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LUTTO NEL MONDO DELLO SPETTACOLO: MUORE IL GIOVANE “GUERRIERO” PIETRO TARICONE

di Emanuela Maria Maritato (*)

Precipitato nella tarda mattinata di ieri dopo un lancio con il paracadute a Terni,  Il giovane Pietro Taricone di soli35 anni, è morto nel cuore della notte nell’ospedale  di TERNI, dove i medici avevano cercato in tutti i modi di salvargli la vita con una lunghissima operazione durata oltre nove ore. Troppo gravi lesioni interne riportate. Alla testa, all’addome e agli arti inferiori, accompagnate da emorragie definite “importanti” dai medici.

L’intervento, cominciato ieri pomeriggio verso le 15, si era protratto ben oltre la mezzanotte. Poi Taricone è stato condotto nel reparto di rianimazione, dove però è morto verso le 2:30 a causa di improvvise complicazioni. Senza che avesse mai ripreso conoscenza dopo l’incidente. Eppure quello di ieri a Terni doveva essere per Taricone un lancio con il paracadute come tanti altri ne aveva già fatti in passato, ma per la star della prima edizione del GRANDE FRATELLO qualcosa è andato storto. Cosa sia successo esattamente lo dovrà stabilire l’indagine svolta dalla polizia.

 

Dalle testimonianze già raccolte dagli investigatori è emerso che il paracadute di Taricone si é aperto regolarmente dopo un lancio da 1.500-2.000 metri di altezza. Poi, però, un colpo di vento o una manovra errata nelle ultime fasi del volo lo hanno fatto finire a terra a una velocità ben superiore a quella prevista.
E’ stato subito soccorso sul posto da un’ambulanza del 118 e il personale a bordo lo ha rianimato dopo un arresto cardiaco. Senza che riprendesse mai conoscenza, l’ex concorrente del Grande fratello é stato trasportato in ospedale scortato anche da una pattuglia della polizia che ha fatto da staffetta al mezzo di soccorso. La situazione è apparsa subito gravissima ai medici.E’ stato quindi immediatamente operato. Poi,purtroppo, la morte CIAO PIETRO TI RICORDEREMO PER SEMPRE…
 

(*) Giornalista Freelance e Direttore del Gruppo editoriale Maritato

IL PUNTO SUI MONDIALI: LE MAGNIFICHE 16

di Andrea Peagatti (*)

Sei squadre europee, cinque sudamericane, due asiatiche, due centro americane e una africana. Queste le magnifiche sedici qualificate per gli ottavi di finale della Coppa del Mondo. Certo fa strano non vedere i campioni in carica dell’Italia o i vice-campioni della Francia, ma dobbiamo dire che tutte queste formazioni hanno raggiunto la fase finale con ampio merito. I campioni non mancano. Ne indichiamo uno per Nazionale. Diego Forlan accende la fantasia dei tifosi uruguaiani, Park Ji Sung quella dei supporters coreani. Questo il primo ottavo di finale.
Nella seconda partita si affronteranno gli Stati Uniti di London Donovan, autore di due gol fino a questo momento, contro il Ghana di Asamoah Gyan. La terza gara è il big match Germania-Inghilterra. Wayne Rooney sfida il bomber tedesco Miroslav Klose.

Attesi gol e spettacolo. Fabio Capello a caccia dei quarti. Argentina-Messico è una partita dall’alto livello tecnico. La stella dei centro-americani è Rafael Marquez, giocatore del Barcellona, quella dell’albiceleste è certamente Lionel Messi. Olanda-Slovacchia vede come favoritissimi gli Orange di Arjen Robben, rientrato da un infortunio contro il Camerun, ma occhio ai mattatori dell’Italia e al loro bomber Vittek. Sfida extra europea tra Paraguay e Giappone. Tra i sudamericani spicca Barrios, tra i nipponi il migliore è Honda.
Chiudono il tabellone il derby iberico tra Spagna e Portogallo e quello sudamericano tra Brasile e Cile. Nei campioni d’Europa la stella più brillante è David Villa, autore già di tre reti nel Mondiale, mentre nei lusitani Cristiano Ronaldo. Nel Brasile brilla la stella di Luis Fabiano mentre nel Cile si sta mettendo in evidenza l’attaccante dell’Udinese Alexis Sanchez.
Chi trionferà l’11 luglio?

(*) Giornalista sportivo

COSA NON CI FARA’ USCIRE DALLA CRISI ECONOMICA?

di Emanuela Maria Maritato (*)
 

Sono ormai tre sette anni che i “luminari” dell’economia globale ci predicano una ripresa dietro l’angolo, ma sono puntualmente smentiti dai dati dell’economia reale. L’inflazione galoppa sul dato ufficiale del 2,1% ma diventa, secondo le Associazioni dei Consumatori tra il 9-11% e, visti gli aumenti ai quali siamo sottoposti nell'”Era dell’euro”, c’è da crederci. L’inflazione si è abbattuta come un macigno sugli italiani che ormai guardano con rabbia e sospetto chi ancora continua a parlare di fiducia nel mercato. Questa situazione si aggiunge agli scandali ed ai default finanziari mai risolti; da Ernon all’Argentina per passare per Cirio fino ad arrivare a Parmalat.

All’interno di questo scenario sconcertante tutti si lamentano richiedendo riforme per uscire dalla crisi. Nel nome della “Sacra Competitività” la Confindustria chiede al governo detassazioni e privatizzazioni. Gli imprenditori impegnati sul mercato globale con Paesi come la Cina richiedono a gran voce maggior flessibilità del mercato del lavoro per contenere i costi della produzione e quindi mantenere la competitività. Perfino i lavoratori dipendenti disubbidiscono ai sindacati scendendo in sciopero spontaneamente per richiedere aumenti salariali adeguati all’aumento del carovita (vedi la vertenza dei ferrotranviari). Lo Stato, stretto dal debito riduce le spese usando la legge del taglione soprattutto sopratutto su quei settori di estrema necessità sociale: Sanità e Scuola.

 

Tutti piangono la crisi ma il problema è rimasto fino ad ora irrisolto, ne è conferma il trend economico negativo. Né il Governo, né le alte istituzioni, nazionali, europee o globali hanno prodotto soluzioni capaci di convertire questo flusso che sta portando alla deriva l’intera società italiana. I bassi salari e la sfiducia stanno facendo calare a picco i consumi costringendo molti imprenditori e commercianti ad aumentare i prezzi per mantenere i loro profitti e, molte volte, per non chiudere le proprie aziende. In queste condizioni, lo Stato riceve, in proporzione, meno entrate fiscali dagli scambi commerciali e va alla ricerca di nuovi tagli alla spesa pubblica.

Per uscire dalla crisi, vanno prima individuate le cose che, a livello socio economico, non vanno fatte. Una di queste è quella di non partire dal principio di “avere la botte piena e la moglie ubriaca” che in periodo di vacche magre è una cosa sconsiderata e palesemente iniqua per molti. Questa purtroppo è la posizione dell’attuale Governo e della coalizione che lo sostiene e in maniera diversa della Confindustria e di altre associazioni di grandi imprenditori.  Non si può pretendere, ad esempio, di detassare le fasce di popolazione più ricche e allo stesso tempo avere i conti pubblici a posto. Promettere di tagliare le tasse senza pensare al debito pubblico italiano che è il più alto in Europa significa garantire al nostro Paese il collasso economico. In realtà la proposta del Governo Berlusconi si traduce nel gioco delle tre carte, dove il banco ti fa vincere una o due volte e poi ti svuota il portafoglio. Come dire che con una mano ti dà e con l’altra ti toglie quello che gli serve a coprire il buco del debito il quale viene ricavato dalle tasche della classe media perché quelli che oramai sono diventati poveri come ovvio non hanno nulla da dare e chi è super riccco è intoccabile.

Invece la Confindustria dice che sarebbe più giusto se il Fisco tagliasse l’Ilor, la tassa sulle aziende, invece dell’Irpef; potrebbe essere senz’altro una scelta condivisibile soprattutto per le piccole imprese nonchè positiva anche per l’occupazione. Ma se si chiede alla Confindustria o ad Assobanche di partecipare al risanamento del debito pubblico applicando una tassa sui patrimoni più alti, allora si alzano dal tavolo delle contrattazioni accusando l’interlocutore di bestemmia per aver toccato qualcosa di sacro. Ci dicano le associazioni degli imprenditori quale deve essere il loro contributo al risanamento di cui tanto si preoccupano, dopotutto ci sono interi volumi di stanziamenti di denaro pubblico che testimoniano nelle tasche di chi suddette somme sono andate. Sono più di trenta anni che si stanziano patrimoni pubblici a grandi e medi gruppi aziendali sotto forma di detassazione o aiuti diretti eppure la percentuale di occupati in queste imprese è vertiginosamente calato: non ci potranno sicuramente dire che hanno utilizzato gli aiuti di Stato per distribuire ricchezza! In questa situazione di forte crisi economica, facendo un’equa scala di valori  i più ricchi ed i super ricchi dovrebbero contribuire in maniera proporzionale alla loro ricchezza altrimenti la loro irrazionale avidità si ripercuoterà su tutto il tessuto sociale impedendo alle calassi media e meno abbiente di poter riprendersi, accollandosi tutto il fardello del debito.

