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ALLORA IL DENARO NON MANCA…

di Emanuela Maria Maritato (*) 

Il premier Silvio Berlusconi ha annunciato uno stanziamento da parte dell’Italia di 100 milioni di dollari per la ricostruzione a Gaza. “E’ il nostro contributo”, ha detto alla conferenza internazionale in corso in Egitto. Per il presidente del Consiglio serve “uno sforzo di generosita’ e di responsabilita'” da parte di tutti; l’Europa e l’Italia sono pronti a fare la propria parte”. “Durante l’incontro con Mubarak abbiamo visto che l’impegno si estende nei prossimi anni. Quindi l’impegno globale arriva a 100 milioni di dollari. Io penso che possa essere di sprone per i paesi europei che nelle intenzioni volevano dare contributi molto piu’ contenuti. “L’Italia – aveva detto in precedenza Berlusconi prima di prendere parte al vertice di Sharm el-Sheikh.- gia’ aveva stanziato 25 milioni nella conferenza di due anni fa, ora se ne aggiungono altri 23″.

“Avremmo voluto fare molto di piu’, ma questo possiamo fare. Speriamo che tutti gli altri concretizzino le promesse per gli aiuti a Gaza”, ha aggiunto il presidente del Consiglio prima di una colazione di lavoro con il presidente egiziano Hosni Mubarak – padrone di casa – e quello francese Nicolas Sarkozy, oltre che al segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-mooon e il segretario di Stato americano, Hillary Clinton.
Ma bravo signor Presidente del Consiglio Berlusconi, si preoccupi di paesi stranieri, l’Italia non ha bisogno di aiuti, vive nell’agiatezza più assoluta.
Gli italiani ormai sono abituati a far da sé, indi dia pure milioni di dollari a paesi che con noi nulla hanno in comune e a che fare, cosa importa se in Italia si muore di fame e ogni giorno si assiste alla sceneggiata, triste ma vera, delle code di persone con un pentolino in mano che chiedono un piatto di minestra nei conventi.
Ormai la dignità, nella nostra Patria, è divenuta parola sconosciuta.
 

(*) Giornalista Freelance e Direttore del Gruppo editoriale Maritato

ITALIA POVERA? MA NO, E’ RICCHISSIMA!

di Emanuela Maria Maritato (*)

– ”Non mi preoccupa la retribuzione di Bonolis”. Lo ha detto il leader del Pd Walter Veltroni incontrando i giovani cagliaritani a Cagliari. ”Sa fare il suo mestiere. Mi preoccupa che si diano 300mila euro ad uno del ‘Grande Fratello’. Questa idea di societa’ -ha detto Veltroni- in cui conta solo esserci dobbiamo contrastarla. Ci vuole una societa’ che si rimodernizzi”.
Una presa di posizione che arriva a meno di una settimana dalla sua apertura ufficiale, mentre sembrano non essere le canzoni le protagoniste del prossimo Festival di Sanremo, quanto piuttosto i cachet percepiti da Paolo Bonolis, Benigni e gli altri ospiti. Dopo che ieri i senatori Villari, Pistorio e Perduca hanno annunciato un’interrogazione al Ministro dell’Economia sulla questione oggi è intervenuto il leader del Pd Walter Veltroni chiedendo che “questo paese torni ad essere più sobrio”.

“Stiamo parlando di un paese in cui si danno 300mila euro ad uno del ‘Grande fratello’ mentre gli operai che ho visto stamattina (dipendento dell’Euroallumina di Porto Vesme), forse avranno una cassa integrazione da 880 euro, se le cose vanno bene. Stiamo parlando -prosegue Veltroni- di tanti ricercatori che si ammazzano studiando e che prendono poco più di mille euro al mese. E’ un Paese che deve smetterla di pensare a interminabili show business e deve tornare ad avere lavoro e produzione, deve sostenere i giovani precari e gli imprenditori coraggiosi”. “Un paese -ha concluso Veltroni- un po’ diverso da questo disgustoso ‘trumanshow’ berlusconiano, nel quale stiamo da 15 anni e che sta producendo i danni che vediamo”.
Per Riccardo Villari, senatore del Gruppo Misto, ”per rispondere alle osservazioni del collega Vita sul compenso di Bonolis basterebbe fare una semplice divisione: un milione di euro diviso duecento. Un milione è lo ‘stipendio’ per il solo conduttore di Sanremo e duecento i precari, cassaintegrati di Alitalia che ieri hanno bloccato l’autostrada per protesta e su cui nessuno ha ritenuto di spendere una parola”
L’ex presidente Pd della Vigilanza aggiunge che ”prima di parlare di ‘moralismo farisaico’ sarebbe forse il caso di riflettere sul risultato della nostra divisione: cinquemila euro a testa per ognuno dei duecento precari. Non si puo’ certo fare finta che quello di Bonolis non sia un ‘signor compenso’, e di fronte ad una crisi economica così pesante anche per la Rai , bisognerebbe pensarci due volte prima di autorizzare una simile spesa. Non capisco infine cosa c’entri il ‘calciomercato': le squadre di calcio sono aziende private, i soldi della Rai provengono dal canone che i contribuenti pagano ogni anno, quindi – conclude – denaro pubblico”.
– Dire vergogna, schifo, ribrezzo nel vedere dove vanno a finire i soldi degli italiani quando si è alla fame perché è innegabile che l’Italia “fu” una nazione, mentre ora è divenuta un paese ove anche professionisti e pensionati per sfamarsi fanno le code presso i conventi delle suore e dei frati. I ricchi ci sono sempre stati e sempre ci saranno come i poveri, con la differenza che i ricchi sono pochi, mentre i poveri sono la maggioranza degli italiani.
– Invece di sprecare e dare un milione di euro ad un guitto per presentare il Festival di Sanremo, un tempo il tempio della canzone italiana, ora una accozzaglia di poveri illusi che credono di cantare mentre fanno solo pena, sia per la musica che per la voce, quei soldi dovrebbero dare un aiuto a chi ne ha veramente bisogno, a chi ha fame e chi muore per fame.
– Ma ciò non avverrà mai, poiché l’Italia è fatta di egoisti, di opportunisti, di politici di cui ci si vergogna per la loro ignoranza, la loro sete e avidità di pecunia, perché non si venga a dire che un governo non ruba. Sono tutti ladri, nessuno escluso. L’Inverno scorso i cari politicucci si sono aumentati per l’ennesima( ma che dico, per la centesima volta) lo stipendio e pochi giorni fa un altro aumentino. Che poi il popolo soffra chi se ne frega, basta che loro siano saziati dei loro desideri.
– La televisione italiana è veramente pietosa, spettacoli che sono apprezzati solo da imbecilli, difatti sono uno più cretino dell’altro, tipo Amici, i vari sceneggiati ( mentre quelli stranieri chissà perché si vedono con piacere), Il Grande Fratello, ossia porno, cafonerie, ignoranza crassa, volgarità all’estremo che dovrebbe essere censurato. Ma piace! Di italiani cretini ve ne sono in abbondanza e se prospetti loro qualche cosa di storico, di letteratura, non vi è pericolo che lo guardino.
– Un tempo, ma tanto tempo fa, si era orgogliosi di essere italiani, ora si cerca di celare la propria nazionalità.

(*) Giornalista Freelance e Direttore del Gruppo editoriale Maritato

ITALIA POVERA? MA NO, E’ RICCHISSIMA!

di Emanuela Maria Maritato (*)

– ”Non mi preoccupa la retribuzione di Bonolis”. Lo ha detto il leader del Pd Walter Veltroni incontrando i giovani cagliaritani a Cagliari. ”Sa fare il suo mestiere. Mi preoccupa che si diano 300mila euro ad uno del ‘Grande Fratello’. Questa idea di societa’ -ha detto Veltroni- in cui conta solo esserci dobbiamo contrastarla. Ci vuole una societa’ che si rimodernizzi”.
Una presa di posizione che arriva a meno di una settimana dalla sua apertura ufficiale, mentre sembrano non essere le canzoni le protagoniste del prossimo Festival di Sanremo, quanto piuttosto i cachet percepiti da Paolo Bonolis, Benigni e gli altri ospiti. Dopo che ieri i senatori Villari, Pistorio e Perduca hanno annunciato un’interrogazione al Ministro dell’Economia sulla questione oggi è intervenuto il leader del Pd Walter Veltroni chiedendo che “questo paese torni ad essere più sobrio”.

