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C’E’ LA NEVE NEI MIEI RICORDI, C’E’ SEMPRE LA NEVE

di Lucia Gemma (*)

“C’è la neve nei miei ricordi, c’è sempre la neve e mi diventa bianco il cervello se non la smetto di ricordare. Tanto qua sotto nulla è peccato…”

<< Fulvio, quegli occhi, quel paio d’occhi che brillavano sembravano due fari, due torce… E quel sorriso così… Così accecante sembrava… Sembrava di vedere il Sole quando lei rideva, credimi… Fulvio, quando un uomo si sente addosso quello sguardo, quell’espressione, è inevitabile che gli esploda qualcosa dentro; tu pensi che io c’ho avuto soltanto un infarto? Ma io ce n’ho avuti tre, quattro… Non lo so nemmeno io quanti ce n’ho avuti… Il primo sicuramente quando ci siamo visti la prima volta, poi il secondo quando m’ha accarezzato e il terzo quando ci siamo baciati, qui… Stavo per rimetterci le penne Fulvio, lo sai? Però… Se qualcuno mi facesse la fatidica domanda “Ernesto, ne è valsa la pena?” Io risponderei… Ne è valsa la pena, ne è valsa veramente la pena!

Ma che ne so Fulvio, che ne so… Io non avevo mai tradito mia moglie e da quel giorno non l’ho fatto più… Però ogni tanto quando litighiamo e ho voglia di sentirmi un po’ infedele, vengo quassù in questa terrazza, prendo un lenzuolo e me lo metto in testa. Poi recito quella poesia…  “C’è la neve nei miei ricordi, c’è sempre la neve e mi diventa bianco il cervello se non la smetto di ricordare. Tanto qua sotto nulla è peccato…” >>

Carlo Verdone, Manuale d’amore 2 

Non lo so cosa ci faccio qui. La città ha chiuso gli occhi sotto le lenzuola da almeno tre ore. Io no. Sonno non ne ho. E non ho intenzione di rintanarmi nel letto.

Sto fermo sotto casa sua, allora.

Guardo il balcone del primo piano. E me la immagino stanca, triste. Vedo una lacrima perdersi nelle cave del suo cuscino, scavato da tanta vana sofferenza. Non so che dirle. Non so come spiegarglielo. Perchè sembra tutto chiaro in me, solo che le parole non le so usare quando mi guarda senza farci caso, attraverso la vetrina del corso, mentre osserva  un vestito stretto e la sento pensare “Non mi andrà mai.” Ecco, io lì vorrei dirle che le starebbe un incanto se solo avesse il coraggio di provarlo. Che è bellissima quando il sole le illumina i lunghi capelli biondi. E che.. E che, forse io… E che forse io niente… Che forse la lascio lì a provare la solita larga maglia nera  che nasconde a tutti i suoi fianchi levigati.

Un giorno sembrava che si fosse accorta di me. Ero nel negozio di dischi in centro, quello accanto la pasticceria di mia madre. Ci passo giornate intere lì dentro io. Me ne stavo accovacciato dietro il bancone ad ascoltare “Pink moon” di Nick Drake. Erano le undici del mattino e la polvere dei vecchi dischi saltellava fugace nell’aria di sole che sapeva già d’estate. Non avevo sentito la porta aprirsi. Non mi ero reso conto di nulla, idiota. Era stato un momento, un fruscìo di foglie, che lei era davanti a me. Avevo gli occhi chiusi, ma avvertivo lo sguardo di qualcuno addosso. Non volevo saperne di sollevare le saracinesche per guardare. Allora era stata lei a togliermi le cuffie. E mi era venuto un infarto, come quello di cui parla Verdone in un film. Mi si era staccata la presa del cuore e non funzionava più niente. Tutto in corto circuito. Stupido cuore.

“Scusami… Non era mia intenzione spaventarti. Volevo solo sapere dove fosse Jim.”

La sua voce… Dio la sua voce.

“Ah… Sono Janet, piacere.”

Aveva allungato la sua mano verso la mia e quando l’avevo toccata, avevo avvertito un altro infarto. Così  forte… Mi era sembrato di perdere i sensi, di non vederla più  davanti al bancone. Ero riuscito a presentarmi e a darle l’informazione che mi aveva chiesto solo dopo che il sangue aveva inavvertitamente ripreso a scorrermi nelle vene. Poi era fuggita via. Mi aveva lasciato senza più parole, senza più sangue, senza più cuore. Se l’era trascinato per strada, schiacciato poi da chissà chi.

E ora sto qui, senza volere nulla.

Sai una cosa, Janet? Io non ci credevo che qualcuno avrebbe mai potuto diseredarmi i battiti della volontà. Ma ora non ne ho più una, ce l’hai tu la mia, assieme a tutto me stesso. Non posso farci nulla. Jim è sposato, perché  mai lo cerchi tanto insistentemente anche solo per sapere il titolo di una canzone mentre gliela canticchi in negozio, mentre usi quell’inglese perfettamente studiato che non ci crederebbe nessuno che improvvisi? Ha una moglie che ama molto, tu per lui sei solo una cliente. E io rischio la vita ogni volta che ti scorgo da lontano. Non lo sapevo che sarei arrivato a questo, “ad un passo dal possibile, ad un passo da te”… Senza che tu neppure sappia.