Dove poi si vede che seppur in maniera diversa, Governo e grandi imprenditori vanno d’accordo sono sulle leggi varate per depenalizzare i reati di falso in bilancio ed ostacolare le rogatorie internazionali su conti bancari all’estero. Non si può pretendere che in questa direzione che più nessuno truffi consumatori e risparmiatori (vedi Parmalat, Cirio, Ernon, Argentina). Difatti le leggi che dovrebbero tutelare i piccoli investitori rimangono ferme in Parlamento in attesa di modifiche che, come al solito, trasformeranno una riforma necessaria, quella della tutela del risparmio, in una inutile bolla di sapone.

Soprattutto non si può pretendere una ripresa concedendo agli imprenditori maggior flessibilità del mercato del lavoro (vedi legge 30) mentre i dipendenti devono vivere con conseguenti tagli salariali e maggior insicurezza sociale. “Dulcis in fundo”: come si può pensare di essere competitivi nel mercato globalizzato con nazioni come la Cina o i Paesi dell’Est Europa quando noi giustamente pretendiamo dalle aziende maggior sicurezza sugli ambienti di lavoro, norme antinquinamento, salari equi, ampliamento dei diritti dei lavoratori, ecc., mentre in questi Paesi tali norme non esistono ed addirittura non applicano persino le ingiuste ed insufficienti regole imposte dal WTO. Come si può pretendere che l’Italia e l’Unione Europea possano avere una crescita rapida e soprattutto duratura nel tempo? Siamo inondati da merce contraffatta, prodotta con manodopera sfruttata e sottopagata a costo 5, 10 o 15 volte minore della nostra manodopera. A queste condizioni non c’è automazione che possa sostenere la nostra produttività. In Italia lo abbiamo già visto nei settori manifatturieri come l’abbigliamento, il tessile, il chimico e presto altri settori si uniranno ad essi. Di questo passo la nostra capacità produttiva scomparirà senza che nessuno abbia posto dei rimedi a questa emorragia economica.

L’uscita dalla crisi è possibile a patto che vadano smitizzate due rigidità della teoria neoliberista:

A) che la globalizzazione è portatrice di benessere socioeconomico per tutti

B) che tutti possono competere sul mercato globale.

Questi due principi sono le cause maggiori del dissesto economico e sociale del nostro Paese e del Mondo intero. Abbiamo già detto che è impossibile competere con certi Paesi perché non esistono le condizioni per farlo ma soprattutto non si possono impiantare politiche economiche che sacrificano in nome del mercato i diritti ed il potere d’acquisto della maggior parte della popolazione, pena la morte del mercato stesso. Ma perché, nonostante questo disastro che si sta compiendo sotto gli occhi di tutti, si continuano a sostenere politiche così fallimentari? Semplice, perché la politica, le istituzioni ed il mondo accademico sono influenzati dallo strapotere economico delle grandi multinazionali. Sono le multinazionali che hanno capitali e risorse necessarie per competere nel mercato globale, tutto il resto della popolazione si adatta ed in parte vive in base alle esigenze e alle necessità di mercato di questi colossi. Può sembrare inverosimile eppure è così, tant’è vero che le statistiche dicono che le multinazionali occupano direttamente solo 1% della forza lavoro mondiale mentre le lunghe mani delle lobby economiche multinazionali arrivano dappertutto. Ad esempio alla maggior parte della popolazione mondiale non interessa lo sbocco commerciale e produttivo sul nascente mercato cinese. I cinesi sono in grado di operare e produrre su piccola scala come fanno i nostri artigiani e le nostre piccole e medie industrie. Questo è dimostrato da recenti accadimenti dove aziende italiane si sono viste “clonare” intere gamme di prodotti talvolta scippati anche del marchio; dove la qualità era pressappoco la stessa, ma il prezzo molto inferiore. Le uniche invece in grado di usufruire di commesse sul mercato cinese e nei Paesi Emergenti sono le multinazionali che possono competere sulla costruzione delle infrastrutture e dei servizi (telefoni, autostrade, dighe, produzione d’auto, servizi finanziari. . . ), oltre a tutte quelle multinazionali che vogliono produrre in Cina per il basso costo della manodopera. La maggior parte della popolazione di quei Paesi che subiscono la concorrenza dei prodotti importati da Paesi come la Cina, non trae nessun beneficio economico da ciò e, nel lungo periodo, tocca con mano che quei prodotti al supermercato non costano di meno ma sono la causa dei tagli salariali e talvolta anche della perdita del posto di lavoro.

Anche alla stessa popolazione cinese importerebbe poco produrre per le multinazionali ed il ricco occidente se la produzione invece di essere esportata fosse indirizzata per il consumo del mercato interno. Anzi considerando il volume della popolazione cinese questa politica potrebbe far aumentare non solo l’occupazione ma adeguare i salari alle necessità delle persone estirpando la fame e la povertà tuttora esistenti.

Per concludere va detto cha la tanto ricercata competitività che il Governo e le Associazioni degli imprenditori desiderano non si può pretenderla accollando il problema sulle spalle di altri perché nessuno in questo momento, individualmente è in grado di sostenerlo.
La necessità di rifondare il mercato con regole e controlli precisi che salvaguardino diritti delle persone e la competitività nel pieno rispetto dell’ambiente è una necessità urgente che deve coinvolgere tutti in modo responsabile e secondo le proprie possibilità economiche mettendo da parte i propri egoismi e le convenienze di parte. Inverosimilmente le soluzioni a questa crisi dipendono più dalla questione morale che dalle teorie economiche. Tali principi morali e valori di giustizia sociale che, in economia, dovrebbero proporzionalmente interessare ed essere recepiti da chi i capitali li detiene. Tutti noi speriamo che i super ricchi prima o poi diano un significato alla parola moralità.
 

(*) Giornalista Freelance e Direttore del Gruppo editoriale Maritato
 

COSA NON CI FARA’ USCIRE DALLA CRISI ECONOMICA?

di Emanuela Maria Maritato (*)
 

Sono ormai tre sette anni che i “luminari” dell’economia globale ci predicano una ripresa dietro l’angolo, ma sono puntualmente smentiti dai dati dell’economia reale. L’inflazione galoppa sul dato ufficiale del 2,1% ma diventa, secondo le Associazioni dei Consumatori tra il 9-11% e, visti gli aumenti ai quali siamo sottoposti nell'”Era dell’euro”, c’è da crederci. L’inflazione si è abbattuta come un macigno sugli italiani che ormai guardano con rabbia e sospetto chi ancora continua a parlare di fiducia nel mercato. Questa situazione si aggiunge agli scandali ed ai default finanziari mai risolti; da Ernon all’Argentina per passare per Cirio fino ad arrivare a Parmalat.

All’interno di questo scenario sconcertante tutti si lamentano richiedendo riforme per uscire dalla crisi. Nel nome della “Sacra Competitività” la Confindustria chiede al governo detassazioni e privatizzazioni. Gli imprenditori impegnati sul mercato globale con Paesi come la Cina richiedono a gran voce maggior flessibilità del mercato del lavoro per contenere i costi della produzione e quindi mantenere la competitività. Perfino i lavoratori dipendenti disubbidiscono ai sindacati scendendo in sciopero spontaneamente per richiedere aumenti salariali adeguati all’aumento del carovita (vedi la vertenza dei ferrotranviari). Lo Stato, stretto dal debito riduce le spese usando la legge del taglione soprattutto sopratutto su quei settori di estrema necessità sociale: Sanità e Scuola.

 

Tutti piangono la crisi ma il problema è rimasto fino ad ora irrisolto, ne è conferma il trend economico negativo. Né il Governo, né le alte istituzioni, nazionali, europee o globali hanno prodotto soluzioni capaci di convertire questo flusso che sta portando alla deriva l’intera società italiana. I bassi salari e la sfiducia stanno facendo calare a picco i consumi costringendo molti imprenditori e commercianti ad aumentare i prezzi per mantenere i loro profitti e, molte volte, per non chiudere le proprie aziende. In queste condizioni, lo Stato riceve, in proporzione, meno entrate fiscali dagli scambi commerciali e va alla ricerca di nuovi tagli alla spesa pubblica.