“Stiamo parlando di un paese in cui si danno 300mila euro ad uno del ‘Grande fratello’ mentre gli operai che ho visto stamattina (dipendento dell’Euroallumina di Porto Vesme), forse avranno una cassa integrazione da 880 euro, se le cose vanno bene. Stiamo parlando -prosegue Veltroni- di tanti ricercatori che si ammazzano studiando e che prendono poco più di mille euro al mese. E’ un Paese che deve smetterla di pensare a interminabili show business e deve tornare ad avere lavoro e produzione, deve sostenere i giovani precari e gli imprenditori coraggiosi”. “Un paese -ha concluso Veltroni- un po’ diverso da questo disgustoso ‘trumanshow’ berlusconiano, nel quale stiamo da 15 anni e che sta producendo i danni che vediamo”.
Per Riccardo Villari, senatore del Gruppo Misto, ”per rispondere alle osservazioni del collega Vita sul compenso di Bonolis basterebbe fare una semplice divisione: un milione di euro diviso duecento. Un milione è lo ‘stipendio’ per il solo conduttore di Sanremo e duecento i precari, cassaintegrati di Alitalia che ieri hanno bloccato l’autostrada per protesta e su cui nessuno ha ritenuto di spendere una parola”
L’ex presidente Pd della Vigilanza aggiunge che ”prima di parlare di ‘moralismo farisaico’ sarebbe forse il caso di riflettere sul risultato della nostra divisione: cinquemila euro a testa per ognuno dei duecento precari. Non si puo’ certo fare finta che quello di Bonolis non sia un ‘signor compenso’, e di fronte ad una crisi economica così pesante anche per la Rai , bisognerebbe pensarci due volte prima di autorizzare una simile spesa. Non capisco infine cosa c’entri il ‘calciomercato': le squadre di calcio sono aziende private, i soldi della Rai provengono dal canone che i contribuenti pagano ogni anno, quindi – conclude – denaro pubblico”.
– Dire vergogna, schifo, ribrezzo nel vedere dove vanno a finire i soldi degli italiani quando si è alla fame perché è innegabile che l’Italia “fu” una nazione, mentre ora è divenuta un paese ove anche professionisti e pensionati per sfamarsi fanno le code presso i conventi delle suore e dei frati. I ricchi ci sono sempre stati e sempre ci saranno come i poveri, con la differenza che i ricchi sono pochi, mentre i poveri sono la maggioranza degli italiani.
– Invece di sprecare e dare un milione di euro ad un guitto per presentare il Festival di Sanremo, un tempo il tempio della canzone italiana, ora una accozzaglia di poveri illusi che credono di cantare mentre fanno solo pena, sia per la musica che per la voce, quei soldi dovrebbero dare un aiuto a chi ne ha veramente bisogno, a chi ha fame e chi muore per fame.
– Ma ciò non avverrà mai, poiché l’Italia è fatta di egoisti, di opportunisti, di politici di cui ci si vergogna per la loro ignoranza, la loro sete e avidità di pecunia, perché non si venga a dire che un governo non ruba. Sono tutti ladri, nessuno escluso. L’Inverno scorso i cari politicucci si sono aumentati per l’ennesima( ma che dico, per la centesima volta) lo stipendio e pochi giorni fa un altro aumentino. Che poi il popolo soffra chi se ne frega, basta che loro siano saziati dei loro desideri.
– La televisione italiana è veramente pietosa, spettacoli che sono apprezzati solo da imbecilli, difatti sono uno più cretino dell’altro, tipo Amici, i vari sceneggiati ( mentre quelli stranieri chissà perché si vedono con piacere), Il Grande Fratello, ossia porno, cafonerie, ignoranza crassa, volgarità all’estremo che dovrebbe essere censurato. Ma piace! Di italiani cretini ve ne sono in abbondanza e se prospetti loro qualche cosa di storico, di letteratura, non vi è pericolo che lo guardino.
– Un tempo, ma tanto tempo fa, si era orgogliosi di essere italiani, ora si cerca di celare la propria nazionalità.

(*) Giornalista Freelance e Direttore del Gruppo editoriale Maritato

DIARIO DI UNA MADRE

di Angela Annunziata

I ricordi tornano al giorno in cui un piccolo esserino è comparso nella mia vita, è tutto così bello, la vita mi sembra straordinaria…avevo aspettato tanto quel momento, per  nove lunghi mesi, la sentivo muovere dentro la mia enorme pancia…percepivo delle sensazioni inaspettate, provavo ad  immaginare a come sarebbe stato il momento in cui l’avrei vista…ero sicura che fosse una splendida femmina, “istinto femminile”…e quello non tradisce mai!

Quando è arrivata, la mia vita è totalmente cambiata, intanto perché un neonato ha bisogno di mille attenzioni e poi perché “io” sentivo il bisogno di stringerla di coccolarla e cosa più importante di “amarla”.

Poi man mano passavano i mesi, vedevo i cambiamenti nella sua crescita….e rimanevo incantata quando ancora piccolina la sentivo chiacchierare….si chiacchierare, mi rendevo conto della sua precocità nel linguaggio…quello che invece non riuscivo a capire è perché nonostante la sua fretta di voler imparare tante cose, qualcosa le impediva di stare in piedi…pensavo che prima o poi come tutti i bambini sarebbe riuscita a camminare da sola.

Per scrupolo mi consultai con la pediatra che mi consigliò di farla visitare da un ortopedico.

La prima visita fu preoccupante, perché secondo un suo parere, la bambina presentava un valgismo di entrambi i piedi e di conseguenza avrebbe dovuto portare delle scarpe correttive, ovviamente su misura e con tanto di correzioni, e in più indossare dei tutori notturni che le avrebbero evitato durante la crescita il valgismo del ginocchio…Il vero travaglio iniziò li, mi resi conto ben presto che questo medico non aveva capito quali fossero realmente i problemi di mia figlia. Si passava da un ortopedico all’altro, ognuno di loro con giudizi diversi, ci fu consigliato di farla visitare da un neurologo, che a sua volta le fece fare tanti esami (elettromiografie, potenziali evocati, biopsia muscolare, ecc…) e intanto io vedevo lei, che sopportava tutto quello che le veniva imposto.
Gli anni passavano e arrivati all’età di 4 anni nessuno era ancora in grado di dirci perché non riusciva a camminare bene…notavo oltretutto, che la sua colonna, stava assumendo una postura sbagliata e anche li sempre su suggerimento di un altro ortopedico le fece indossare un busto…un disastro! Combattere tra lei che si rifiutava di mettere questa armatura e il medico che invece gliela imponeva…tra le tante cose ci disse che sarebbe dovuto intervenire chirurgicamente sui piedi della bambina per bloccare meccanicamente il calcagno, e contemporaneamente eseguire una biopsia del nervo per farlo analizzare. Arrivati all’età di 6 anni si decide per l’intervento…sembra andare tutto bene e invece dopo 5 mesi a distanza dall’operazione, decidono di intervenire di nuovo perché una di quelle viti si era spostata…In quell’occasione ci fanno sapere che la biopsia del nervo non dava segni di patologie neurologiche, intanto lei continuava ad avere problemi.
Un anno dopo, sempre per cercare di capire cosa fosse che non andava, ci inviano al Gaslini di Genova dove ricominciarono a fare tutti gli esami…trovai però dei medici disposti ad aiutarci a capire cosa stava succedendo, quindi organizzarono una visita esterna presso il San Martino di Genova, un professore visitò la bambina, vagliò tutti gli esami compresa la biopsia del nervo, ipotizzò una prima patologia e decise che dovevamo fare le analisi genetiche…sembrerà strano, ma vedere questi medici che si prendevano cura di mia figlia mi rincuorava…quel giorno c’era un bellissimo sole.
Tornammo a casa e dopo 8 mesi una telefonata ci dava la conferma della patologia ipotizzata in partenza, l’unica differenza è che al contrario di chi la eredita, lei aveva una mutazione genetica.
Questa notizia ci sconvolse…parlando con i medici che qui a Roma la seguivano, capivamo che non avevano una gran cultura su questa malattia (CMT-Charcot-Marie- Tooth)…Cominciai a fare delle ricerche personali, intanto la sua colonna però continuava a peggiorare, e anche li all’età di 10 anni ci fu la decisione da parte dell’ortopedico che qui la seguiva, di intervenire bloccandola meccanicamente, tornammo in Liguria, questa volta a Pietra Ligure dove incontrammo il chirurgo che predispose il prima e il dopo intervento….l’operazione durò 12 lunghe ore, le complicazioni erano tante…prima, durante e dopo, eppure dopo una settimana eravamo di nuovo a casa…Dopo mi resi conto che era finalmente finito quel lungo travaglio, e che nonostante tutta la sofferenza, qualcuno aveva deciso di regalarci una “meravigliosa” figlia.