Non pretendo nulla. Volevo solo che sapessi che se non mi troverai più ad ascoltare dischi nel negozio di Jim è perché mi uccide sapere che potresti arrivare da un momento all’altro e non volere me, ancora no.

Tu che canti, tu che parli, tu che respiri, tu che vivi.

Io che ascolto musica, io che sto zitto, io che mi tengo l’aria dentro per non fare rumore e perdermi un po’ di te, io che muoio.

Io che ti amo, Janet.

Ti lascio un biglietto qui, per strada, lo trovi sotto questo salice piangente che non vuole piangere più.

 “C’è la neve nei miei ricordi, c’è sempre la neve e mi diventa bianco il cervello se non la smetto di ricordare. Tanto qua sotto nulla è peccato…”

Nulla. Neppure il mio amore.

(*) Studentessa di Lettere Moderne all’Università di Foggia

CUNICOLI SPAZIO TEMPORALI E VIAGGI NEL TEMPO: FISICA O METAFISICA?


di Giuliana La Valle (*)

Nel 1916 Albert Einstein, famoso fisico tedesco, già autore della teoria della Relatività Ristretta, termina i suoi lavori sulla teoria della Relatività Generale, teoria di mole elevatissima e che finalmente dava una spiegazione logica ai comportamenti di sistemi fisici in prossimità di campi gravitazionali, spiegando la natura degli stessi.  Solo venti anni più tardi, insieme al suo più fidato collaboratore di lunga data Nathan Rosen, pubblicava un lavoro nel quale mostrava come nella teoria della Relatività Generale, implicitamente, si adottava un formalismo tale da ammettere lo spazio–tempo curvo in prossimità di un campo gravitazionale, tanto più curvo quanto più intenso è il campo. Pertanto se il campo gravitazionale fosse sufficientemente grande, si può pensare a un tunnel spaziale, risultato di una rapida curvatura dello spazio causato proprio da campi gravitazionali di intensità elevatissima; tunnel in grado di connettere due regioni diverse dello spazio-tempo o addirittura due diversi universi.

Gli unici oggetti celesti conosciuti oggi che abbiano una forza gravitazionale così elevata sono i buchi neri.

Il termine buco nero venne coniato per la prima volta da un astrofisico teorico statunitense, John Archibald Wheeler, nel 1967, dopo oltre due secoli dalla incredibile intuizione del francese Pierre Simon de Laplace e, contemporaneamente, ma in modo del tutto indipendente, dell’inglese John Mitchell, che li portò a ipotizzare l’esistenza di stelle invisibili semplicemente usando le leggi della dinamica e della gravitazione universale di Newton. Nell’opera “Esposizione del sistema del mondo” del 1798 Laplace scrisse: “una stella luminosa, della stessa densità della Terra, e con un diametro pari a 250 volte quello del Sole, non permetterebbe, a causa della sua attrazione gravitazionale, ai suoi raggi luminosi di raggiungerci; è dunque possibile che i corpi celesti più grandi e più luminosi siano, per questo motivo, invisibili”.

Oggi i buchi neri sono correttamente descritti attraverso la teoria della Relatività  generale di Einstein. Questi hanno vita a partire dalla morte di una stella massiccia: queste stelle, al termine del loro ciclo evolutivo, iniziano il processo di collasso durante il quale, la concentrazione sempre maggiore di massa verso un punto curverà sempre di più lo spazio; in tale affossamento la stella continua a contrarsi più rapidamente, mentre la pressione, il campo gravitazionale e la densità aumentano infinitamente e la materia collassante tenderà a raggiungere una condizione di volume nullo e densità praticamente infinita, costituendo così quella che oggi è conosciuta come “singolarità”, ovvero un punto che potrebbe essere al di fuori del nostro spazio–tempo. All’aumentare della densità, il percorso dei raggi luminosi emessi dalla stella vengono piegati dalla curvatura spazio temporale causata dalla gravità della stella collassante e rimangono irrevocabilmente avvolti intorno alla stella, non potedovi sfuggire. Il campo gravitazionale sarà così intenso che esercità una curvatura tale che i fotoni non ne possano uscire, come se la velocità di fuga di un oggetto celeste nel raggio di azione del buco nero fosse maggiore della velocità della luce, cosicchè neanche la luce stessa possa sfuggirvi. Questo significa che qualunque fotone (particelle/onde costituenti la radiazione elettromagnetica e dunque la luce) emesso è intrappolato nell’orbita del campo gravitazionale della stella collassata in buco nero e percorre l’orizzonte degli eventi del buco nero (limite oltre il quale non si può più sfuggire all’azione dirompente del buco nero), scivolando lentamente verso la singolarità. Da quanto precede appare chiaro perchè è chiamato buco nero, ma è meno chiaro perchè i buchi neri possono essere assunti come luoghi in cui lo spazio e il tempo “cambiano” in modo sensibile rispetto alla concezione che abbiamo nella vita di tutti i giorni.