Per uscire dalla crisi, vanno prima individuate le cose che, a livello socio economico, non vanno fatte. Una di queste è quella di non partire dal principio di “avere la botte piena e la moglie ubriaca” che in periodo di vacche magre è una cosa sconsiderata e palesemente iniqua per molti. Questa purtroppo è la posizione dell’attuale Governo e della coalizione che lo sostiene e in maniera diversa della Confindustria e di altre associazioni di grandi imprenditori.  Non si può pretendere, ad esempio, di detassare le fasce di popolazione più ricche e allo stesso tempo avere i conti pubblici a posto. Promettere di tagliare le tasse senza pensare al debito pubblico italiano che è il più alto in Europa significa garantire al nostro Paese il collasso economico. In realtà la proposta del Governo Berlusconi si traduce nel gioco delle tre carte, dove il banco ti fa vincere una o due volte e poi ti svuota il portafoglio. Come dire che con una mano ti dà e con l’altra ti toglie quello che gli serve a coprire il buco del debito il quale viene ricavato dalle tasche della classe media perché quelli che oramai sono diventati poveri come ovvio non hanno nulla da dare e chi è super riccco è intoccabile.

Invece la Confindustria dice che sarebbe più giusto se il Fisco tagliasse l’Ilor, la tassa sulle aziende, invece dell’Irpef; potrebbe essere senz’altro una scelta condivisibile soprattutto per le piccole imprese nonchè positiva anche per l’occupazione. Ma se si chiede alla Confindustria o ad Assobanche di partecipare al risanamento del debito pubblico applicando una tassa sui patrimoni più alti, allora si alzano dal tavolo delle contrattazioni accusando l’interlocutore di bestemmia per aver toccato qualcosa di sacro. Ci dicano le associazioni degli imprenditori quale deve essere il loro contributo al risanamento di cui tanto si preoccupano, dopotutto ci sono interi volumi di stanziamenti di denaro pubblico che testimoniano nelle tasche di chi suddette somme sono andate. Sono più di trenta anni che si stanziano patrimoni pubblici a grandi e medi gruppi aziendali sotto forma di detassazione o aiuti diretti eppure la percentuale di occupati in queste imprese è vertiginosamente calato: non ci potranno sicuramente dire che hanno utilizzato gli aiuti di Stato per distribuire ricchezza! In questa situazione di forte crisi economica, facendo un’equa scala di valori  i più ricchi ed i super ricchi dovrebbero contribuire in maniera proporzionale alla loro ricchezza altrimenti la loro irrazionale avidità si ripercuoterà su tutto il tessuto sociale impedendo alle calassi media e meno abbiente di poter riprendersi, accollandosi tutto il fardello del debito.

Dove poi si vede che seppur in maniera diversa, Governo e grandi imprenditori vanno d’accordo sono sulle leggi varate per depenalizzare i reati di falso in bilancio ed ostacolare le rogatorie internazionali su conti bancari all’estero. Non si può pretendere che in questa direzione che più nessuno truffi consumatori e risparmiatori (vedi Parmalat, Cirio, Ernon, Argentina). Difatti le leggi che dovrebbero tutelare i piccoli investitori rimangono ferme in Parlamento in attesa di modifiche che, come al solito, trasformeranno una riforma necessaria, quella della tutela del risparmio, in una inutile bolla di sapone.

Soprattutto non si può pretendere una ripresa concedendo agli imprenditori maggior flessibilità del mercato del lavoro (vedi legge 30) mentre i dipendenti devono vivere con conseguenti tagli salariali e maggior insicurezza sociale. “Dulcis in fundo”: come si può pensare di essere competitivi nel mercato globalizzato con nazioni come la Cina o i Paesi dell’Est Europa quando noi giustamente pretendiamo dalle aziende maggior sicurezza sugli ambienti di lavoro, norme antinquinamento, salari equi, ampliamento dei diritti dei lavoratori, ecc., mentre in questi Paesi tali norme non esistono ed addirittura non applicano persino le ingiuste ed insufficienti regole imposte dal WTO. Come si può pretendere che l’Italia e l’Unione Europea possano avere una crescita rapida e soprattutto duratura nel tempo? Siamo inondati da merce contraffatta, prodotta con manodopera sfruttata e sottopagata a costo 5, 10 o 15 volte minore della nostra manodopera. A queste condizioni non c’è automazione che possa sostenere la nostra produttività. In Italia lo abbiamo già visto nei settori manifatturieri come l’abbigliamento, il tessile, il chimico e presto altri settori si uniranno ad essi. Di questo passo la nostra capacità produttiva scomparirà senza che nessuno abbia posto dei rimedi a questa emorragia economica.

L’uscita dalla crisi è possibile a patto che vadano smitizzate due rigidità della teoria neoliberista:

A) che la globalizzazione è portatrice di benessere socioeconomico per tutti

B) che tutti possono competere sul mercato globale.

Questi due principi sono le cause maggiori del dissesto economico e sociale del nostro Paese e del Mondo intero. Abbiamo già detto che è impossibile competere con certi Paesi perché non esistono le condizioni per farlo ma soprattutto non si possono impiantare politiche economiche che sacrificano in nome del mercato i diritti ed il potere d’acquisto della maggior parte della popolazione, pena la morte del mercato stesso. Ma perché, nonostante questo disastro che si sta compiendo sotto gli occhi di tutti, si continuano a sostenere politiche così fallimentari? Semplice, perché la politica, le istituzioni ed il mondo accademico sono influenzati dallo strapotere economico delle grandi multinazionali. Sono le multinazionali che hanno capitali e risorse necessarie per competere nel mercato globale, tutto il resto della popolazione si adatta ed in parte vive in base alle esigenze e alle necessità di mercato di questi colossi. Può sembrare inverosimile eppure è così, tant’è vero che le statistiche dicono che le multinazionali occupano direttamente solo 1% della forza lavoro mondiale mentre le lunghe mani delle lobby economiche multinazionali arrivano dappertutto. Ad esempio alla maggior parte della popolazione mondiale non interessa lo sbocco commerciale e produttivo sul nascente mercato cinese. I cinesi sono in grado di operare e produrre su piccola scala come fanno i nostri artigiani e le nostre piccole e medie industrie. Questo è dimostrato da recenti accadimenti dove aziende italiane si sono viste “clonare” intere gamme di prodotti talvolta scippati anche del marchio; dove la qualità era pressappoco la stessa, ma il prezzo molto inferiore. Le uniche invece in grado di usufruire di commesse sul mercato cinese e nei Paesi Emergenti sono le multinazionali che possono competere sulla costruzione delle infrastrutture e dei servizi (telefoni, autostrade, dighe, produzione d’auto, servizi finanziari. . . ), oltre a tutte quelle multinazionali che vogliono produrre in Cina per il basso costo della manodopera. La maggior parte della popolazione di quei Paesi che subiscono la concorrenza dei prodotti importati da Paesi come la Cina, non trae nessun beneficio economico da ciò e, nel lungo periodo, tocca con mano che quei prodotti al supermercato non costano di meno ma sono la causa dei tagli salariali e talvolta anche della perdita del posto di lavoro.

Anche alla stessa popolazione cinese importerebbe poco produrre per le multinazionali ed il ricco occidente se la produzione invece di essere esportata fosse indirizzata per il consumo del mercato interno. Anzi considerando il volume della popolazione cinese questa politica potrebbe far aumentare non solo l’occupazione ma adeguare i salari alle necessità delle persone estirpando la fame e la povertà tuttora esistenti.

Per concludere va detto cha la tanto ricercata competitività che il Governo e le Associazioni degli imprenditori desiderano non si può pretenderla accollando il problema sulle spalle di altri perché nessuno in questo momento, individualmente è in grado di sostenerlo.
La necessità di rifondare il mercato con regole e controlli precisi che salvaguardino diritti delle persone e la competitività nel pieno rispetto dell’ambiente è una necessità urgente che deve coinvolgere tutti in modo responsabile e secondo le proprie possibilità economiche mettendo da parte i propri egoismi e le convenienze di parte. Inverosimilmente le soluzioni a questa crisi dipendono più dalla questione morale che dalle teorie economiche. Tali principi morali e valori di giustizia sociale che, in economia, dovrebbero proporzionalmente interessare ed essere recepiti da chi i capitali li detiene. Tutti noi speriamo che i super ricchi prima o poi diano un significato alla parola moralità.
 

(*) Giornalista Freelance e Direttore del Gruppo editoriale Maritato
 

LA SCULTURA NEL PALEOLITICO SUPERIORE

di Stefano Azzena (*)

Uno dei più significativi ritrovamenti in termini di scultura che risale al paleolitico superiore(23000 anni prima di Cristo) è la dama di Brassempoui, ritrovata a Landes in Francia. Questa statuetta d’avorio alta 3,7 cm priva del corpo a prima vista sembra rappresentare un ideale femminile che si discosta dai canoni delle veneri coeve. Nella parte superiore del capo notiamo delle incisioni orizzontali e verticali che formano un reticolo il quale apparentemente serviva a sostenere i lunghi capelli e a mantenerli protetti dagli agenti esterni.
Un’altra particolarità di questa statuetta è il volto allungato, il naso molto stretto e affusolato e la fronte sporgente. Che questa sia l’immagine che più o meno si accosta alla donna di quei tempi è sicuramente un dato di fatto infatti molti studiosi l’hanno definita
un ritratto.

