verità assoluta dentro di sé, ma il “VIVERE la VERITA'” dentro e fuori di sé.
Ora, se possedere la verità assoluta NON è concesso a noi uomini, proprio a causa della nostra limitatezza e della nostra natura umana, VIVERE LA VERITA’ è possibilissimo e praticabile.
VIVERE LA VERITA’ DENTRO DI SE’ significa, semplicemente, essere onesti con se stessi, nel senso che sì è capaci di ammettere a se stessi la verità su di noi, senza barare con noi stessi.
VIVERE LA VERITA’ FUORI DI SE STESSI, invece, comporta uno sforzo che è quello di riuscire a dire agli altri ciò che si pensa veramente, senza mascherarsi dietro false ipocrisie.
Ora, forse, con se stessi è più facile vivere la verità, perché, in fondo, si tratta di un dialogo interiore che noi instauriamo con noi stessi e con la nostra coscienza.
In quel profondo, nessuno può vedere, salvo Dio, e lì siamo liberi di essere noi stessi e quindi VERI.
Invece, nei rapporti con gli altri, vivere la verità comporta un confronto che può diventare anche rischioso e può portare conseguenze negative per la nostra vita.
Ecco che, allora, ci si rifugia nel fare “buon viso a cattivo gioco”, oppure si dicono solo MEZZE VERITA’, lasciando apparire quelle che sono più gradite e CENSURANDO quelle più ostiche e difficili da accettare.
Ecco, in questo, sta il VERO CORAGGIO ed il vivere secondo verita’.
Non è una via facile, questa. Anzi, è una via in salita e piena di insidie!
Tuttavia, chi sceglie di vivere secondo verità, in altre parole, secondo coerenza ed onestà, ha dalla sua parte una forza che non ha chi vive nella falsità e nell’incoerenza.

E la forza consiste in questo: l’impossibilità di essere contraddetti, perchè la verita’ farà il suo corso, sempre e comunque, anche se in alcuni momenti sembrerebbe che la falsità abbia la meglio.
E’ solo una vittoria momentanea! Non c’è da temere!
C’è solo da fidarsi, perchè, CHI CERCA LA VERITA’ e VIVE NELLA VERITA’, sia dentro di sé che fuori di sé, cerca DIO.

(*) Docente di Economia Aziendale – Scuole Medie-Superiori

OMAGGIO A DARWIN

di Francesco Bruni (*)

Son passati 200 anni dalla nascita di Darwin. Uno che ha dato decisamente una scossa nuova, rivoluzionaria al modo di pensare. Prima c’era Aristotele. Poi la Chiesa. E poi lui. Un’ondata dirompente, che spazza quasi tutto quello che c’è prima.
“L’origine della specie”, il suo capolavoro,  nonché l’emblema della sua teoria, è l’opera che ricordiamo con assoluta facilità. Ma prima di intraprendere qualsiasi riflessione, proviamo a sfatare qualche mito.
Darwin parla di evoluzione. E bisogna sottolineare che il termine precedente non è sinonimo di “progresso”. Infatti il termine progresso non compare una volta nell’opera Darwiniana. È il nostro senso comune che ci fa accostare il termine “evoluzione” a “progresso”. Ma la differenza che intercorre tra i due termini, linguisticamente parlando, è visibile. Per evoluzione si intende una trasformazione. Per progresso una trasformazione in uno stato migliore del precedente. Quindi, non è vero che l’essere successivo della scala evoluzionistica è migliore del precedente. Ma è semplicemente differente.
Il progresso, dunque, è un’idea sociale, non naturale. E Darwin era un biologo. Non un sociologo.
Lo stadio umano, alla luce di quanto detto, potrebbe non essere l’ultimo. Quando penso a Darwin, penso alla catena evoluzionistica che inizia con una scimmia e trova la fine nell’uomo alto, bianco, occidentale. Perché fino ad adesso non c’è uno stadio successivo all’uomo. Il motivo per il quale si ha quest’evoluzione, però, al contrario di qualsiasi forma di progetto, dall’alto o dal basso, è dettata dal caso, da una non-pianificazione a tavolino, da una possibilità scelta che prevale sulle altre. Ecco la rivoluzione del darwinismo. Un qualcosa non affidata alla relazione causa-conseguenza, in cui è possibile individuare sempre un filo logico, ma un rapporto consequenziale che al momento sfugge. E questo occorre ribadirlo.
Ecco dunque, il contrasto con Aristotele per quanto riguarda, per esempio, il motore immobile; o il creazionismo della Chiesa.
Ci si potrebbe chiedere allora, cosa ha di “sociale” la teoria darwinista. La risposta, non banale, è semplicemente nulla.
Proviamo a spiegare perché facendo degli esempi.

Il marxismo crede di prender spunto dalla teoria dell’evoluzione. Falso. In quanto, mentre il marxismo parla di progresso, dovuto alla nascita di un sentimento di fratellanza ed eguaglianza portato agli estremi, il darwinismo non cita nemmeno per sogno la parola progresso. Ribadendo che non è detto che uno stato successivo di qualcosa sia migliore del precedente.
Nietzsche afferma l’ “oltre – uomo”, uno stadio successivo all’uomo. Il terzo tipo di evoluzione. Dopo la scimmia l’uomo, e poi la creatura in Nietzsche dice di credere. La teoria evoluzionistica non dice nulla di tutto ciò. Non prevede, né fa ipotesi su un qualcosa oltre l’uomo come lo conosciamo adesso. Semplicemente non si esprime.
Spesso si sente che anche il nazismo prenda qualche linea-giuda dal darwinismo. Hitler credeva che prima di tutto, i malati psichiatrici, omosessuali fossero da eliminare affinché la futura società tedesca fosse perfetta. E spendesse meno denaro per curare queste malattie. Da investire, come si è visto, nella guerra, nella ricerca, secondo criteri molto discutibili. Ma Darwin non propone di uccidere nessuno. Né tantomeno di sterminare alcun popolo. Al contrario egli propone di curare i problemi, piuttosto che brutalmente estirparli.
Con questi tre esempi, pertanto, ho semplicemente voluto chiarire, che tutte queste teorie, discutibili quanto si vuole non hanno nulla a che vedere con la teoria dell’evoluzione. Un semplice omaggio a Darwin.