ANTICORPI : GUERRIERI E INFERMIERI ALLO STESSO TEMPO!

di Silvia Codella (*)


Nuovi sviluppi nella rigenerazione dei neuroni

Come mai il tessuto nervoso centrale ( che forma il cervello e midollo spinale) se danneggiato non si rigenera naturalmente, ma il tessuto nervoso periferico ( nervi cranici, spinali e loro ramificazioni ) può farlo ?
La risposta pare che sia da ricercarsi negli ANTICORPI!
Eh già, proprio loro, quelle proteine che fino a poco tempo fa si credeva fossero create dal nostro corpo esclusivamente a scopo difensivo, per riconoscere e facilitare l’eliminazione degli agenti estranei che entrano nel nostro organismo, ma che negli ultimi anni sono protagonisti di una straordinaria rivoluzione.
Recentemente era stato ipotizzato potessero anche intervenire nella eliminazione dei globuli rossi invecchiati ma in questi giorni il PNAS – Proceedings of the National Academy of Sciences , una importante rivista scientifica, ha pubblicato un nuovo formidabile studio: secondo un gruppo di ricercatori della Stanford University School of Medicine, infatti,

gli anticorpi potrebbero avere un ruolo rilevante nella riparazione delle lesioni a carico dei delicati tessuti nervosi. La differente capacità guaritrice tra il sistema nervoso centrale (SNC) e il sistema nervoso periferico (SNP) sarebbe quindi giustificata dalla diseguale accessibilità agli anticorpi: maggiore per il SNP grazie alla via ematica, minore per il SNC a causa della barriera emato-encefalica e la barriera emato-liquorale.

Lo studio si è svolto effettuando test su topi mutanti creati in laboratorio affinché essi perdessero la fisiologica capacità di generare anticorpi. Gli studiosi hanno osservato che se tali topi mutati subivano lesioni ai nervi periferici, i loro neuroni non erano più in grado di guarire autonomamente, ma tornavano ad esserlo se gli venivano somministrati anticorpi prelevati da topi normali.
Il team di ricercatori (con a capo Ben Barres Medico, Ricercatore, Professore e Presidente di Neurobiologia) in seguito all’osservazione di campioni di tessuti tramite tecnologie sofisticate, avanza un ipotesi che spieghi tali risultati: la sostanza grassa che riveste parte dei neuroni, la mielina, una volta danneggiata viene riconosciuta e legata dagli anticorpi. Sarà poi il legame con gli anticorpi a permettere ai macrofagi (cellule del sistema immunitario) di vedere il danno e perciò occuparsi di fagocitare ( “mangiare” ) la mielina alterata, favorendo la riparazione della cellula nervosa.
Quindi si suppone che nel SNP i neuroni vengano rapidamente riparati grazie a questo processo di “pulizia”; mentre i neuroni del SNC saranno caratterizzati da accumuli di mielina anomala per tutta la vita, in quanto mancando gli anticorpi che legano il rivestimento dei neuroni danneggiati, i macrofagi non potranno individuare il danno.
Cosa significa tutto questo? Nonostante i test siano rivolti specificatamente all’analisi del tessuto periferico e non di quello centrale, si tratta di una risultato interessante che apre nuovi orizzonti per la terapia di danni al SNC altrimenti di difficile gestione terapeutica come l’ictus o i danni al midollo spinale potendo ad esempio iniettare direttamente in questi tessuti gli anticorpi specifici .

(*) Studentessa di Medicina e Chirurgia dell’Università La Sapienza di Roma

IL NUCLEARE: NON SOLO ENERGIA

di Dario Leone (*)

Quando si pensa all’utilizzo delle centrali nucleari, generalmente si pensa a energia, corrente elettrica, scorie radioattive, raramente ad altri servizi che queste centrali forniscono alla popolazione. Uno di questi servizi è la fornitura di Tecnezio radioattivo, utilizzato in tutti i reparti di medicina nucleare del mondo. Negli ultimi 25 anni, è fortemente incrementato l’utilizzo di isotopi radioattivi per creare immagini a fini diagnostici.

L’utilizzo di queste tecniche, infatti, permette di fare diagnosi precise, riguardo ad alcune malattie, in maniera poco invasiva e, di conseguenza, di salvare i pazienti da inutili operazioni chirurgiche. Il tecnezio è il prodotto del decadimento di un isotopo del molibdeno che, a sua volta, rappresenta un prodotto della fissione dell’uranio utilizzato all’interno delle centrali nucleari.

Il molibdeno viene, infatti, prelevato dalle centrali nucleari e posto in speciali contenitori, i quali raccolgono il tecnezio che viene formato in maniera tale da poterlo utilizare nei vari reparti della medicina nucleare. Gli esami consistono nel creare speciali molecole che contengono il tecnezio radioattivo ed iniettare questa sostanza nel paziente.

Questi elementi sono chimicamente progettati per essere raccolti da organi o ghiandole specifici. Una volta che il corpo ha metabolizzato la sostanza, si può localizzare dove questa è andata ad incidere e, osservando quali parti del corpo sono più o meno radioattive, si può fare una dagnosi del paziente per l’esame in questione.
Le centrali nucleari che forniscono il tecnezio sono però oramai molto vecchie e superate. Infatti, incidenti avvenuti durante il 2008 hanno portato alla decisione di spegnere temporaneamente le due centrali situate in Canada e Olanda, che producono circa il 70% di tecnezio in tutto il mondo. Inoltre, è previsto lo spegnimento definitivo di un altro fornitore nel 2015.
Tutto ciò implica che la possibilità di fare esami di medicina nucleare nei prossimi mesi sarà seriamente compromessa e sta spingendo medici e fisici a trovare soluzioni alternative. Fin’ora quella più valida consiste nel cercare di produrre il molibdeno attraverso processi alternativi. Purtroppo, però, tali procedimenti richiederebbero dei centri specializzati costruiti solo ed esclusivamente a questo scopo. L’uso di isotopi alternativi, come il tallio, è una scelta che in molti stanno considerando, ma purtroppo tale sostanza necessita di un ciclotrone, uno speciale tipo di accelleratore di particelle, in prossimità dell’ospedale dove si tiene l’esame. Non tutti gli ospedali, infatti, si possono permettere di possedere un accelleratore, poichè oltre all’elevato costo di costruzione, ci sarebbero anche alti costi di mantenimento, nonchè la necessità di disporre di personale altamente specializzato.
Allo stato attuale, pertanto, dipendiamo enormemente dall’attività di alcune centrali nucleari ma, prima o poi, sarà necessario trovare vie alternative per poter produrre l’isotopo radioattivo utilizzato in quasi l’80% degli esami di medicina nucleare.

(*) Laureato in Fisica, studente in Fisica medica e corrispondente estero presso la Columbia University di New York

LA SCIENZA E’ ANCORA UOMO

di Giuliana La Valle (*)

“La donna, nel paradiso terrestre, ha morso il frutto dell’albero della conoscenza dieci minuti prima dell’uomo: da allora ha sempre conservato quei dieci minuti di vantaggio.”
(Alphonse Karr)

Alphonse Karr, scrittore francese del 1800, aveva senz’altro percepito il valore intellettuale delle donne, racchiudendo in questo cinico aforisma il suo senso critico nei confronti di una società che, al tempo, ancora non riconosceva alcun tipo di originalità e genialità nelle capacità ragionative della donna.
Ma come si può associare l’intelligenza al genere di un individuo? Al giorno d’oggi già è abbastanza complicato quantificare l’intelligenza di un individuo in generale, sicuramente è una impresa ancora più ardua associare, in qualche modo, quella che oggi noi definiamo intelligenza, al sesso.