Non da meno è la venere di Willendorf (alta 11 centimetri)che al contrario della dama raffigura una donna a figura intera dalle forme sovrabbondanti con una forte esasperazione dei seni del ventre e delle cosce.
Anch’essa risale al paleolitico superiore ed è realizzata in pietra calcarea. Oltre alla rotondità delle forme,questa venere ha una particolarità,infatti le braccia che poggiano al petto sono molto sottili a tal punto che sembrano quasi sparire all’interno degli enormi seni.

Possiamo notare che in entrambi i casi le donne indossano un copricapo a reticolo e che gli autori di entrambe le sculture hanno voluto evidenziare questo particolare.

Queste piccole opere d’arte,oltre ad essere una rappresentativa icona della storia dell’arte paleolitica e uno dei primi esempi di sculture a tutto tondo, sono per noi artisti un indiscutibile fonte di ispirazione e ancora oggi vengono utilizzate come modello per la realizzazione dei nuovi capolavori dell’arte contemporanea.

(*) Pittore

QUESTA’ E’ LA MIA CMT: LA TESTIMONIANZA

di Roberta Catania

TU stappi una bottiglia e ti versi da bere…IO o la guardo finchè magicamente non si stappa da sola o chiedo aiuto perchè le braccia non hanno la forza necessaria e le mie mani sono poco funzionali.
TU ti vesti ed esci…IO spendo più di metà del tempo a lottare con bottoni e lacci per poi chidere gentilmente un aiuto nel caso in cui le mie mani facciano capricci.
TU esci a farti una passeggiata da solo con te stesso…IO chiedo a qualcuno la cortesia di accompagnarmi dovunque scelga di andare perchè manco dell’equilibrio necessario a camminare autonomamente. Questi sono alcuni esempi di azioni che la maggior parte delle persone compiono abitualmente, senza pensarci su, ma che invece ad una persona affetta da CMT e in maniera specifica a me comportano un gran dispendio di energie sia fisiche che di concentrazione.

Nel mio personale caso, l’adattamento è stato spontaneo, essendo affetta da tale patologia fin dalla nascita. Ho imparato a coordinare i miei movimenti, a pensare e valutare i miei spostamenti, ad accorgermi in tempi utili di ostacoli possibili, a dosare la forza in base allo sforzo da compiere. Ma più di tutti ho imparato a chiedere aiuto se necessario.
In ogni tipo di disabilità, infatti, possiamo porci su due diversi piani: uno più tecnico relativo alle conseguenze cliniche della patologia, e uno emotivo relativo alle conseguenze psicologiche.
Il mio modo di essere ha condizionato la mia patologia e non viceversa. Io sono Roberta, prima di essere “Roberta la ragazza disabile”. La mia disabilità è parte di quello che sono, è parte della mia vita come potrebbe esserlo un neo su di un braccio piuttosto che una espressione particolare del mio viso.
Non mi caratterizza, ma mi appartiene.
Soffermiamoci sul termine “diversamente abile”. A mio avviso, a prima lettura, non possiamo distinguere una netta caratteristica che ci dia la possibilità di inquadrare un ristretto numero o cerchia di soggetti. Diversamente abile sono io che ho difficoltà motorie, diversamente abile è lui che ha difficoltà di apprendimento ma diversamente abile sei anche tu che per esempio non riesci a leggere da vicino e necessiti di occhiali, diversamente abile sei anche tu che per la tua altezza o per il tuo aspetto fisico sei precluso da determinati concorsi pubblici.
Allora io dico a te, che nella vita fai le differenze, che non esiste nessuna regola che stabilisca il limite tra la tua “normalità” e la mia “diversità”.

MATURITÀ, T’AVESSI PRESO PRIMA

di Silvia Quaranta (*)

Anche quest’anno è arrivata, con tutte le ansie e le paure dell’occasione, con le anticipazioni e le soffiate dell’ultimo minuto. Alla prima prova un inaspettato e complesso tema sulle Foibe (La complessa vicenda del confine orientale), la poetica di Primo Levi, Musica nella società contemporanea, D’Annunzio con il Piacere e il ruolo dei giovani nella storia e nella politica.
Alla seconda prova, per il Classico Platone con l’Apologia di Socrate, mentre matematica, calcolo differenziale, integrale e geometria analitica sono le prove scelte dal ministero della Pubblica Istruzione per i ragazzi dello Scientifico. Fuori dalle aule, dopo ore di passione, tutti si dichiarano abbastanza soddisfatti delle tracce e dei propri elaborati.
Quest’anno, poi, al di là delle tracce, degli argomenti e delle materie uscite, si tratta di un anno particolare.

Forse lo sento un po’ speciale per questo: si celebra lo stesso rito dell’anno in cui ho affrontato gli esami anch’io, nel 2006. Quest’anno, infatti, gli esami si scontrano con un diritto inalienabile di ogni Italiano che si rispetti: guardare i Mondiali. E lì non c’è esame che tenga: quando gioca l’Italia va seguita, anche con un libro in mano. Wilston Churchill diceva che gli Italiani perdono le partite di calcio come fossero guerre e le guerre come fossero partite di calcio, ed effettivamente, malgrado fosse una battuta, non si può negare che abbia un fondo di verità. Nel bene e nel male, è una passione del nostro popolo e che quest’anno, per tanti diciannovenni, sarà vissuta con un trasporto particolare, perché si sovrappone ad un evento che rimarrà per sempre nei loro ricordi. L’esame di maturità è qualcosa che, anno dopo anno, continua a conservare un suo fascino particolare, forse anche per il nome stesso. La maturità è un po’ come il primo bacio o la prima vacanza con gli amici. È una prova d’iniziazione più che un esame scolastico: qualcosa che sancisce il passaggio al mondo dei grandi, la fine di un percorso iniziato da bambini e che si conclude così: tra le magiche notti d’attesa che hanno ispirato film e canzoni, i ripassi dell’ultimo momento, le emozioni, le lacrime e i sorrisi. La consapevolezza che le strade si divideranno inevitabilmente e che il passo successivo sarà verso un mondo completamente nuovo.

 

LETTERE: CONTRO IL GOVERNO O CONTRO GLI STUDENTI?

di Silvia Quaranta (*) 

“Taglio ai fondi per l’Università e la Ricerca”: questa la motivazione addotta dal Consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia per giustificare una forma di protesta che, dal punto di vista di noi studenti, suona come qualcosa che si avvicina all’anticostituzionalità.
Il Consiglio si è tenuto ieri e la proposta è stata approvata ad ampia maggioranza, con pochissimi contrari e due astenuti. Il verdetto: a partire dal primo giorno di Luglio, e per tutto il periodo rimanente della sessione estiva, gli appelli verranno completamente cancellati. Ancora sospeso il destino dei laureandi, ma c’è già chi propone anche il blocco delle Lauree, sostenendo che, se bisogna protestare, allora tanto vale andare fino in fondo. In compenso, si dice, “già” da Settembre non dovrebbero esserci più impedimenti. Magra consolazione.
L’obiettivo ufficiale è una forte eco mediatica, generata da un forte disagio che, in teoria, dovrebbe spingere il governo a cancellare una parte dei tagli effettuati.

Il dato di fatto, palese sotto gli occhi di tutti, è che un blocco della durata di due o tre settimane della sessione estiva, che si concretizza nella cancellazione del terzo appello, non andrà a nuocere l’interesse di nessuno, se non di chi ne viene direttamente toccato, ovvero gli studenti.

La comunicazione ufficiale è arrivata ieri tramite un articolo apparso sul giornale di facoltà, ma le voci in proposito continuano ad essere molteplici e poco chiare. Alcuni professori sostengono che la decisione rimanga a discrezione del docente, altri che sia già stata presa e valida per tutti. Qualche appello è già stato cancellato, altri no. Il forum di Lettere e Filosofia dà per scioperanti moltissimi docenti, e già l’articolo di ieri proclamava oppositore dell’iniziativa il prof. Ferroni (Letteratura Italiana) e promotore il prof. Luca Serianni (Linguistica), il quale però, direttamente interrogato, si è dichiarato indeciso ed anzi più propenso a non aderire all’interruzione. Molti altri non si sbilanciano Insomma, la confusione regna sovrana e per quanto tra i forum le notizie vengano snocciolate a raffica e date per assolutamente certe, la realtà appare ancora nebulosa.
Quel che rimane certo, è che nel caso in cui dovessero davvero essere aboliti tutti gli appelli di luglio, si tratterebbe di una mossa scriteriata, priva di senso ed anche, forse, inefficiente in relazione alla finalità prevista. Prima di tutto, infatti, come si diceva poc’anzi si tratta di una decisione che, lungi dal colpire il ministro Gelmini, scopo prefissato, si limita a penalizzare, inutilmente, gli studenti. In secondo luogo, la decisione è stata presa dai professori senza aver prima consultato la rappresentanza studentesca, la quale non è stata né informata né interpellata a riguardo, ma messa direttamente di fronte alla decisione già approvata. In ultima istanza, visto e considerato che tra gli obiettivi perseguiti c’era quello di raggiungere un’ampia eco mediatica, una collaborazione con gli studenti nella realizzazione di qualcosa di diverso da un’inutile interruzione della didattica, avrebbe potuto trasmettere un messaggio di gran lunga più utile, più costruttiva, ed anche più efficace.