Semplificando notevolmente i concetti che sono alla base della teoria Einsteiniana, si può  pensare che la curvatura spaziale provocata dal campo gravitazionale del buco nero è tale che per raggiungere la singolarità, avremmo la necessità di un tempo infinito, pertanto man mano che percorriamo la curvatura avremmo la sensazione che il tempo rallenti.

Einstein e Rosen hanno ipotizzato che una volta superato l’orizzonte degli eventi, la curvatura si fa più dolce e si può emergere in un secondo universo attraverso quello che viene chiamato Ponte di Einstein – Rosen o anche detto wormhole. In questo caso il buco nero sarebbe usato come una sorta di portale per passare da un universo ad un altro. Lo stesso ragionamento può essere fatto se questo ponte unisse non due universi distinti, ma due punti distinti dello stesso universo, fungendo così da scorciatoia nello spazio–tempo.

Attraverso gli wormhole ci sarà dunque possibile percorrere una distanza elevatissima in minor tempo di quanto non impiegherebbe la luce percorrendo gli spazi normali. Queste singolarità gravitazionali o dello spazio–tempo potrebbero possedere almeno due estremità connesse da un unico tunnel, potendo la materia viaggiare da un estremo all’altro passandovi attraverso.

Se dunque il buco nero risucchia materia, il suo corrispettivo dovrà espellere materia: il buco bianco è dunque il teorico antagonista del buco nero.

In un quadro scientifico di questo genere ci verrebbe da pensare di essere in un ambito completamente fantascientifico, tuttavia non è così: nonostante siano tutte teorie frutto di complicatissimi ragionamenti matematici (soluzioni delle equazioni di Einstein) non comprovati a livello sperimentale (tutt’oggi i buchi neri sono gli oggetti celesti che destano ancora molte domande e poche risposte), non è dunque così assurdo pensare ai viaggi spazio temporali in altre dimensioni o in punti del nostro stesso universo a velocità oltre l’immaginabile, ove si convenga che, seppur teoricamente concesso, tutto ciò non è ammissibile per entità di masse superiori a quelle di un elettrone.

Diversi studi sono stati fatti per confutare o suffragare le tesi enunciate da Einstein e Rosen, ma tutt’oggi rimane ancora tutto avvolto nel mistero, facendo della astrofisica una delle scienze più affascinanti perchè ancora tutta da scoprire.

(*) Studentessa di Fisica presso l’Università di Roma3

RIFLETTERE

di Emanuela Maria Maritato (*)

La conferenza stampa tenutasi da Denis Verdini – il coordinatore del Popolo delle libertà inquisito da due procure della Repubblica – sarà riproposta più volte negli anni a venire quando – perché quel momento verrà – il Paese potrà ragionare con serenità, e magari ridere, di questo momento della sua storia. Allora ci si stupirà nel rivedere quelle immagini, proprio come oggi ci si stupisce davanti alla mimica mussoliniana e alla retorica dei documentari dell’Istituto Luce. 
 
E ci si domanda come un Paese civile potesse sopportare quel tragico pagliaccio e la corte mediocre dei suoi servi.

 Mentre scorreranno le immagini di Denis Verdini – l’ex macellaio diventato banchiere e poi politico, uno degli uomini più potenti di quella povera Italia – non faremo caso, tanto ci parranno ovvie, alle parole dello speaker che ci racconterà come il 28 luglio del 2010, nel mezzo di una crisi economica planetaria devastante, mentre il Paese era impegnato in una guerra che proprio quel giorno aveva portato via due dei nostri ragazzi, la principale preoccupazione del capo del governo fosse trovare il modo di far fuori politicamente la terza carica dello Stato colpevole di aver avuto un sussulto di pudore davanti al tentativo di coprire l’illegalità dilagante con una legge fatta per imbavagliare la libera stampa e rendere più difficile le indagini contro le associazioni mafiose. «Le organizzazioni criminali – dirà lo speaker – all’epoca erano penetrate fino ai vertici dello Stato. 
 
Poche settimane prima uno dei principali collaboratori del premier, nominato dal medesimo premier senatore, era stato condannato nel processo d’appello a sette anni di carcere per i suoi rapporti con Cosa Nostra. Lo stesso reato contestato, ma per rapporti con la camorra, al sottosegretario all’Economia del governo in carica. In quegli stessi giorni erano finiti sotto inchiesta, per vari reati tra cui quello di violazione della legge contro le associazioni segrete, il senatore, il sottosegretario all’Economia, un altro sottosegretario (quello alla Giustizia) e lo stesso Denis Verdini che, in quella ormai storica conferenza stampa del 28 luglio 2010, svolse un monologo di una quarantina di minuti prima di consentire ai giornalisti di porre qualche domanda». 
 