(*) Studente di Ingegneria delle Telecomunicazioni al Politecnico di Bari

PENSIONI: DA GENNAIO SCATTA SOLO UN PICCOLO AUMENTO

di Michel Maritato (*)


COMUNICATO PREVIENZIALE

A gennaio torna con un aumento piccolo piccolo la scala mobile per 18 milioni di pensionati. Con la cosiddetta perequazione automatica i trattamenti saliranno appena dello 0,7% in linea con l’andamento dell’inflazione ufficiale registrata dall’Istat. Per pagare puntualmente i nuovi importi in gennaio gli enti previdenziali si basano sull’inflazione degli ultimi 12 mesi fino al mese di settembre (settembre 2008 – settembre 2009), salvo poi fare un conguaglio l’anno successivo con il dato definitivo del mese di dicembre. A rigore sulla base di questo meccanismo, i pensionati dovrebbero restituire uno 0,1% con la prossima rata di gennaio, visto che gli aumenti del 2009 sono stati calcolati con una percentuale (3,3%) superiore a quella spettante in base all’inflazione effettiva (3,2%). Non si può escludere però che il decreto governativo che ufficializza l’ennesimo aumento, non ancora emanato, stabilisca di abbuonare il conguaglio negativo vista l’esiguità dello scarto e il modesto importo dell’aumento di quest’anno. Ma vediamo come si rivalutano in concreto tuttti i trattamenti pensionistici con la percentuale dello 0,7% fissata per l’anno 2010.

(*) STUDIO MARITATO
Viale Castrense 31-32
00182 Roma.
STUDIO.MARITATO@GMAIL.COM
tel.0645421734.
www.studiomaritato.it

PENSIONI: DA GENNAIO SCATTA SOLO UN PICCOLO AUMENTO

di Michel Maritato (*)


COMUNICATO PREVIENZIALE

A gennaio torna con un aumento piccolo piccolo la scala mobile per 18 milioni di pensionati. Con la cosiddetta perequazione automatica i trattamenti saliranno appena dello 0,7% in linea con l’andamento dell’inflazione ufficiale registrata dall’Istat. Per pagare puntualmente i nuovi importi in gennaio gli enti previdenziali si basano sull’inflazione degli ultimi 12 mesi fino al mese di settembre (settembre 2008 – settembre 2009), salvo poi fare un conguaglio l’anno successivo con il dato definitivo del mese di dicembre. A rigore sulla base di questo meccanismo, i pensionati dovrebbero restituire uno 0,1% con la prossima rata di gennaio, visto che gli aumenti del 2009 sono stati calcolati con una percentuale (3,3%) superiore a quella spettante in base all’inflazione effettiva (3,2%). Non si può escludere però che il decreto governativo che ufficializza l’ennesimo aumento, non ancora emanato, stabilisca di abbuonare il conguaglio negativo vista l’esiguità dello scarto e il modesto importo dell’aumento di quest’anno. Ma vediamo come si rivalutano in concreto tuttti i trattamenti pensionistici con la percentuale dello 0,7% fissata per l’anno 2010.

(*) STUDIO MARITATO
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SALDO ICI CON LE ALIQUOTE 2009

di Michel Maritato (*)

COMUNICATO FISCALE

Ultimo appuntamento con l’Ici del 2009: il saldo si paga entro il 16 dicembre, ma l’obbligo nella maggior parte dei casi resta soltanto per gli immobili diversi dall’abitazione principale. L’Ici sull’abitazione principale, infatti, non si paga più, tranne che per le abitazioni classificate nelle categorie catastali A1 (abitazioni signorili), A8 (ville) e A9 (castelli) che continueranno a pagare l’imposta. L’esenzione scatta, oltre che per l’abitazione principale (cioè quella in cui si ha la residenza, salvo prova contraria) anche per le relative pertinenze, come ad esempio, il box, la cantina, la soffitta, ecc. Qui, però valgono le regole stabilite dal Comune, per cui, se ad esempio, un comune ha deliberato un numero massimo di pertinenze agevolate (ad esempio un solo box o posto auto e una sola cantina o soffitta), l’esenzione dall’Ici varrà solo per questi immobili.
L’esonero dal pagamento dell’Ici è esteso anche agli immobili assimilati all’abitazione principale (per esempio, l’appartamento concesso in uso gratuito a parenti), ma anche qui occorre verificare la delibera del Comune. Chi, invece, possiede abitazioni principali di lusso, continua a pagare l’Ici (usufruendo, comunque, dell’aliquota ridotta e della detrazione stabilite dal comune). Resta obbligato al pagamento ovviamente chi possiede immobili diversi dalla “prima casa”.
Ricordiamo che il decreto 93/2008 ha bloccato le aliquote, ma molti Comuni hanno limitato le agevolazioni.

(*) STUDIO MARITATO
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