(*) Studentessa di Lingue all’Università “Sapienza” di Roma, Vicepresidente dell’associazione “La Testata”

L’ACQUA: NON VI E’ NULLA DI PIU’ IMPORTANTE

di Emanuela Maria Maritato (*)

L’acqua non è un bene economico: è una risorsa primaria che soddisfa una necessità minima di importanza vitale, non solo per l’essere umano, bensì anche per ogni organismo vivente, sia animato (cioè dotato di un suo codice genetico) che inanimato. A ridurre la quantità di acqua utilizzabile a livello geografico è oltre l’impraticità di alcuni fiumi e bacini; l’irrazionale distribuzione dell’acqua in condutture idriche fatiscenti, anche le varie forme di inquinamento ambientale acquatico.
L’utilizzo dell’acqua sta vedendo il diffondersi di un unico imperativo: liberalizzare lo sfruttamento della risorsa idrica. I Paesi in via di sviluppo allorché chiedono dei prestiti economici per la costruzione di opere finalizzate all’approvvigionamento di acqua (dighe, acquedotti, pozzi, ecc.) alla Banca Mondiale, questa li cede a patto che le opere siano realizzate e gestite in regime di liberalizzazione: i prestiti versati ai Paesi poveri dal fondo mondiale vengono così, indirettamente, restituiti sotto forma di profitti per le imprese multinazionali, che a loro volta finanziano la Banca Mondiale.

Nei paesi sviluppati, i servizi idrici, invece, sono già in fase di privatizzazione. La gestione dell’acqua in Italia avveniva sulla base di bacini idrografici: riscoprendo il concetto di solidarietà, qualunque azione doveva essere programmata dalle autorità pubbliche di bacino, per l’utilizzo della risorsa “acqua”. Oggi, tale programmazione pubblica rischia di essere sorpassata, con l’ingresso dei privati nella gestione di tali bacini.
Apprezzabile è l’idea dei sostenitori di un Manifesto dell’Acqua, tra cui c’è l’Associazione Solidarietà e Cooperazione, di far entrare la questione dell’acqua ed il diritto dell’umanità a tale risorsa, all’interno dei Parlamenti e dell’O.N.U.
Esistono soluzioni praticabili per ridurre il consumo di acqua, ma a questo punto non sono tanto le soluzioni tecniche che permetteranno a tutta la popolazione mondiale di poter utilizzare l’acqua (popolazione che è in continua crescita, comportando con ciò aumento di produzione di beni e prodotti, con conseguente impoverimento delle risorse idriche). Le soluzioni tecniche esistono ed alcune possono essere così descritte e praticate:
– riutilizzo delle acque reflue urbane trattate e depurate ai fini irrigui in agricoltura e ad un prezzo inferiore per gli agricoltori;
– riutilizzo delle acque reflue urbane trattate e depurate anche per quelle attività produttive in cui non sia necessaria l’acqua potabile (raffreddamento, lavaggio, diluizione, ecc.);
– obbligo nell’utilizzo di apparecchiature tese a ridurre il volume di acqua erogata nelle abitazioni, aumentando la pressione di uscita dell’acqua dalle tubazioni e riducendo la quantità di ossigeno libero nelle tubazioni medesime.
Possibili sono anche diverse soluzioni ad indirizzo politico, tra cui:
– gestione della risorsa idrica a livello di bacini idrografici, permettendo anche alle aree povere di acqua, ma con almeno minima piovosità, di realizzare piccole dighe al fine di irreggimentare l’acqua pluviale;
– dare la precedenza alle autorità pubbliche ovvero a forme di società ad azionariato cittadino od a forme miste, per la gestione della risorsa idrica.
Sicuramente, anche le altre risorse, che il PRO.U.T. definisce necessità primarie (alimentazione, istruzione, cure sanitarie, servizi di pubblica utilità, ecc.), richiedono un’adeguata attenzione da parte dell’opinione pubblica. Forse, a differenza dell’acqua, la loro origine non rende la loro importanza del pari evidente. Si tratta di risorse processate, cioè provenienti da più trasformazioni e differenti da area ad area geografica del pianeta, a differenza dell’acqua che è uguale in ogni Paese e soggetta a poche trasformazioni.
Sarebbe forse giusto costituire un “cartello” delle necessità minime primarie, a partire dalla cui garanzia ogni Paese costruisca il proprio sviluppo economico in una nuova ottica di democrazia economica.
La democrazia economica non è solo diretta alla liberazione economica della gente, bensì ha come prerogativa anche la giustizia sociale. Sotto questa luce, una  molteplicità di ambiti ricadrebbero nel proprio raggio d’azione. Democrazia economica è anche il riconoscimento del diritto dei cittadini alla cogestione delle risorse produttive e alla cooperazione-coordinata, il diritto alla priorità nell’utilizzo delle risorse economiche da parte della gente locale, la garanzia delle minime necessità vitali a tutte le persone.
Nel sistema proutista, diritto di nascita spettante ad ogni individuo è la garanzia delle minime necessità fondamentali, di cui una parte attraverso l’incremento del potere d’acquisto, mentre altre gratuitamente. I primi passi di una democrazia economica dovrebbero venir compiuti osservando tale diritto che è vitale per una democrazia in generale.
Non dovrebbero esistere limiti massimi per le minime necessità fondamentali, che dovrebbero incrementare col potere d’acquisto. Variabile che influenzerà tali minime necessità sarà il cambiamento dei fattori tempo, luogo e persona, per cui se il clima di una regione è più caldo di quello dove invece esso è rigido, agli abitanti della seconda regione dovranno essere messi a disposizione indumenti adatti al luogo e alle rispettive necessità. Attraverso la soddisfazione delle minime necessità vitali, grazie ad un progressivo incremento del potere d’acquisto e all’offerta di servizi sociali gratuiti, tutti gli individui verranno posti in grado di sostenere un sufficiente livello di sussistenza.
Una volta che le minime necessità della popolazione saranno state pienamente soddisfatte, i beni e i servizi eccedenti, rispetto alla distribuzione delle prime, dovranno assegnarsi in accordo al valore sociale svolto attraverso la mansione lavorativa di ogni individuo. In primo luogo, quindi, le minime necessità dovrebbero essere garantite a tutti. Ma poiché le scienze seguono un processo di continua evoluzione e con esse lo stesso essere umano, anche la nozione di minima necessità sarà soggetta ai cambiamenti di tempo, luogo e persone.
Le esigenze della vita contemporanea sono in mutevole e continuo cambiamento e perciò dovranno cambiare i mezzi adatti a soddisfarle. Questi mezzi tesi a soddisfare le nuove esigenze possono chiamarsi amenità sociali, distinguibili in speciali e massime. Le prime andrebbero garantite sotto forma di beni e servizi, in relazione al valore sociale del proprio contributo sociale svolto. Le seconde, attraverso un adeguato potere di acquisto, invece, si rivolgono a tutti gli individui con capacità medie o anche privi di particolari abilità, quindi la maggioranza della popolazione.
Sono le amenità massime che permetteranno alla collettività, in un contesto di democrazia economica, di accrescere velocemente la capacità d’acquisto delle persone, senza comportare effetti inflazionistici. In pratica, ciò che oggi è considerato un bene o un servizio di lusso, ad esempio la prima classe nei trasporti ferroviari, domani potrà considerarsi un bene o servizio semi-essenziale, ossia assegnabile a tutti gli individui di ordinarie capacità. Di questo passo, delle prime classi potranno usufruirne anche coloro che oggi non possono farlo solo per motivi economici. Allo stesso tempo, a quegli individui, che si distinguono per particolari abilità, verranno garantite altre amenità speciali, come viaggi in aereo .
 