Non si risolve l’enigma nemmeno se andassimo a ricercare risposte nell’anatomia, equiparando il peso del cervello della donna a quello dell’uomo, che risulta comprovato essere inferiore di una centinaia di grammi in media, o dal rapporto peso del cervello e peso corporeo (in tal caso i due sessi risulterebbero alla pari), o ancora andando ad associare la complessa attività intellettuale alle connessioni sinaptiche tra i numerosissimi neuroni.

Dunque, la spiegazione di un eventuale, reale divario intellettuale uomo-donna è da ricercare in ambiti molto diversi da quelli biologici, nonostante nella storia recente (XIX° sec.) teorie biologiche vennero usate per ostacolare l’ingresso della figura femminile nel campo generale della conoscenza, in particolare della ricerca scientifica. In realtà probabilmente non ha senso parlare di intelligenza maschile ed intelligenza femminile, così come non ha senso parlare di attitudine maschile o femminile a certe attività. Fatto sta che la storia ci insegna che quella della donna e una storia di emarginazione che si protrae fin dal 7° millennio a.C. sia a livello culturale che a livello civile, portando l’accentramento della figura maschile in tutti gli ambiti di gestione delle attività principali, ovvero di carattere economico-speculativo, precludendo quasi completamente alla donna di ricoprire ruoli da protagonista. Per secoli, dunque, le donne non hanno avuto la possibilità di accedere agli studi superiori e alle università se non da conventi ove si coltivavano materie umanistiche, artistiche e linguistiche, piuttosto che quelle scientifiche. Infatti per chi ha attitudini artistico-umanistiche è facile emergere anche senza aver seguito un percorso specifico, mentre per le scienze e, in particolare le cosiddette scienze “dure” come matematica e fisica, richiedono una preparazione di base senza la quale è quasi impossibile progredire. E’ altresì deducibile che da qui possa essere nato quella sorta di pregiudizio secondo il quale le donne sarebbero portate per le materie letterarie e linguistiche piuttosto che per quelle puramente scientifiche non essendo inclini al ragionamento astratto.
Per comprendere quanto problematico sia il rapporto tra le donne e il mondo della scienza, basta pensare che degli oltre 500 premi Nobel scientifici assegnati fino ad oggi solamente 11 sono stati attribuiti a donne, due dei quali alla stessa: Marie Curie.
Oggi, grazie ai progressi della scienza e della medicina, nonchè delle applicazioni tecnologiche, il mondo occidentale ha quasi del tutto annullato il “gender gap”, permettendo un incremento delle ragazze che scelgono materie una volta ritenute tipicamente maschili. Infatti, a partire dall’antichità le donne che hanno portato contributi di notevole importanza al mondo scientifico sono in numero sempre crescente: da una ventina nell’antichità, ad una decina nel medioevo, nessuna tra il 1400 e il 1500, 16 nel 1600, 24 nel 1700, 108 nel 1800. Negli ultimi dieci anni sono stati registrati solo nel campo dell’astronomia più di 2000 donne, ed in ogni campo del sapere le ricercatrici universitarie superano il 50%, del 60% in quelle di scienze biologiche, dal 30 al 40% nelle scienze, più dei 50% nelle matematiche, mentre sono ancora al di sotto dei 20% in facoltà come ingegneria e agraria.
Le studentesse risultano avere i migliori curricula formativi e i migliori esiti: circa il 70% dei laureati con lode è composto da donne che, peraltro, si laureano anche in minor tempo; ma, nonostante questi dati, ai vertici economici, politici, e in tutti quei ruoli che rivestono una importanza decisionale a livello socio-culturale si registra una predominanza della presenza maschile a danno di quella femminile.
Tale valutazione ci fa rendere conto come anche nella società odierna la donna rivesta ancora un ruolo marginale, specie nel campo scientifico nel quale alcune caratteristiche femminili – intuito, flessibilità, determinazione, ironia, capacità di mediazione – potrebbero fare la differenza per conseguire obiettivi e successi, evitando di adottare comportamenti e stili tradizionalmente maschili, troppo spesso legati a stereotipi del passato.


(*) Studentessa di Fisica presso l’Università di Roma3

LUTTO NEL MONDO DELLO SPETTACOLO: MUORE IL GIOVANE “GUERRIERO” PIETRO TARICONE

di Emanuela Maria Maritato (*)

Precipitato nella tarda mattinata di ieri dopo un lancio con il paracadute a Terni,  Il giovane Pietro Taricone di soli35 anni, è morto nel cuore della notte nell’ospedale  di TERNI, dove i medici avevano cercato in tutti i modi di salvargli la vita con una lunghissima operazione durata oltre nove ore. Troppo gravi lesioni interne riportate. Alla testa, all’addome e agli arti inferiori, accompagnate da emorragie definite “importanti” dai medici.

L’intervento, cominciato ieri pomeriggio verso le 15, si era protratto ben oltre la mezzanotte. Poi Taricone è stato condotto nel reparto di rianimazione, dove però è morto verso le 2:30 a causa di improvvise complicazioni. Senza che avesse mai ripreso conoscenza dopo l’incidente. Eppure quello di ieri a Terni doveva essere per Taricone un lancio con il paracadute come tanti altri ne aveva già fatti in passato, ma per la star della prima edizione del GRANDE FRATELLO qualcosa è andato storto. Cosa sia successo esattamente lo dovrà stabilire l’indagine svolta dalla polizia.

 

Dalle testimonianze già raccolte dagli investigatori è emerso che il paracadute di Taricone si é aperto regolarmente dopo un lancio da 1.500-2.000 metri di altezza. Poi, però, un colpo di vento o una manovra errata nelle ultime fasi del volo lo hanno fatto finire a terra a una velocità ben superiore a quella prevista.
E’ stato subito soccorso sul posto da un’ambulanza del 118 e il personale a bordo lo ha rianimato dopo un arresto cardiaco. Senza che riprendesse mai conoscenza, l’ex concorrente del Grande fratello é stato trasportato in ospedale scortato anche da una pattuglia della polizia che ha fatto da staffetta al mezzo di soccorso. La situazione è apparsa subito gravissima ai medici.E’ stato quindi immediatamente operato. Poi,purtroppo, la morte CIAO PIETRO TI RICORDEREMO PER SEMPRE…
 

(*) Giornalista Freelance e Direttore del Gruppo editoriale Maritato

IL PUNTO SUI MONDIALI: LE MAGNIFICHE 16

di Andrea Peagatti (*)

Sei squadre europee, cinque sudamericane, due asiatiche, due centro americane e una africana. Queste le magnifiche sedici qualificate per gli ottavi di finale della Coppa del Mondo. Certo fa strano non vedere i campioni in carica dell’Italia o i vice-campioni della Francia, ma dobbiamo dire che tutte queste formazioni hanno raggiunto la fase finale con ampio merito. I campioni non mancano. Ne indichiamo uno per Nazionale. Diego Forlan accende la fantasia dei tifosi uruguaiani, Park Ji Sung quella dei supporters coreani. Questo il primo ottavo di finale.
Nella seconda partita si affronteranno gli Stati Uniti di London Donovan, autore di due gol fino a questo momento, contro il Ghana di Asamoah Gyan. La terza gara è il big match Germania-Inghilterra. Wayne Rooney sfida il bomber tedesco Miroslav Klose.