«Il giorno prima era stato sentito per nove ore dai magistrati. Si era trovato in difficoltà soprattutto davanti alle contestazioni relative ai suoi rapporti con Flavio Carboni, uno dei personaggi più squalificati dell’epoca, col quale – al pari del senatore condannato per Cosa Nostra – aveva stabilito un rapporto di cordialità, di amicizia, e anche d’affari. Ma, come avete sentito, nei quaranta minuti del suo monologo, Denis Verdini non fece alcun riferimento a quelle circostanze. Anzi, giunse a sostenere che quanto stava dicendo non era la “sua” verità ma “la Verità” perché egli, essendo parte in causa in quelle vicende, meglio di tutti le conosceva. Come se oggi un imputato di omicidio chiedesse d’essere prosciolto sulla parola».
 
«Ma erano quelli i tempi. Il capo del governo controllava l’intero sistema d’informazione televisiva e l’anno prima aveva invitato esplicitamente gli industriali a negare la pubblicità ai giornali non allineati. Erano anche in atto un serie di provvedimenti finalizzati a colpire economicamente, per eliminarla, la carta stampata. Ma, nello stesso tempo, i quotidiani sotto controllo governativo effettuavano un’opera sistematica di denigrazione degli avversari politici. Quella mattina su un quotidiano di proprietà del fratello (egli pure plurinquisito) del premier era apparso un articolo scandalistico sulla terza carica dello Stato». «Ma torniamo alle immagini. 
 
Avete sentito le urla? Accadde quando una giornalista de l’Unità domandò spiegazioni circostanziate su alcuni passaggi di denaro tra Flavio Carboni e la banca di Denis Verdini. Si trattava della questione più imbarazzante. Quella che, nell’interrogatorio, aveva creato i maggiori problemi. Perché inspiegabile che un personaggio squalificato come Flavio Carboni avesse trasferito una grossa somma di denaro a uno dei più importanti leader del partito di governo il quale, per perfezionare l’operazione, aveva anche utilizzato un prestanome». «Ma, cari ascoltatori, attenzione: le urla che avete sentito non erano di Verdini. Egli, al contrario, per l’intera conferenza stampa, mantenne un atteggiamento cordiale, almeno in apparenza, e disse col sorriso sulla labbra anche frasi che, ai diretti interessati, suonarono minacciose. 
 
Come quando definì chissà perché “morbosa” la domanda della giornalista de l’Unità , o quando, facendone il nome e il cognome, si domandò con finto stupore perché mai fosse assente una giornalista del Corriere della Sera che aveva scritto articoli documentati sulla sua vicenda giudiziaria. A gridare fu un altro giornalista che in passato era stato parlamentare e anche ministro per la stessa coalizione del capo del governo e di Verdini. Urlò un paio di offese contro la giornalista de l’Unità colpevole di aver fatto la domanda giusta. Poi – concluso il servizio – andò via. Dirigeva un giornale del quale Verdini era comproprietario. Succedevano queste cose in quelli che oggi ricordiamo come “Gli anni della vergogna”».

(*) Giornalista Freelance e Direttore del Gruppo editoriale Maritato

F1, FERRARI: MASSA ELOGIA LA “ROSSA” SUL SUO DIARIO

di Andrea Pelagatti (*)

”In Ungheria abbiamo dato il massimo”. Ne e’ convinto anche Felipe Massa, che lo dice pubblicando il suo Diario su formula1.ferrari.com, dal Brasile dov’e’ volato per questa pausa estiva direttamente da Budapest domenica sera. ”E’ bello essere di nuovo a casa dopo uno dei mesi piu’ intensi che io mi ricordi nella mia carriera in Formula 1 – dice Massa – fortunatamente si e’ concluso con un paio di buoni risultati che indicano come la Ferrari sia tornata allo standard che ci aspettavamo. Credo che l’esito della gara dell’Ungheria sia stato, per vari motivi, il migliore che potessimo sperare di ottenere.