 
(*) Giornalista Freelance e Direttore Gruppo editoriale Maritato

L’ACQUA: NON VI E’ NULLA DI PIU’ IMPORTANTE

di Emanuela Maria Maritato (*)

L’acqua non è un bene economico: è una risorsa primaria che soddisfa una necessità minima di importanza vitale, non solo per l’essere umano, bensì anche per ogni organismo vivente, sia animato (cioè dotato di un suo codice genetico) che inanimato. A ridurre la quantità di acqua utilizzabile a livello geografico è oltre l’impraticità di alcuni fiumi e bacini; l’irrazionale distribuzione dell’acqua in condutture idriche fatiscenti, anche le varie forme di inquinamento ambientale acquatico.
L’utilizzo dell’acqua sta vedendo il diffondersi di un unico imperativo: liberalizzare lo sfruttamento della risorsa idrica. I Paesi in via di sviluppo allorché chiedono dei prestiti economici per la costruzione di opere finalizzate all’approvvigionamento di acqua (dighe, acquedotti, pozzi, ecc.) alla Banca Mondiale, questa li cede a patto che le opere siano realizzate e gestite in regime di liberalizzazione: i prestiti versati ai Paesi poveri dal fondo mondiale vengono così, indirettamente, restituiti sotto forma di profitti per le imprese multinazionali, che a loro volta finanziano la Banca Mondiale.

Nei paesi sviluppati, i servizi idrici, invece, sono già in fase di privatizzazione. La gestione dell’acqua in Italia avveniva sulla base di bacini idrografici: riscoprendo il concetto di solidarietà, qualunque azione doveva essere programmata dalle autorità pubbliche di bacino, per l’utilizzo della risorsa “acqua”. Oggi, tale programmazione pubblica rischia di essere sorpassata, con l’ingresso dei privati nella gestione di tali bacini.
Apprezzabile è l’idea dei sostenitori di un Manifesto dell’Acqua, tra cui c’è l’Associazione Solidarietà e Cooperazione, di far entrare la questione dell’acqua ed il diritto dell’umanità a tale risorsa, all’interno dei Parlamenti e dell’O.N.U.
Esistono soluzioni praticabili per ridurre il consumo di acqua, ma a questo punto non sono tanto le soluzioni tecniche che permetteranno a tutta la popolazione mondiale di poter utilizzare l’acqua (popolazione che è in continua crescita, comportando con ciò aumento di produzione di beni e prodotti, con conseguente impoverimento delle risorse idriche). Le soluzioni tecniche esistono ed alcune possono essere così descritte e praticate:
– riutilizzo delle acque reflue urbane trattate e depurate ai fini irrigui in agricoltura e ad un prezzo inferiore per gli agricoltori;
– riutilizzo delle acque reflue urbane trattate e depurate anche per quelle attività produttive in cui non sia necessaria l’acqua potabile (raffreddamento, lavaggio, diluizione, ecc.);
– obbligo nell’utilizzo di apparecchiature tese a ridurre il volume di acqua erogata nelle abitazioni, aumentando la pressione di uscita dell’acqua dalle tubazioni e riducendo la quantità di ossigeno libero nelle tubazioni medesime.
Possibili sono anche diverse soluzioni ad indirizzo politico, tra cui:
– gestione della risorsa idrica a livello di bacini idrografici, permettendo anche alle aree povere di acqua, ma con almeno minima piovosità, di realizzare piccole dighe al fine di irreggimentare l’acqua pluviale;
– dare la precedenza alle autorità pubbliche ovvero a forme di società ad azionariato cittadino od a forme miste, per la gestione della risorsa idrica.
Sicuramente, anche le altre risorse, che il PRO.U.T. definisce necessità primarie (alimentazione, istruzione, cure sanitarie, servizi di pubblica utilità, ecc.), richiedono un’adeguata attenzione da parte dell’opinione pubblica. Forse, a differenza dell’acqua, la loro origine non rende la loro importanza del pari evidente. Si tratta di risorse processate, cioè provenienti da più trasformazioni e differenti da area ad area geografica del pianeta, a differenza dell’acqua che è uguale in ogni Paese e soggetta a poche trasformazioni.
Sarebbe forse giusto costituire un “cartello” delle necessità minime primarie, a partire dalla cui garanzia ogni Paese costruisca il proprio sviluppo economico in una nuova ottica di democrazia economica.
La democrazia economica non è solo diretta alla liberazione economica della gente, bensì ha come prerogativa anche la giustizia sociale. Sotto questa luce, una  molteplicità di ambiti ricadrebbero nel proprio raggio d’azione. Democrazia economica è anche il riconoscimento del diritto dei cittadini alla cogestione delle risorse produttive e alla cooperazione-coordinata, il diritto alla priorità nell’utilizzo delle risorse economiche da parte della gente locale, la garanzia delle minime necessità vitali a tutte le persone.
Nel sistema proutista, diritto di nascita spettante ad ogni individuo è la garanzia delle minime necessità fondamentali, di cui una parte attraverso l’incremento del potere d’acquisto, mentre altre gratuitamente. I primi passi di una democrazia economica dovrebbero venir compiuti osservando tale diritto che è vitale per una democrazia in generale.
Non dovrebbero esistere limiti massimi per le minime necessità fondamentali, che dovrebbero incrementare col potere d’acquisto. Variabile che influenzerà tali minime necessità sarà il cambiamento dei fattori tempo, luogo e persona, per cui se il clima di una regione è più caldo di quello dove invece esso è rigido, agli abitanti della seconda regione dovranno essere messi a disposizione indumenti adatti al luogo e alle rispettive necessità. Attraverso la soddisfazione delle minime necessità vitali, grazie ad un progressivo incremento del potere d’acquisto e all’offerta di servizi sociali gratuiti, tutti gli individui verranno posti in grado di sostenere un sufficiente livello di sussistenza.
Una volta che le minime necessità della popolazione saranno state pienamente soddisfatte, i beni e i servizi eccedenti, rispetto alla distribuzione delle prime, dovranno assegnarsi in accordo al valore sociale svolto attraverso la mansione lavorativa di ogni individuo. In primo luogo, quindi, le minime necessità dovrebbero essere garantite a tutti. Ma poiché le scienze seguono un processo di continua evoluzione e con esse lo stesso essere umano, anche la nozione di minima necessità sarà soggetta ai cambiamenti di tempo, luogo e persone.
Le esigenze della vita contemporanea sono in mutevole e continuo cambiamento e perciò dovranno cambiare i mezzi adatti a soddisfarle. Questi mezzi tesi a soddisfare le nuove esigenze possono chiamarsi amenità sociali, distinguibili in speciali e massime. Le prime andrebbero garantite sotto forma di beni e servizi, in relazione al valore sociale del proprio contributo sociale svolto. Le seconde, attraverso un adeguato potere di acquisto, invece, si rivolgono a tutti gli individui con capacità medie o anche privi di particolari abilità, quindi la maggioranza della popolazione.
Sono le amenità massime che permetteranno alla collettività, in un contesto di democrazia economica, di accrescere velocemente la capacità d’acquisto delle persone, senza comportare effetti inflazionistici. In pratica, ciò che oggi è considerato un bene o un servizio di lusso, ad esempio la prima classe nei trasporti ferroviari, domani potrà considerarsi un bene o servizio semi-essenziale, ossia assegnabile a tutti gli individui di ordinarie capacità. Di questo passo, delle prime classi potranno usufruirne anche coloro che oggi non possono farlo solo per motivi economici. Allo stesso tempo, a quegli individui, che si distinguono per particolari abilità, verranno garantite altre amenità speciali, come viaggi in aereo .
 

 
(*) Giornalista Freelance e Direttore Gruppo editoriale Maritato

PROCESSO A MARCELLO LIPPI

di Andrea Pelagatti (*)

Troppo brutta per essere vera. Un’Italia ignobile perde per 3-2 contro la Slovacchia, tra le peggiori squadra del Mondiale per il ranking Fifa, e viene eliminata dalla competizione più prestigiosa per Nazionali.
Le dichiarazioni di Marcello Lippi nelle conferenze stampa post-partita non hanno fatto altro che aumentare il polverone intorno agli Azzurri: ”Non sono per niente pentito per le mie scelte. Di fenomeni a casa che potevamo risolvere i problemi avuti oggi non ce n’erano”.

Al termine del deludente pari 1-1 con la Nuova Zelanda il ct della Nazionale Marcello Lippi difende aveva difeso le scelte sui giocatori convocati per i Mondiali e si era dimostrato sicuro di battere la “piccola” Slovacchia.
La Nazione insorge contro il Ct. Dalle trasmissioni televisive ai bar il ritornello è sempre lo stesso: “E Cassano? E Balotelli? E Borriello? E Totti?”. Perfino il nome di Miccoli desta qualche rimpianto, il rimpianto di qualcuno che almeno tira in porta.