Attesi gol e spettacolo. Fabio Capello a caccia dei quarti. Argentina-Messico è una partita dall’alto livello tecnico. La stella dei centro-americani è Rafael Marquez, giocatore del Barcellona, quella dell’albiceleste è certamente Lionel Messi. Olanda-Slovacchia vede come favoritissimi gli Orange di Arjen Robben, rientrato da un infortunio contro il Camerun, ma occhio ai mattatori dell’Italia e al loro bomber Vittek. Sfida extra europea tra Paraguay e Giappone. Tra i sudamericani spicca Barrios, tra i nipponi il migliore è Honda.
Chiudono il tabellone il derby iberico tra Spagna e Portogallo e quello sudamericano tra Brasile e Cile. Nei campioni d’Europa la stella più brillante è David Villa, autore già di tre reti nel Mondiale, mentre nei lusitani Cristiano Ronaldo. Nel Brasile brilla la stella di Luis Fabiano mentre nel Cile si sta mettendo in evidenza l’attaccante dell’Udinese Alexis Sanchez.
Chi trionferà l’11 luglio?

(*) Giornalista sportivo

COSA NON CI FARA’ USCIRE DALLA CRISI ECONOMICA?

di Emanuela Maria Maritato (*)
 

Sono ormai tre sette anni che i “luminari” dell’economia globale ci predicano una ripresa dietro l’angolo, ma sono puntualmente smentiti dai dati dell’economia reale. L’inflazione galoppa sul dato ufficiale del 2,1% ma diventa, secondo le Associazioni dei Consumatori tra il 9-11% e, visti gli aumenti ai quali siamo sottoposti nell'”Era dell’euro”, c’è da crederci. L’inflazione si è abbattuta come un macigno sugli italiani che ormai guardano con rabbia e sospetto chi ancora continua a parlare di fiducia nel mercato. Questa situazione si aggiunge agli scandali ed ai default finanziari mai risolti; da Ernon all’Argentina per passare per Cirio fino ad arrivare a Parmalat.

All’interno di questo scenario sconcertante tutti si lamentano richiedendo riforme per uscire dalla crisi. Nel nome della “Sacra Competitività” la Confindustria chiede al governo detassazioni e privatizzazioni. Gli imprenditori impegnati sul mercato globale con Paesi come la Cina richiedono a gran voce maggior flessibilità del mercato del lavoro per contenere i costi della produzione e quindi mantenere la competitività. Perfino i lavoratori dipendenti disubbidiscono ai sindacati scendendo in sciopero spontaneamente per richiedere aumenti salariali adeguati all’aumento del carovita (vedi la vertenza dei ferrotranviari). Lo Stato, stretto dal debito riduce le spese usando la legge del taglione soprattutto sopratutto su quei settori di estrema necessità sociale: Sanità e Scuola.

 

Tutti piangono la crisi ma il problema è rimasto fino ad ora irrisolto, ne è conferma il trend economico negativo. Né il Governo, né le alte istituzioni, nazionali, europee o globali hanno prodotto soluzioni capaci di convertire questo flusso che sta portando alla deriva l’intera società italiana. I bassi salari e la sfiducia stanno facendo calare a picco i consumi costringendo molti imprenditori e commercianti ad aumentare i prezzi per mantenere i loro profitti e, molte volte, per non chiudere le proprie aziende. In queste condizioni, lo Stato riceve, in proporzione, meno entrate fiscali dagli scambi commerciali e va alla ricerca di nuovi tagli alla spesa pubblica.

Per uscire dalla crisi, vanno prima individuate le cose che, a livello socio economico, non vanno fatte. Una di queste è quella di non partire dal principio di “avere la botte piena e la moglie ubriaca” che in periodo di vacche magre è una cosa sconsiderata e palesemente iniqua per molti. Questa purtroppo è la posizione dell’attuale Governo e della coalizione che lo sostiene e in maniera diversa della Confindustria e di altre associazioni di grandi imprenditori.  Non si può pretendere, ad esempio, di detassare le fasce di popolazione più ricche e allo stesso tempo avere i conti pubblici a posto. Promettere di tagliare le tasse senza pensare al debito pubblico italiano che è il più alto in Europa significa garantire al nostro Paese il collasso economico. In realtà la proposta del Governo Berlusconi si traduce nel gioco delle tre carte, dove il banco ti fa vincere una o due volte e poi ti svuota il portafoglio. Come dire che con una mano ti dà e con l’altra ti toglie quello che gli serve a coprire il buco del debito il quale viene ricavato dalle tasche della classe media perché quelli che oramai sono diventati poveri come ovvio non hanno nulla da dare e chi è super riccco è intoccabile.

Invece la Confindustria dice che sarebbe più giusto se il Fisco tagliasse l’Ilor, la tassa sulle aziende, invece dell’Irpef; potrebbe essere senz’altro una scelta condivisibile soprattutto per le piccole imprese nonchè positiva anche per l’occupazione. Ma se si chiede alla Confindustria o ad Assobanche di partecipare al risanamento del debito pubblico applicando una tassa sui patrimoni più alti, allora si alzano dal tavolo delle contrattazioni accusando l’interlocutore di bestemmia per aver toccato qualcosa di sacro. Ci dicano le associazioni degli imprenditori quale deve essere il loro contributo al risanamento di cui tanto si preoccupano, dopotutto ci sono interi volumi di stanziamenti di denaro pubblico che testimoniano nelle tasche di chi suddette somme sono andate. Sono più di trenta anni che si stanziano patrimoni pubblici a grandi e medi gruppi aziendali sotto forma di detassazione o aiuti diretti eppure la percentuale di occupati in queste imprese è vertiginosamente calato: non ci potranno sicuramente dire che hanno utilizzato gli aiuti di Stato per distribuire ricchezza! In questa situazione di forte crisi economica, facendo un’equa scala di valori  i più ricchi ed i super ricchi dovrebbero contribuire in maniera proporzionale alla loro ricchezza altrimenti la loro irrazionale avidità si ripercuoterà su tutto il tessuto sociale impedendo alle calassi media e meno abbiente di poter riprendersi, accollandosi tutto il fardello del debito.

Dove poi si vede che seppur in maniera diversa, Governo e grandi imprenditori vanno d’accordo sono sulle leggi varate per depenalizzare i reati di falso in bilancio ed ostacolare le rogatorie internazionali su conti bancari all’estero. Non si può pretendere che in questa direzione che più nessuno truffi consumatori e risparmiatori (vedi Parmalat, Cirio, Ernon, Argentina). Difatti le leggi che dovrebbero tutelare i piccoli investitori rimangono ferme in Parlamento in attesa di modifiche che, come al solito, trasformeranno una riforma necessaria, quella della tutela del risparmio, in una inutile bolla di sapone.

Soprattutto non si può pretendere una ripresa concedendo agli imprenditori maggior flessibilità del mercato del lavoro (vedi legge 30) mentre i dipendenti devono vivere con conseguenti tagli salariali e maggior insicurezza sociale. “Dulcis in fundo”: come si può pensare di essere competitivi nel mercato globalizzato con nazioni come la Cina o i Paesi dell’Est Europa quando noi giustamente pretendiamo dalle aziende maggior sicurezza sugli ambienti di lavoro, norme antinquinamento, salari equi, ampliamento dei diritti dei lavoratori, ecc., mentre in questi Paesi tali norme non esistono ed addirittura non applicano persino le ingiuste ed insufficienti regole imposte dal WTO. Come si può pretendere che l’Italia e l’Unione Europea possano avere una crescita rapida e soprattutto duratura nel tempo? Siamo inondati da merce contraffatta, prodotta con manodopera sfruttata e sottopagata a costo 5, 10 o 15 volte minore della nostra manodopera. A queste condizioni non c’è automazione che possa sostenere la nostra produttività. In Italia lo abbiamo già visto nei settori manifatturieri come l’abbigliamento, il tessile, il chimico e presto altri settori si uniranno ad essi. Di questo passo la nostra capacità produttiva scomparirà senza che nessuno abbia posto dei rimedi a questa emorragia economica.

L’uscita dalla crisi è possibile a patto che vadano smitizzate due rigidità della teoria neoliberista:

A) che la globalizzazione è portatrice di benessere socioeconomico per tutti

B) che tutti possono competere sul mercato globale.