Il passo della Red Bull, il fatto che la pista sia ben nota per non offrire possibilita’ di sorpassi e il pizzico di sfortuna di aver perso una posizione al pit-stop in regime di safety-car a vantaggio di Hamilton, compensata dal suo successivo ritiro, sono gli elementi che hanno determinato il risultato finale. Quarto ero in griglia e quarto sono arrivato al traguardo. Al momento della neutralizzazione abbiamo scelto di fare il doppio pit-stop, con me che sono rientrato dietro Fernando. Perche’ non abbiamo imitato Webber e continuato a girare con le gomme morbide? La scelta di Mark e’ stata giusta ma soltanto perche’ lui aveva una macchina in grado di tenere il ritmo giusto per accumulare il margine di vantaggio necessario per farlo rimanere in testa dopo la sua sosta. Per noi questa scelta non avrebbe funzionato. Il nostro doppio pit-stop e’ stato impeccabile: quando sono arrivato alla piazzola Fernando era gia’ partito e ho perso la posizione perche’ sono cose che possono accadere in frangenti come quello. Quindi, pur avendo fatto il ‘doppio’, ho avuto la possibilita’ di lottare per la mia posizione: in tutta onesta’, e’ stata la scelta strategica giusta”. ”In Germania – prosegue il brasiliano – sembrava avessimo la macchina piu’ veloce e soltanto pochi giorni dopo la Red Bull e’ sembrata su un altro pianeta rispetto a tutti gli altri. Sono stati i piu’ veloci, eccezion fatta per il Bahrain all’inizio e poi appunto la Germania: questo e’ dovuto principalmente alla diversa natura delle piste. In Germania ci siamo qualificati praticamente sugli stessi tempi mentre in Ungheria erano 1”2 piu’ veloci, il che ci fa capire come a Hockenheim probabilmente fossero sotto il loro livello abituale. Dal punto di vista personale, Budapest e’ stato un weekend particolare per me. Tornare li’ dopo quello che era successo lo scorso anno e incontrare le persone che mi hanno tirato fuori dalla macchina subito dopo l’incidente e che si sono prese cura di me nel centro medico e poi nel trasporto in elicottero in ospedale e’ stato molto bello cosi’ come mi ha fatto un enorme piacere cenare giovedi’ sera con il chirurgo che mi ha operato: e’ stato qualcosa di davvero speciale. In pista, non ho mai pensato all’incidente quando sono passato in quella curva anche se mi ha fatto piacere vedere che sulle tribune c’erano degli striscioni con messaggi come ”Bentornato Felipe”: e’ stato molto carino da parte dei tifosi”. ”Ora abbiamo una pausa piuttosto lunga, con tre fine settimana senza corse. Anche se la Ferrari e’ in una fase positiva, sono contento che ci sia questa interruzione – conclude Massa – E’ importante per noi piloti avere un po’ di riposo dopo un periodo tanto intenso e lo e’ ancora di piu’ per la squadra, che ha lavorato davvero tantissimo. Passero’ queste settimane qui in Brasile con la mia famiglia, rilassandomi e cercando di stare il piu’ possibile con mio figlio, il che e’ praticamente un lavoro a tempo pieno!”.

(*) Giornalista sportivo e studente LUISS

EUROPEI DI NUOTO: TRIPLETTA AZZURRA

di Andrea Pelagatti (*)

Il lago di Balaton si scopre un tesoro senza fondo. Dopo la medaglia d’argento conquistata ieri da Valerio Cleri nella dieci chilometri, l’Italia monopolizza il podio della 5 chilometri a cronometro maschile. Vince Luca Ferretti in 58’44”4 davanti a Simone Ercoli (59’00”5) e Simone Ruffini (59’11”1).

Ordine d’arrivo della 5 km di fondo agli europei di nuoto di Budapest.

1. Luca Ferretti (Ita) 58:43.4
2. Simone Ercoli (Ita) 59:00.5
3. Simone Ruffini (Ita) 59:15.9
3
. Spyridon Gianniotis (Gre) 59:15.9

5. Thomas Lurz (Ger) 59:20.3
6. Jan Wolfgarten (Ger) 59:23.5
7. Christian Reichert (Ger) 59:42.8

8. Daniil Serebrennikov (Rus) 59:58.6
9. Evgeny Drattsev (Rus) 1h00:00.0
10.Artem Podyakov (Rus) 1h00:00.9 
11.Kvetoslav Svoboda (Rce) 1h00:27.5
12.Diego Nogueira (Spa) 1h00:46.4
13.Julien Sauvage (Fra) 1h00:47.7
14.Antonios Fokaidis (Gre) 1h01:01.4
15.Tom Vangeneugden (Bel) 1h01:04.4

(*) Giornalista sportivo e studente LUISS

 

ATLETICA: RISVEGLIO PER LA NAZIONALE AZZURRA AGLI EUROPEI

di Andrea Pelagatti (*)

Luci molto più luminose delle ombre. L’Europeo 2010 di atletica a Barcellona non lascia spazio a dubbi di rilievo, nell’interpretazione in chiave azzurra. La squadra composta dal ct Francesco Uguagliati si è ben comportata allo stadio Olimpico e sulle strade della città catalana, mettendo in evidenza un bel mix tra forze nuove (ben sette gli esordienti assoluti) e valori consolidati. Le 6 medaglie ottenute (4 argenti e 2 bronzi) sono un bel premio al valore degli azzurri, ma lo sono ancor di più i 24 piazzamenti in finale (primi otto posti).