Questo fa pensare. La partita è stata disputata senza idee e senza gioco. La squadra è la brutta copia, e ho detto tutto, di quella scesa in campo contro il Paraguay.
Abbiamo fatto peggio anche della partita contro la Nuova Zelanda che, prima di questa Coppa del Mondo, non aveva mai raccolto punti nella massima competizione per Nazioni.
Mentre i tifosi azzurri facevano i calcoli su chi sarebbe stata la seconda del gruppo gruppo E, meglio il Giappone o la Danimarca?, la Slovacchia ci metteva alla berlina.
Squadra presuntuosa e debole caratterialmente. Hamsik e compagni l’hanno messa sul piano fisico e della corsa e noi non abbiamo dato nessun segnale di reazione. Ok il nostro attacco è inesistente ma anche la difesa non scherza, neanche nei tornei di calcetto si vedono gol come il terzo slovacco.
I nostri centrali, Cannavaro e Chiellini, hanno condotto una pessima stagione con la maglia della Juventus e hanno replicato qui in Sudafrica. Non ci sono alternative valide in panchina.
I giovani hanno poca personalità. Montolivo è un’eterna promessa. Tra un futuro da comprimario e uno da campione c’è sempre un palo di mezzo. Criscito parte bene e alla prima difficoltà si spegne insieme ai compagni.
Marchisio pensasse a giocare a calcio invece di storpiare l’inno Nazionale. I giocatori dovrebbero concentrarsi maggiormente sul terreno di gioco invece di pensare a quello che li circonda.
Insomma oggi abbiamo scritto un’altra pagina nera della nostra storia. Invece di pensare alla deludente Inghilterra di Capello, alla balbettante prestazione del Brasile contro la Corea o all’Olanda che vince ma non convince avremmo dovuto fare il nostro dovere.
Le maggiori responsabilità sono di Marcello Lippi. Convocazioni ridicole, formazioni prive di ogni logica tecnico-tattica e ingiustificabile arroganza nelle conferenze stampa.
Il tecnico viareggino ha dimostrato carenze sia da allenatore che da uomo e merita di uscire nel modo peggiore da questa sua seconda avventura azzurra.
Non ci resta che leccarci le ferite e ripartire da Cesare Prandelli.

(*) Giornalista sportvo

NUOVE STRATEGIE TERAPEUTICHE NEL TUMORE DELL’OVAIO

di Cristina Caruso (*)

Il cancro dell’ovaio rappresenta il 6% di tutte le neoplasie femminili ed è la quinta più comune forma di tumore negli Stati Uniti (escludendo i tumori cutanei). Si presenta per lo più in forma benigna nelle donne di età tra i 20 e i 45 anni, maligna tra i 40 e i 65 anni. La nulliparità, le mutazioni genetiche e la storia familiare giocano un ruolo a favore dell’insorgenza tumorale, a differenza dei contraccettivi orali e della legatura tubarica che ne riducono l’incidenza. E’ in genere silente, privo di sintomi, tranne quando ha già raggiunto grandi dimensioni e quindi s’è diffuso soprattutto a livello del peritoneo. La diagnosi precoce si effettua grazie ad un’ecografia transvaginale e al dosaggio del CA 125, un marker tumorale abnormemente aumentato in presenza del tumore. Fortunatamente risponde bene alla chemioterapia e la nuove prospettive terapeutiche basate sull’impiego delle tecniche immunologiche, l’immunoterapia, danno risultati sempre migliori. L’immunoterapia consiste nell’uso di agenti terapeutici favorenti la risposta immunitaria attiva, tramite la somministrazione di antigeni (ovvero sostanze che l’organismo riconosce come estranee), e passiva, tramite la somministrazione di anticorpi, contro le cellule tumorali.

Gli agenti di cui stiamo parlando sono di vario tipo. L’importante è che siano il più possibile specifici per il tumore, legati a fattori prognostici negativi (es. positività a HER2/neu) ed immunogenici. Possono essere utilizzati peptidi o proteine: il trattamento con peptidi è poco costoso e facile da usare ma rivolto esclusivamente a pazienti selezionate, mentre quello con proteine ha un impiego su scala più ampia ed è caratterizzato dalla digestione, fagocitosi e processazione della proteina stessa. Vaccinazioni con MAGE-A1, MAGE-A2 e NY-ESO (molecole normalmente espresse anche nella placenta e nel testicolo) proteggono le donne dal tumore, con il solo effetto collaterale di qualche giorno di febbre post somministrazione. Le interleuchine, proteine che mediano fisiologicamente l’infiammazione e le reazioni immunitarie, furono protagoniste di un boom negli anni ottanta. Seguì una loro sospensione e attualmente diversi studi sono in corso. Anticorpi anti tumorali, distinti in monoclonali (contro uno specifico antigene), quali Trastuzumab e Bevacizumab; e anti idiotipo (che mimano l’antigene originale), come Abagomovab (progetto MIMOSA), continuano ad avere il loro successo. La nuova frontiera dell’immunoterapia però è rappresentata dalle cellule dendritiche, specializzate nella presentazione dell’antigene alle cellule B e T, e quindi nel mettere in moto la risposta immunitaria.
Tutte queste strategie, ovviamente, bisogna che si plasmino alla variabilità umana e, al fine di stimolare il sistema immunitario, devono essere presi in considerazione alcuni accorgimenti: somministrazione di notevoli quantità della sostanza, aggiunta di molecole costimolatorie e di lisati batterici oppure abbassamento dell’immunosoppressione.

(*) Studentessa di Medicina e Chirurgia all’Università “Sapienza” di Roma

I C/C BANCARI PROVACANO INSONNIA

di Emanuela Maria Maritato (*)

La crisi finanziaria ha ormai toccato l’economia reale. E’ assodato. E’ chiaro anche che siamo in recessione, e questo l’abbiamo capito, ma che fossimo solo all’inizio della profonda crisi economica questo ancora nessuno ce l’aveva detto.

Possiamo forse immaginare che dal cilindro dei mercati finanziari, possa ancora uscire un altro Madoff e torni alla ribalta con un buco finanziario da qualche miliardo di dollari, oppure che il governo americano non nazionalizzi qualche banca in crisi, oppure che qualche azionista scappi con la cassa…

Nulla di tutto questo, sembra invece che quasi tutte le banche toccate dalle azioni spazzatura e dagli asset tossici, si siano intossicate a tal punto da non dichiarare il 100% delle perdite, ma solo il 25% di queste, cercando di diluire l’eventuale panico negli anni e tentando di non giungere di botto al tonfo finale.

Molte banche italiane ed europee, comprese quelli islandesi, olandesi, inglesi, esclusa forse la Royal Bank of Scottland che ha perso circa 28 miliardi di sterline, sembrano aver dichiarato un  25% di perdite, più facilmente riassorbibile, non di più.

Per questa ragione risulterebbe credibile la notizia che le maggiori banche americane, invece di usare i milioni di dollari delle operazioni di salvataggio del governo, per concedere prestiti alle aziende, li abbiano stornato in conti privati, in fondi privati registrati presso paradisi fiscali, per coprire i buchi finanziari e ora si trovano nuovamente in crisi.

Comunque, a parte questi prevedibili ritorni di una finanza disonesta, speriamo che l’altro 75% di perdite venga diluito nel tempo.
Ma non sappiamo ancora quali potranno essere le coincidenze astrali, gli eventi, per i quali ogni nodo viene sicuramente al pettine, che potranno invece portare alla luce tutti questi scheletri nell’armadio, in un botto finale oggi inimmaginabile nemmeno dalle più vivide fantasie.

(*) Giornalista Freelance

I C/C BANCARI PROVACANO INSONNIA

di Emanuela Maria Maritato (*)

La crisi finanziaria ha ormai toccato l’economia reale. E’ assodato. E’ chiaro anche che siamo in recessione, e questo l’abbiamo capito, ma che fossimo solo all’inizio della profonda crisi economica questo ancora nessuno ce l’aveva detto.

Possiamo forse immaginare che dal cilindro dei mercati finanziari, possa ancora uscire un altro Madoff e torni alla ribalta con un buco finanziario da qualche miliardo di dollari, oppure che il governo americano non nazionalizzi qualche banca in crisi, oppure che qualche azionista scappi con la cassa…

Nulla di tutto questo, sembra invece che quasi tutte le banche toccate dalle azioni spazzatura e dagli asset tossici, si siano intossicate a tal punto da non dichiarare il 100% delle perdite, ma solo il 25% di queste, cercando di diluire l’eventuale panico negli anni e tentando di non giungere di botto al tonfo finale.

Molte banche italiane ed europee, comprese quelli islandesi, olandesi, inglesi, esclusa forse la Royal Bank of Scottland che ha perso circa 28 miliardi di sterline, sembrano aver dichiarato un  25% di perdite, più facilmente riassorbibile, non di più.

Per questa ragione risulterebbe credibile la notizia che le maggiori banche americane, invece di usare i milioni di dollari delle operazioni di salvataggio del governo, per concedere prestiti alle aziende, li abbiano stornato in conti privati, in fondi privati registrati presso paradisi fiscali, per coprire i buchi finanziari e ora si trovano nuovamente in crisi.