Questi due principi sono le cause maggiori del dissesto economico e sociale del nostro Paese e del Mondo intero. Abbiamo già detto che è impossibile competere con certi Paesi perché non esistono le condizioni per farlo ma soprattutto non si possono impiantare politiche economiche che sacrificano in nome del mercato i diritti ed il potere d’acquisto della maggior parte della popolazione, pena la morte del mercato stesso. Ma perché, nonostante questo disastro che si sta compiendo sotto gli occhi di tutti, si continuano a sostenere politiche così fallimentari? Semplice, perché la politica, le istituzioni ed il mondo accademico sono influenzati dallo strapotere economico delle grandi multinazionali. Sono le multinazionali che hanno capitali e risorse necessarie per competere nel mercato globale, tutto il resto della popolazione si adatta ed in parte vive in base alle esigenze e alle necessità di mercato di questi colossi. Può sembrare inverosimile eppure è così, tant’è vero che le statistiche dicono che le multinazionali occupano direttamente solo 1% della forza lavoro mondiale mentre le lunghe mani delle lobby economiche multinazionali arrivano dappertutto. Ad esempio alla maggior parte della popolazione mondiale non interessa lo sbocco commerciale e produttivo sul nascente mercato cinese. I cinesi sono in grado di operare e produrre su piccola scala come fanno i nostri artigiani e le nostre piccole e medie industrie. Questo è dimostrato da recenti accadimenti dove aziende italiane si sono viste “clonare” intere gamme di prodotti talvolta scippati anche del marchio; dove la qualità era pressappoco la stessa, ma il prezzo molto inferiore. Le uniche invece in grado di usufruire di commesse sul mercato cinese e nei Paesi Emergenti sono le multinazionali che possono competere sulla costruzione delle infrastrutture e dei servizi (telefoni, autostrade, dighe, produzione d’auto, servizi finanziari. . . ), oltre a tutte quelle multinazionali che vogliono produrre in Cina per il basso costo della manodopera. La maggior parte della popolazione di quei Paesi che subiscono la concorrenza dei prodotti importati da Paesi come la Cina, non trae nessun beneficio economico da ciò e, nel lungo periodo, tocca con mano che quei prodotti al supermercato non costano di meno ma sono la causa dei tagli salariali e talvolta anche della perdita del posto di lavoro.

Anche alla stessa popolazione cinese importerebbe poco produrre per le multinazionali ed il ricco occidente se la produzione invece di essere esportata fosse indirizzata per il consumo del mercato interno. Anzi considerando il volume della popolazione cinese questa politica potrebbe far aumentare non solo l’occupazione ma adeguare i salari alle necessità delle persone estirpando la fame e la povertà tuttora esistenti.

Per concludere va detto cha la tanto ricercata competitività che il Governo e le Associazioni degli imprenditori desiderano non si può pretenderla accollando il problema sulle spalle di altri perché nessuno in questo momento, individualmente è in grado di sostenerlo.
La necessità di rifondare il mercato con regole e controlli precisi che salvaguardino diritti delle persone e la competitività nel pieno rispetto dell’ambiente è una necessità urgente che deve coinvolgere tutti in modo responsabile e secondo le proprie possibilità economiche mettendo da parte i propri egoismi e le convenienze di parte. Inverosimilmente le soluzioni a questa crisi dipendono più dalla questione morale che dalle teorie economiche. Tali principi morali e valori di giustizia sociale che, in economia, dovrebbero proporzionalmente interessare ed essere recepiti da chi i capitali li detiene. Tutti noi speriamo che i super ricchi prima o poi diano un significato alla parola moralità.
 

(*) Giornalista Freelance e Direttore del Gruppo editoriale Maritato
 

COSA NON CI FARA’ USCIRE DALLA CRISI ECONOMICA?

di Emanuela Maria Maritato (*)
 

Sono ormai tre sette anni che i “luminari” dell’economia globale ci predicano una ripresa dietro l’angolo, ma sono puntualmente smentiti dai dati dell’economia reale. L’inflazione galoppa sul dato ufficiale del 2,1% ma diventa, secondo le Associazioni dei Consumatori tra il 9-11% e, visti gli aumenti ai quali siamo sottoposti nell'”Era dell’euro”, c’è da crederci. L’inflazione si è abbattuta come un macigno sugli italiani che ormai guardano con rabbia e sospetto chi ancora continua a parlare di fiducia nel mercato. Questa situazione si aggiunge agli scandali ed ai default finanziari mai risolti; da Ernon all’Argentina per passare per Cirio fino ad arrivare a Parmalat.

All’interno di questo scenario sconcertante tutti si lamentano richiedendo riforme per uscire dalla crisi. Nel nome della “Sacra Competitività” la Confindustria chiede al governo detassazioni e privatizzazioni. Gli imprenditori impegnati sul mercato globale con Paesi come la Cina richiedono a gran voce maggior flessibilità del mercato del lavoro per contenere i costi della produzione e quindi mantenere la competitività. Perfino i lavoratori dipendenti disubbidiscono ai sindacati scendendo in sciopero spontaneamente per richiedere aumenti salariali adeguati all’aumento del carovita (vedi la vertenza dei ferrotranviari). Lo Stato, stretto dal debito riduce le spese usando la legge del taglione soprattutto sopratutto su quei settori di estrema necessità sociale: Sanità e Scuola.

 

Tutti piangono la crisi ma il problema è rimasto fino ad ora irrisolto, ne è conferma il trend economico negativo. Né il Governo, né le alte istituzioni, nazionali, europee o globali hanno prodotto soluzioni capaci di convertire questo flusso che sta portando alla deriva l’intera società italiana. I bassi salari e la sfiducia stanno facendo calare a picco i consumi costringendo molti imprenditori e commercianti ad aumentare i prezzi per mantenere i loro profitti e, molte volte, per non chiudere le proprie aziende. In queste condizioni, lo Stato riceve, in proporzione, meno entrate fiscali dagli scambi commerciali e va alla ricerca di nuovi tagli alla spesa pubblica.

Per uscire dalla crisi, vanno prima individuate le cose che, a livello socio economico, non vanno fatte. Una di queste è quella di non partire dal principio di “avere la botte piena e la moglie ubriaca” che in periodo di vacche magre è una cosa sconsiderata e palesemente iniqua per molti. Questa purtroppo è la posizione dell’attuale Governo e della coalizione che lo sostiene e in maniera diversa della Confindustria e di altre associazioni di grandi imprenditori.  Non si può pretendere, ad esempio, di detassare le fasce di popolazione più ricche e allo stesso tempo avere i conti pubblici a posto. Promettere di tagliare le tasse senza pensare al debito pubblico italiano che è il più alto in Europa significa garantire al nostro Paese il collasso economico. In realtà la proposta del Governo Berlusconi si traduce nel gioco delle tre carte, dove il banco ti fa vincere una o due volte e poi ti svuota il portafoglio. Come dire che con una mano ti dà e con l’altra ti toglie quello che gli serve a coprire il buco del debito il quale viene ricavato dalle tasche della classe media perché quelli che oramai sono diventati poveri come ovvio non hanno nulla da dare e chi è super riccco è intoccabile.

Invece la Confindustria dice che sarebbe più giusto se il Fisco tagliasse l’Ilor, la tassa sulle aziende, invece dell’Irpef; potrebbe essere senz’altro una scelta condivisibile soprattutto per le piccole imprese nonchè positiva anche per l’occupazione. Ma se si chiede alla Confindustria o ad Assobanche di partecipare al risanamento del debito pubblico applicando una tassa sui patrimoni più alti, allora si alzano dal tavolo delle contrattazioni accusando l’interlocutore di bestemmia per aver toccato qualcosa di sacro. Ci dicano le associazioni degli imprenditori quale deve essere il loro contributo al risanamento di cui tanto si preoccupano, dopotutto ci sono interi volumi di stanziamenti di denaro pubblico che testimoniano nelle tasche di chi suddette somme sono andate. Sono più di trenta anni che si stanziano patrimoni pubblici a grandi e medi gruppi aziendali sotto forma di detassazione o aiuti diretti eppure la percentuale di occupati in queste imprese è vertiginosamente calato: non ci potranno sicuramente dire che hanno utilizzato gli aiuti di Stato per distribuire ricchezza! In questa situazione di forte crisi economica, facendo un’equa scala di valori  i più ricchi ed i super ricchi dovrebbero contribuire in maniera proporzionale alla loro ricchezza altrimenti la loro irrazionale avidità si ripercuoterà su tutto il tessuto sociale impedendo alle calassi media e meno abbiente di poter riprendersi, accollandosi tutto il fardello del debito.