Il confronto con Goteborg 2006 (3 medaglie per l’Italia, di cui 2 d’oro con Howe e Baldini), quando la squadra targata Fidal mise insieme 17 finalisti, racconta di un netto passo in avanti. Le quattro medaglie d’argento, con Nicola Vizzoni nel martello, l’Alex Schwazer dei 20km, la straordinaria Simona La Mantia nel triplo, e la 4×100 maschile, splendono con le due di bronzo, centrate ancora nelle discipline di ‘endurance’, da Daniele Meucci nei 10000 metri, e da Anna Incerti nella maratona. E’ mancato l’acuto assoluto, quello da medaglia d’oro, per mettere la squadra al posto che avrebbe meritato nel medagliere. Ma l’ottavo posto nella classifica a punti, a quattro lunghezze dal sesto, ne descrive bene l’impatto avuto sull’Europeo, che non si limita solo ai numeri, ma è fatto anche dalle emozioni regalate da molti protagonisti. La giornata conclusiva, per dire: l’argento della staffetta 4×100 maschile, ed i due record italiani assoluti ottenuti dai ragazzi del quartetto veloce (38″17, a cancellare dal libro dei record il 38″37 della storica nazionale di Helsinki 1983), e dalle ragazze del miglio (3’25″71), descrivono chiaramente il concetto. E proprio la storia delle staffette è esemplare: si sono fatte scelte chiare, anche dolorose, e si è portato avanti un progetto con applicazione e coerenza, senza indecisioni. Il responsabile della velocità Filippo Di Mulo, con il conforto del collaboratore tecnico Roberto Piscitelli, ha lavorato per mesi su un gruppo, costruendo una macchina che, alla riprova di fatti, si è dimostrata una formula uno, e creando le basi per un percorso di lunga durata che va oltre gli atleti di oggi. “L’avevamo detto che il 2010 – commenta il presidente della Fidal Franco Arese – significava l’anno del recupero di certi campioni, la crescita dei giovani e del livello medio dei nostri atleti. Torniamo da questi Europei con 6 medaglie, 4 argenti e 2 bronzi, e 4 quarti posti che lasciano un po’ di amaro in bocca. Senza dimenticare l’argento e il bronzo ottenuto dalle nostre squadre di maratona in Coppa Europa. Ma è stato anche l’Europeo delle belle sorprese. Penso a Meucci con quella volata al fotofinish sui 10000, a Vizzoni che si merita questo risultato per la sua capacità di reagire e mantenersi sempre ad alto livello, alla La Mantia d’argento nel triplo”. Discorso a parte per la 4×100 d’argento con il record nazionale: “questi ragazzi, grazie al lavoro di Di Mulo – dice Arese -, sono riusciti ad amalgamarsi perfettamente. Era un primato storico quello che hanno abbattuto, ed è un risultato che arriva da un progetto partito due anni fa”. Quindi un pensiero su Stefano Baldini: “qui ha provato ad essere competitivo, ma quando si è reso conto di non farcela ha preferito ritirarsi. Ma ciò non cancella tutto quello che ha fatto per la nostra atletica e per cui gli diciamo grazie”. Il secondo pensiero è per la primatista nazionale dell’alto Antonietta Di Martino e per Andrew Howe: “Antonietta non voleva cercare scuse e, quindi, non ha evidenziato il problema fisico che le ha impedito di misurarsi all’altezza della competizione. Ma su di lei contiamo ancora molto. Howe? Prima degli Assoluti di Grosseto nemmeno pensavamo che potesse riuscire a partecipare agli Europei. Eppure, a nemmeno un anno di distanza dall’intervento al tendine, è arrivato a Barcellona e si è presentato in finale con tre salti sopra gli 8 metri, dimostrando di essere un atleta in pieno recupero”. Quanto ad Alex Schwazer, “non è tornato a casa a mani vuote, ma con l’argento nella 20 km. Riteneva di poter fare anche la 50, ma forse l’impegno muscolare richiesto dal circuito era difficile. Rimane il fatto che ritrovare un campione come Alex è una priorità”.

(*) Giornalista sportivo e studente LUISS

ESCO A FARE DUE PASSI ..

di Lucia Gemma (*)

«Lei era entrata in quella parte del cuore dove ci sono le cose più buone, quella simile a una credenza dei dolci dove c’è la Nutella, i biscotti, le merendine, la marmellata; quell’angolo di cuore dove quando uno ci entra, succeda quel che succeda, da lì non uscirà mai. Non c’entra l’amore. Ci sono persone che da quando le conosci non smetti mai di volergli bene.»
–  Fabio Volo  –

Dido si era addormentata tra le braccia della sua soffice poltroncina e stringeva un piccolo cuscino sotto la testa, così, per starsene più comoda.