Comunque, a parte questi prevedibili ritorni di una finanza disonesta, speriamo che l’altro 75% di perdite venga diluito nel tempo.
Ma non sappiamo ancora quali potranno essere le coincidenze astrali, gli eventi, per i quali ogni nodo viene sicuramente al pettine, che potranno invece portare alla luce tutti questi scheletri nell’armadio, in un botto finale oggi inimmaginabile nemmeno dalle più vivide fantasie.

(*) Giornalista Freelance

DESTRA E SINISTRA NON ESISTONO PIU’…

di Emanula Maria Maritato (*)

La mancata integrazione culturale tra Democratici di Sinistra ex Comunisti, e Margheritisti di matrice cattolica confluiti (assieme a Democrazia è Libertà, Italia di Mezzo, Movimento Repubblicani Europei, Partito Democratico Meridionale, Progetto Sardegna) nel PD ha dato origine ad un ibrido che a differenza degli ibridi biologici sembra meno energetico dei due componenti originari. In effetti sono confluite le proprietà mobili e immobili nel PD, ma sembra che sia più profondo l’immobilismo culturale: non emergono soluzioni chiare e progressiste ai problemi degli italiani.

Berlusconi, a differenza, sembra aver cavalcato il dinamismo del “fare” e della azione a risolvere situazioni immanenti scavalcando il Parlamento con un’infinità di Decreti Legge, mortificando la Magistratura, affossando la Costituzione.

Ha imparato dal suo ex collega Bush, (del gruppo delle 3B Bush, Berlusconi e Blear), che osteggiava il comunismo e il socialismo in tutte le sue espressioni, a criticare aspramente la sinistra italiana in tutte le sue manifestazioni. Risultato: Rifondazione Comunista è colata a picco, e la sinistra in generale arranca, sull’orlo dell’oblio.

La seconda mossa è stata ispirata dalla prospettiva idilliaca di formare un grande partito (PDL) dalla fusione di diversi altri: Forza Italia, AN, Democrazia Cristiana per le Autonomie, Nuovo Partito Socialista Italiano, Popolari Liberali, Partito Pensionati, Azione Sociale, Riformatori Liberali, Italiani nel Mondo, Decidere!, Destra Liberale Italiana e Socialisti Riformisti. Berlusconi in questo modo ha accorpato partiti minori annientanto la loro storia e identità.

Così è stato per AN, e Fini ora si trova molto stretto dentro un contenitore che ha un capo decisivista e poche possibilità di manovra.

Possiamo affermare che in due mosse Berlusconi abbia annientato la politica degli estremismi: comunisti e destra nazionale?

Tralascio la descrizione delle caratteristiche dei partiti emergenti (Grillini, Di Pietro…), che oggi formano la cosiddetta nuova tesi sociale ed economica, perchè sono ancora in gestazione e per un altro verso i loro programmi hanno ancora un limitato impatto nel campo economico, sociale, educativo, produttivo etc.
Aspettando un loro exploit nell’arena sociale come nuova alternativa, come lo è stato una volta per Verdi, Radicali etc.

Ma qual’è la caratteristica del rimanente PDL?
Sembra di vedere, tra le buie trame dei processi penali e civili al Leader Maximo, nei suoi supposti collegamenti con la Mafia italiana, nei dubbiosi affari illegali delle sue aziende, alcuni aspetti, oltre ai fatti menzionati:

a. Una capacità decisionale del leader Maximo riconosciuta anche all’estero che supera l’immobilismo della politica parlamentare storica e degli stessi altri leader politici, di frontre ai problemi del paese.

b. Una dialettica forbita e prospettive di benessere sociale, di ricchezza per tutti, che ammaliano milioni di italiani, senza tuttavia dare efficaci nuove soluzioni a problemi vecchi: occupazione, giustizia sociale ed economica, produzione, etc.

c. Una leadership personale e individuale. Questa situazione assomiglia troppo ai governi dell’uomo unico di storica memoria. Ci si può chiedere: e dopo Berlusconi ci sarà nuovamente la frammentazione delle correnti politiche? Potrebbe essere. Dovremmo sviluppare una classe amministrativa che esprima un governo collettivo, non individuale della Res Publica, per evidenti questioni di sicurezza e per il principio che “in tutti si fa tutto”.

d. Da tenere presente che negli ultimi due anni è aumentata la disoccupazione a 2 milioni 700 mila unità, e la cassa integrazione non è stata posticipata dal parlamento. Ciò potrebbe causare rivolte sociali.

e. Il nostro sistema produttivo non è organizzato per sopportare un’altra crisi economico-fiannziaria internazionale. Si rischia perciò una nuova Recessione e Depressione Economica di vaste proporzioni e questa volta definitiva, come affermano alcuni osservatori: questa, diceva nel 2007 Ravi Batra, economista della Methodist Dallas University, sarà una crisi causata dall’eccessivo debito…

E in debito vi sono i paesi del circolo PIGS, Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna, ma potrebbe esserci anche l’Italia e di corsa anche gli altri paesi europei se si dovesse innescare l’effetto domino previsto dagli economisti.

Allora la domanda che ci potremmo fare sarebbe la seguente: “Come salvaguardarci da questa depressione economica che potrebbe cadere prima o poi sulle nostre teste?”

P.R. Sarkar è dell’opinione che i paesi che meno dipenderanno dall’estero per la propria sopravvivenza saranno quelli che soffriranno meno. Il che significa che dovranno provvedere alle necessità basilari della propria popolazione garantendo a tutti i prodotti e servizi vitali, fregandosene delle prospettive offerte dalla speculazione finanziaria, di borsa e dei mercati internazionali, rivelatisi grandi specchietti per le allodole…

Stiglitz, ex vicepresidente della Banca Mondiale, disse agli Argentini dopo il crack, che non dovevano ripristinare la fiducia negli investitori, perchè essi aveva provocato il disastro, ma investire nell’economica reale…

I prodotti e servizi di base necessari alla popolazione sono elencati da Sarkar nei seguenti:

> Alimenti: necessità di riorganizzare l’agricoltura per essere autosuffciicienti nella produzione. Organizzazione delle aziende agricole, delle aziende pre-raccolto: produzione di macchine agricole e delle aziende post-raccolto: lavorazione dei prodotti agricoli. Questa riorganizzazione dovrebbe favorire l’approvvigionamento degli alimenti per tutti e l’aumento dell’occupazione nel settore agroalimentare.

> Vestiario: mentre la materia prima nel settore agricolo (terra, acqua, sole…) è presente in Italia in quantità sufficiente per provvedere alle necessità degli italiani, nel settore del vestiario si devono ricercare le materie prime necessarie per rifornire le industrie di tessuti. A seguito della produzione di tessuti, vi saranno una serie di aziende di produzione di vestiario localizzate nelle vicinanze delle aziende di filati e tessuti. Le fibre tessili, cotone e seta (una volta prodotta in Italia), la lana, sono importate. Il lino, canapa possono essere prodotte in Italia. Le fibre artificiali sono presenti. La qualità dei tessuti in Italia è straordinaria, nemmeno le copie cinesi ne sono all’altezza.

> Abitazione: I Materiali da costruzione sono abbondantemente presenti in Italia. Il problema è la necessità impellente di una legislazione per la costruzione di abitazioni a risparmio energetico, acqua, e spazio auto, efficienti. Si producono abitazioni al risparmio con alti profitti per i costruttori, ma bassa efficienza energetica per gli inquilini… Per cui la casa essendo un bene primario dovrebbe essere costruita dalle amministrazioni locali con la regona: “Nè Perdite nè Profitti”, per tenere bassi i prezzi.

> Sanità: la sanità in Italia è quasi gratuita ed è diventata un modello, non per gli sprechi, per molti paesi,

> Educazione: Garantire a tutti l’educazione e istruzione a spese minime sembra già essere un fattore di orgoglio in Italia. Ad eccezione per le carenze nell’apprendimento della lingua madre e della matematica, per il quale siamo i penultimi in Europa prima della Grecia.
Un’educazione che accompagni i meritevoli fino ai più alti livelli di apprendimento e di studio.
Oggi nelle scuole elementari mancano i fondi per la carta, i colori, la sorveglianza…

Nonostante tutto la RICERCA in Italia
L’altra importante questione: perchè l’Italiano non crede nella RICERCA?
Facciamo un esempio: Le invenzioni di Guglielmo Marconi, la Radio e il Radar, non sono state comprese e sfruttate appieno dall’allora governo Mussolini ma quasi osteggiate, mentre sono state ben utilizzate dalla Gran Bretagna, dove Marconi è diventato socio della BBC e fondò la MARCONI Ltd, tuttora attiva.
Potrebbe essere che ci sia bisogno di un cambiamento culturale perchè la Ricerca possa funzionare e dare i suoi frutti? Diamoci da fare.

La crisi è iniziata e se non si fa nulla per arginarla, diventerà più profonda.
Con il solito: speriamo che io me la cavo, oltre ad un augurio… cerchiamo di fare qualche cosa subito, perchè anche tutti gli altri se la cavino pure.

(*) Giornalista Freelance