Dove poi si vede che seppur in maniera diversa, Governo e grandi imprenditori vanno d’accordo sono sulle leggi varate per depenalizzare i reati di falso in bilancio ed ostacolare le rogatorie internazionali su conti bancari all’estero. Non si può pretendere che in questa direzione che più nessuno truffi consumatori e risparmiatori (vedi Parmalat, Cirio, Ernon, Argentina). Difatti le leggi che dovrebbero tutelare i piccoli investitori rimangono ferme in Parlamento in attesa di modifiche che, come al solito, trasformeranno una riforma necessaria, quella della tutela del risparmio, in una inutile bolla di sapone.

Soprattutto non si può pretendere una ripresa concedendo agli imprenditori maggior flessibilità del mercato del lavoro (vedi legge 30) mentre i dipendenti devono vivere con conseguenti tagli salariali e maggior insicurezza sociale. “Dulcis in fundo”: come si può pensare di essere competitivi nel mercato globalizzato con nazioni come la Cina o i Paesi dell’Est Europa quando noi giustamente pretendiamo dalle aziende maggior sicurezza sugli ambienti di lavoro, norme antinquinamento, salari equi, ampliamento dei diritti dei lavoratori, ecc., mentre in questi Paesi tali norme non esistono ed addirittura non applicano persino le ingiuste ed insufficienti regole imposte dal WTO. Come si può pretendere che l’Italia e l’Unione Europea possano avere una crescita rapida e soprattutto duratura nel tempo? Siamo inondati da merce contraffatta, prodotta con manodopera sfruttata e sottopagata a costo 5, 10 o 15 volte minore della nostra manodopera. A queste condizioni non c’è automazione che possa sostenere la nostra produttività. In Italia lo abbiamo già visto nei settori manifatturieri come l’abbigliamento, il tessile, il chimico e presto altri settori si uniranno ad essi. Di questo passo la nostra capacità produttiva scomparirà senza che nessuno abbia posto dei rimedi a questa emorragia economica.

L’uscita dalla crisi è possibile a patto che vadano smitizzate due rigidità della teoria neoliberista:

A) che la globalizzazione è portatrice di benessere socioeconomico per tutti

B) che tutti possono competere sul mercato globale.

Questi due principi sono le cause maggiori del dissesto economico e sociale del nostro Paese e del Mondo intero. Abbiamo già detto che è impossibile competere con certi Paesi perché non esistono le condizioni per farlo ma soprattutto non si possono impiantare politiche economiche che sacrificano in nome del mercato i diritti ed il potere d’acquisto della maggior parte della popolazione, pena la morte del mercato stesso. Ma perché, nonostante questo disastro che si sta compiendo sotto gli occhi di tutti, si continuano a sostenere politiche così fallimentari? Semplice, perché la politica, le istituzioni ed il mondo accademico sono influenzati dallo strapotere economico delle grandi multinazionali. Sono le multinazionali che hanno capitali e risorse necessarie per competere nel mercato globale, tutto il resto della popolazione si adatta ed in parte vive in base alle esigenze e alle necessità di mercato di questi colossi. Può sembrare inverosimile eppure è così, tant’è vero che le statistiche dicono che le multinazionali occupano direttamente solo 1% della forza lavoro mondiale mentre le lunghe mani delle lobby economiche multinazionali arrivano dappertutto. Ad esempio alla maggior parte della popolazione mondiale non interessa lo sbocco commerciale e produttivo sul nascente mercato cinese. I cinesi sono in grado di operare e produrre su piccola scala come fanno i nostri artigiani e le nostre piccole e medie industrie. Questo è dimostrato da recenti accadimenti dove aziende italiane si sono viste “clonare” intere gamme di prodotti talvolta scippati anche del marchio; dove la qualità era pressappoco la stessa, ma il prezzo molto inferiore. Le uniche invece in grado di usufruire di commesse sul mercato cinese e nei Paesi Emergenti sono le multinazionali che possono competere sulla costruzione delle infrastrutture e dei servizi (telefoni, autostrade, dighe, produzione d’auto, servizi finanziari. . . ), oltre a tutte quelle multinazionali che vogliono produrre in Cina per il basso costo della manodopera. La maggior parte della popolazione di quei Paesi che subiscono la concorrenza dei prodotti importati da Paesi come la Cina, non trae nessun beneficio economico da ciò e, nel lungo periodo, tocca con mano che quei prodotti al supermercato non costano di meno ma sono la causa dei tagli salariali e talvolta anche della perdita del posto di lavoro.

Anche alla stessa popolazione cinese importerebbe poco produrre per le multinazionali ed il ricco occidente se la produzione invece di essere esportata fosse indirizzata per il consumo del mercato interno. Anzi considerando il volume della popolazione cinese questa politica potrebbe far aumentare non solo l’occupazione ma adeguare i salari alle necessità delle persone estirpando la fame e la povertà tuttora esistenti.

Per concludere va detto cha la tanto ricercata competitività che il Governo e le Associazioni degli imprenditori desiderano non si può pretenderla accollando il problema sulle spalle di altri perché nessuno in questo momento, individualmente è in grado di sostenerlo.
La necessità di rifondare il mercato con regole e controlli precisi che salvaguardino diritti delle persone e la competitività nel pieno rispetto dell’ambiente è una necessità urgente che deve coinvolgere tutti in modo responsabile e secondo le proprie possibilità economiche mettendo da parte i propri egoismi e le convenienze di parte. Inverosimilmente le soluzioni a questa crisi dipendono più dalla questione morale che dalle teorie economiche. Tali principi morali e valori di giustizia sociale che, in economia, dovrebbero proporzionalmente interessare ed essere recepiti da chi i capitali li detiene. Tutti noi speriamo che i super ricchi prima o poi diano un significato alla parola moralità.
 

(*) Giornalista Freelance e Direttore del Gruppo editoriale Maritato
 

LA SCULTURA NEL PALEOLITICO SUPERIORE

di Stefano Azzena (*)

Uno dei più significativi ritrovamenti in termini di scultura che risale al paleolitico superiore(23000 anni prima di Cristo) è la dama di Brassempoui, ritrovata a Landes in Francia. Questa statuetta d’avorio alta 3,7 cm priva del corpo a prima vista sembra rappresentare un ideale femminile che si discosta dai canoni delle veneri coeve. Nella parte superiore del capo notiamo delle incisioni orizzontali e verticali che formano un reticolo il quale apparentemente serviva a sostenere i lunghi capelli e a mantenerli protetti dagli agenti esterni.
Un’altra particolarità di questa statuetta è il volto allungato, il naso molto stretto e affusolato e la fronte sporgente. Che questa sia l’immagine che più o meno si accosta alla donna di quei tempi è sicuramente un dato di fatto infatti molti studiosi l’hanno definita
un ritratto.

Non da meno è la venere di Willendorf (alta 11 centimetri)che al contrario della dama raffigura una donna a figura intera dalle forme sovrabbondanti con una forte esasperazione dei seni del ventre e delle cosce.
Anch’essa risale al paleolitico superiore ed è realizzata in pietra calcarea. Oltre alla rotondità delle forme,questa venere ha una particolarità,infatti le braccia che poggiano al petto sono molto sottili a tal punto che sembrano quasi sparire all’interno degli enormi seni.

Possiamo notare che in entrambi i casi le donne indossano un copricapo a reticolo e che gli autori di entrambe le sculture hanno voluto evidenziare questo particolare.

Queste piccole opere d’arte,oltre ad essere una rappresentativa icona della storia dell’arte paleolitica e uno dei primi esempi di sculture a tutto tondo, sono per noi artisti un indiscutibile fonte di ispirazione e ancora oggi vengono utilizzate come modello per la realizzazione dei nuovi capolavori dell’arte contemporanea.