Il camino aveva smesso di fumare calore e se ne stava zitto ad osservare quella strana stanza. Le pareti azzurro affumicato erano stressate per quella giornata che non ne aveva voluto sapere di smettere di piovere per spegnersi e andare a dormire. Ma la luna, anche quella sera, c’era riuscita a soffiare via il sole. Non era rimasto che un brandello di luce in tutto quel buio. La candela che Dido aveva acceso poche ore prima. Profumava anche. Peccato che lei non ne avesse mai capito la giusta essenza, anche se una volta ci aveva pensato…
Che nome poteva avere quella rosa che sapeva di pesca quando l’hai appena colta ed è il suo miglior momento?
Secondo Cloe era solo pesca, non ci aveva mai trovato alcuna rosa lì dentro. Ma Dido insisteva, c’era, c’era eccome. E non si capacitava di come l’amica non lo capisse.
Tutto quel calore le annebbiava la mente.
Eppure, Dido sognò.
Sognò che c’era una tempesta di pietre là fuori e che la pioggia non riusciva a stanare le nuvole in tutto quel miscuglio di roccia. Sognò che qualcuno aveva bisogno di lei e che continuava ad urlare il suo nome. Si stancò molto. Camminò, corse, camminò. Invano. E allora la finì di cercare. Sedette.
C’era un lungo fiume che le scorreva sul fianco e le rinfrescava la stanchezza. Le bagnava di effervescenza la mente e poi il cuore, così da poter pensare ancora da dove provenisse la voce e avere l’impeto necessario a trovarla. Si rialzò. Si muoveva con la calma di chi non sa cosa l’aspetta. E intanto le si aprivano alla vista altisonanti alberi e una sconfinata distesa di fiori bianchi.
“Tulipani” Pensò.
Era accecante tutto quel bianco, le intorpidiva i sensi. Raggiunse l’immenso prato e si fece posto nella natura. Poi si avvicinò ad un fiore, che non era un tulipano, e annusò. Fece per aprirlo e qualcosa le scivolò sulla mano, caldo e avvolgente. Avvicinò la lingua e degustò quel giallo colorato di arancione. Miele.
Sorrise.
Cloe.
Era lì accanto a lei, Cloe. Profumata di miele lei, profumato di miele il suo vestito bianco candido, profumato di miele il suo sorriso familiare e felice.
“Sapevo che mi avresti trovata…”
Una luce soffusa… E poi caldo. Soffice poltrona.
Realtà.
“Smettila di trangugiare miele, ti farà male.”
Cloe.
Dido intanto apriva lentamente gli occhi e prendeva di nuovo confidenza con la luce della candela di rosa e pesca.
“Me l’hai dato tu, il miele.”
E intanto osservava l’amica aprire la credenza dei dolci, il suo angolo preferito. E pensava che Cloe era la sua brioche preferita, sapeva di buono sempre. Era la cioccolata calda da mettere sul riso soffiato. Il fior di latte che il gelataio modellava nel cono della sua felicità. La panna sulla fragola d’estate.
“Non lasciarmi mai.”
E sentì il sapore del miele scorrerle sulla lingua.

(*) Studentessa di Lettere Moderne all’Università di Foggia

ANCORA VIOLENZA SULLE DONNE: RUMENO UCCIDE UNA DONNA

di Vittorio Savoia (*)

MILANO – Non sopportava di essere stato lasciato dalla sua fidanzata, non sopportava l’idea che quella sua storia d’amore fosse giunta alla conclusione. Così, sconvolto per l’accaduto, un immigrato rumeno di 25 anni, regolarmente in Italia con un piccolo precedente per furto ha ucciso una donna. Non ha ucciso però quella stessa donna che lo aveva lasciato due giorni prima, ma ha scelto la sua vittima per caso, la prima don,na che si è trovato di fronte quando nella sua testa è scattato il raptus di follia.

Il giovane pugile rumeno, ha infierito su una donna filippina di 41 anni che alle 8 del mattino passeggiava in viale Abruzzi per recarsi al lavoro. L’uomo si è scagliato apparentemente senza motivo sulla donna, ma nella sua mente quell’aggressione sarebbe stata motivata dalla rabbia per la conclusione della sua relazione. La donna filippina, inerme di fronte ai pugni e ai calci dell’uomo, è stata soccorsa dopo qualche istante dall’equipaggio di una autoambulanza che per puro caso si è trovata a percorrere quel tratto di strada. Immediatamente dopo l’intervento degli uomini della Croce Rossa che ha fatto sì che l’uomo smettesse di picchiare la donna, sono arrivati anche gli agenti della Squadra Volanti della Polizia di Stato, che hanno condotto in arresto l’uomo. La donna, trasportata d’urgenza in ospedale, è deceduta poco dopo per le ferite e per i traumi riportati nel corso dell’aggressione. Si tratta dell’ennesimo gesto di violenza nei confronti delle donne.

(*) Studente di Giurisprudenza all’Università di Torino

WIKILEAKS SU AFGHANISTAN

di Vittorio Savoia (*)

“I documenti segreti sulla guerra in Afghanistan hanno lo stesso impatto che nel 1971 ebbero i miei ‘Pentagon Papers’”, e se lo dice Daniel Ellsberg allora c’è da crederci. Ellsberg, soprannominato la ‘gola profonda’ del Pentagono, nel 1971 ai tempi dell’amministrazione Nixon, si lasciò scappare informazioni coperte dal segreto di stato a stelle e strisce, che cambiarono da un momento all’altro il corso della Guerra del Vietnam.

Ellsberg utilizzò vecchie fotocopiatrici dell’epoca, e questo la dice lunga sul lavoro certosino del funzionario, per trafugare dalle stanze del Pentagono documenti che provarono come il governo americano, illuse la popolazione sulle sorti del conflitto orientale.

Oggi la storia si ripete, questa volta sul web. E se internet è nato proprio per scopi militari alla metà del secolo scorso, è proprio internet a rivelare importanti segreti americani sul lungo conflitto in Afghanistan. I documenti apparsi nei giorni scorsi sul portale Wikileaks, che già tempo fa aveva fatto scandalo pubblicando altri documenti ‘scottanti’, dimostrerebbero l’inesistenza di un motivo valido per muovere guerra al paese mediorientale. Ma come ha fatto sapere lo stesso Ellsberg, quello che accadde nel 1971, non ebbe gravi conseguenze. Oggi invece, il presidente Obama, ha già messo a segno tre esemplari punizioni nei confronti di funzionari che, per farla breve, si sono lasciati scappare un segreto di troppo. Oggi, si verifica quello che accadde a causa di Ellsberg, ma l’impatto mediatico è completamente diverso. Non resta che attendere gli sviluppi di questa interessante vicenda, che promette di lasciare il popolo americano col fiato sospeso.