(*) Pittore

QUESTA’ E’ LA MIA CMT: LA TESTIMONIANZA

di Roberta Catania

TU stappi una bottiglia e ti versi da bere…IO o la guardo finchè magicamente non si stappa da sola o chiedo aiuto perchè le braccia non hanno la forza necessaria e le mie mani sono poco funzionali.
TU ti vesti ed esci…IO spendo più di metà del tempo a lottare con bottoni e lacci per poi chidere gentilmente un aiuto nel caso in cui le mie mani facciano capricci.
TU esci a farti una passeggiata da solo con te stesso…IO chiedo a qualcuno la cortesia di accompagnarmi dovunque scelga di andare perchè manco dell’equilibrio necessario a camminare autonomamente. Questi sono alcuni esempi di azioni che la maggior parte delle persone compiono abitualmente, senza pensarci su, ma che invece ad una persona affetta da CMT e in maniera specifica a me comportano un gran dispendio di energie sia fisiche che di concentrazione.

Nel mio personale caso, l’adattamento è stato spontaneo, essendo affetta da tale patologia fin dalla nascita. Ho imparato a coordinare i miei movimenti, a pensare e valutare i miei spostamenti, ad accorgermi in tempi utili di ostacoli possibili, a dosare la forza in base allo sforzo da compiere. Ma più di tutti ho imparato a chiedere aiuto se necessario.
In ogni tipo di disabilità, infatti, possiamo porci su due diversi piani: uno più tecnico relativo alle conseguenze cliniche della patologia, e uno emotivo relativo alle conseguenze psicologiche.
Il mio modo di essere ha condizionato la mia patologia e non viceversa. Io sono Roberta, prima di essere “Roberta la ragazza disabile”. La mia disabilità è parte di quello che sono, è parte della mia vita come potrebbe esserlo un neo su di un braccio piuttosto che una espressione particolare del mio viso.
Non mi caratterizza, ma mi appartiene.
Soffermiamoci sul termine “diversamente abile”. A mio avviso, a prima lettura, non possiamo distinguere una netta caratteristica che ci dia la possibilità di inquadrare un ristretto numero o cerchia di soggetti. Diversamente abile sono io che ho difficoltà motorie, diversamente abile è lui che ha difficoltà di apprendimento ma diversamente abile sei anche tu che per esempio non riesci a leggere da vicino e necessiti di occhiali, diversamente abile sei anche tu che per la tua altezza o per il tuo aspetto fisico sei precluso da determinati concorsi pubblici.
Allora io dico a te, che nella vita fai le differenze, che non esiste nessuna regola che stabilisca il limite tra la tua “normalità” e la mia “diversità”.

MATURITÀ, T’AVESSI PRESO PRIMA

di Silvia Quaranta (*)

Anche quest’anno è arrivata, con tutte le ansie e le paure dell’occasione, con le anticipazioni e le soffiate dell’ultimo minuto. Alla prima prova un inaspettato e complesso tema sulle Foibe (La complessa vicenda del confine orientale), la poetica di Primo Levi, Musica nella società contemporanea, D’Annunzio con il Piacere e il ruolo dei giovani nella storia e nella politica.
Alla seconda prova, per il Classico Platone con l’Apologia di Socrate, mentre matematica, calcolo differenziale, integrale e geometria analitica sono le prove scelte dal ministero della Pubblica Istruzione per i ragazzi dello Scientifico. Fuori dalle aule, dopo ore di passione, tutti si dichiarano abbastanza soddisfatti delle tracce e dei propri elaborati.
Quest’anno, poi, al di là delle tracce, degli argomenti e delle materie uscite, si tratta di un anno particolare.

Forse lo sento un po’ speciale per questo: si celebra lo stesso rito dell’anno in cui ho affrontato gli esami anch’io, nel 2006. Quest’anno, infatti, gli esami si scontrano con un diritto inalienabile di ogni Italiano che si rispetti: guardare i Mondiali. E lì non c’è esame che tenga: quando gioca l’Italia va seguita, anche con un libro in mano. Wilston Churchill diceva che gli Italiani perdono le partite di calcio come fossero guerre e le guerre come fossero partite di calcio, ed effettivamente, malgrado fosse una battuta, non si può negare che abbia un fondo di verità. Nel bene e nel male, è una passione del nostro popolo e che quest’anno, per tanti diciannovenni, sarà vissuta con un trasporto particolare, perché si sovrappone ad un evento che rimarrà per sempre nei loro ricordi. L’esame di maturità è qualcosa che, anno dopo anno, continua a conservare un suo fascino particolare, forse anche per il nome stesso. La maturità è un po’ come il primo bacio o la prima vacanza con gli amici. È una prova d’iniziazione più che un esame scolastico: qualcosa che sancisce il passaggio al mondo dei grandi, la fine di un percorso iniziato da bambini e che si conclude così: tra le magiche notti d’attesa che hanno ispirato film e canzoni, i ripassi dell’ultimo momento, le emozioni, le lacrime e i sorrisi. La consapevolezza che le strade si divideranno inevitabilmente e che il passo successivo sarà verso un mondo completamente nuovo.

 

LETTERE: CONTRO IL GOVERNO O CONTRO GLI STUDENTI?

di Silvia Quaranta (*) 

“Taglio ai fondi per l’Università e la Ricerca”: questa la motivazione addotta dal Consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia per giustificare una forma di protesta che, dal punto di vista di noi studenti, suona come qualcosa che si avvicina all’anticostituzionalità.
Il Consiglio si è tenuto ieri e la proposta è stata approvata ad ampia maggioranza, con pochissimi contrari e due astenuti. Il verdetto: a partire dal primo giorno di Luglio, e per tutto il periodo rimanente della sessione estiva, gli appelli verranno completamente cancellati. Ancora sospeso il destino dei laureandi, ma c’è già chi propone anche il blocco delle Lauree, sostenendo che, se bisogna protestare, allora tanto vale andare fino in fondo. In compenso, si dice, “già” da Settembre non dovrebbero esserci più impedimenti. Magra consolazione.
L’obiettivo ufficiale è una forte eco mediatica, generata da un forte disagio che, in teoria, dovrebbe spingere il governo a cancellare una parte dei tagli effettuati.

Il dato di fatto, palese sotto gli occhi di tutti, è che un blocco della durata di due o tre settimane della sessione estiva, che si concretizza nella cancellazione del terzo appello, non andrà a nuocere l’interesse di nessuno, se non di chi ne viene direttamente toccato, ovvero gli studenti.

La comunicazione ufficiale è arrivata ieri tramite un articolo apparso sul giornale di facoltà, ma le voci in proposito continuano ad essere molteplici e poco chiare. Alcuni professori sostengono che la decisione rimanga a discrezione del docente, altri che sia già stata presa e valida per tutti. Qualche appello è già stato cancellato, altri no. Il forum di Lettere e Filosofia dà per scioperanti moltissimi docenti, e già l’articolo di ieri proclamava oppositore dell’iniziativa il prof. Ferroni (Letteratura Italiana) e promotore il prof. Luca Serianni (Linguistica), il quale però, direttamente interrogato, si è dichiarato indeciso ed anzi più propenso a non aderire all’interruzione. Molti altri non si sbilanciano Insomma, la confusione regna sovrana e per quanto tra i forum le notizie vengano snocciolate a raffica e date per assolutamente certe, la realtà appare ancora nebulosa.
Quel che rimane certo, è che nel caso in cui dovessero davvero essere aboliti tutti gli appelli di luglio, si tratterebbe di una mossa scriteriata, priva di senso ed anche, forse, inefficiente in relazione alla finalità prevista. Prima di tutto, infatti, come si diceva poc’anzi si tratta di una decisione che, lungi dal colpire il ministro Gelmini, scopo prefissato, si limita a penalizzare, inutilmente, gli studenti. In secondo luogo, la decisione è stata presa dai professori senza aver prima consultato la rappresentanza studentesca, la quale non è stata né informata né interpellata a riguardo, ma messa direttamente di fronte alla decisione già approvata. In ultima istanza, visto e considerato che tra gli obiettivi perseguiti c’era quello di raggiungere un’ampia eco mediatica, una collaborazione con gli studenti nella realizzazione di qualcosa di diverso da un’inutile interruzione della didattica, avrebbe potuto trasmettere un messaggio di gran lunga più utile, più costruttiva, ed anche più efficace.

(*) Studentessa di Lingue all’Università “Sapienza” di Roma, Vicepresidente dell’associazione “La Testata”