(*) Studente di Giurisprudenza all’Università di Torino

GOVERNO: E’ ROTTURA TOTALE

di Emanuela Maria Maritato (*)

Gianfranco Fini vota contro Silvio Berlusconi.  Lo fa attraverso gli undici fedelissimi che bocciano il documento finale del Pdl approvato a larghissima maggioranza dalla direzione nazionale (171 membri) che dice no alle correnti e si riconosce pienamente nelle posizioni del premier sostenendone la linea politica. E’ l’immagine conclusiva di una giornata carica di tensione tra il presidente della Camera e il capo del governo, protagonisti di un litigio al calor bianco, andato in onda nelle dirette tv e web ed esploso sul palco dell’Auditorium della Conciliazione. Senza riserve, da entrambe le parti.

Uno scontro frontale che la dice lunga sulla distanza che ormai li divide e apre interrogativi sulle reali possibilità di una ricomposizione. La conferma arriva quando, a lavori conclusi, il premier parlando con i suoi dice che Fini vuole restare per logorarlo ma lui non ha alcuna intenzione di lasciarglielo fare.  E lo strumento per impedirlo è il documento della direzione che ruota attorno a un concetto chiaro: nel partito si discute e ci si confronta, poi si decide a maggioranza e le decisioni prese devono essere rispettate dalla minoranza, anche se non si condividono. Che tradotto vuol dire: chi non si adegua alla regola democratica, di fatto si mette fuori dal partito.  E che non esiste in un partito democratico una minoranza e una maggioranza a prescindere perché maggioranze e minoranze eventuali si creano tema per tema. 
Ma il presidente della Camera non arretra di un passo. Certo, sa bene che dalla sua non ha i numeri e che la componente interna che ieri ha ufficializzato è una componente di minoranza estrema, ciononostante si promuove a coscienza critica del Pdl, a “spina nel fianco” di Berlusconi o come lui stesso dice nel suo intervento a “stimolo per il partito e il governo”. Di lasciare la presidenza della Camera come gli ha chiesto il premier nel momento clou dello scontro verbale, non ci pensa per nulla e rivendica il diritto di porre questioni politiche nell partito che ha contribuito a fondare.
E quali sono le questioni politiche? Il presidente della Camera le indica nei temi dell’immigrazione, della giustizia (con la prescrizione breve definita un’amnistia mascherata) , del rispetto dei diritti e della dignità della persona, sul Pdl a trazione leghista al Nord, su un partito di cui lamenta la scarsa elaborazione politico-culturale e la modesta incisività rispetto alle scelte del governo.  Ma non va oltre. In sostanza, il suo disegno appare nebuloso e comunque non tocca quella che in molti nel Pdl considerano la questione più importante: come mai in un primo tempo ha pensato a gruppi parlamentari autonomi (come gli ha rinfacciato Berlusconi dal palco) e poi vi ha rinunciato.
Che le scintille non siano finite qui  è poco ma sicuro. E del resto, come riferisce Sandro Bondi partecipando a Otto e Mezzo, lo stesso presidente della Camera uscendo dall’Auditorium della Conciliazione lo avrebbe detto chiaramente. Rivolgendosi proprio al coordinatore nazionale del Pdl che nel suo intervento ha stigmatizzato duramente la posizione del presidente della Camera dicendogli in sostanza che non si può stare nel partito e ripudiare Berlusconi, Fini gli ha annunciato a muso duro “vedrete scintille in Parlamento”. Una evidente minaccia che contraddice tutte le assicurazioni di rispetto del patto elettorale e di lealtà alla maggioranza ribadite sul palco ed espresse anche quando si prefigurava una scissione con la nascita di gruppi autonomi.
Insomma, la sensazione netta è che l’ex leader di An si prepara a una tattica da vietcong per insidiare con una guerriglia quotidiana i provvedimenti di governo e maggioranza. Più che porre questioni politiche con spirito costruttivo, come ha ripetuto nel suo intervento, l’idea è quella dell’avvelenamento dei pozzi, del ricatto della forza marginale, del tentativo di piegare con pochi voti la maggioranza, della continua destabilizzazione nei prossimi quindici mesi, al termine dei quali scadrà la legge sul legittimo impedimento e quindi, in caso di mancata costituzionalizzazione del lodo Alfano, potrà riprendere l’aggressione giudiziaria nei confronti di Berlusconi che ieri Fini ha del tutto dimenticato evocando, anzi, un richiamo alla legalità dal sapore dipietrista, come osservano alcuni esponenti del Pdl.  Infine l’accusa di non saper governare i processi del partito citando il caso Sicilia e la responsabilità di Gianfranco Miccichè, cioè di un fedelissimo del Cav.
A tutte queste accuse il premier ribatte colpo su colpo rilanciandole direttamente sul presidente della Camera e suoi suoi fedelissimi che da mesi sono impegnati in quella che considera una sistematica denigrazione del governo e del partito. A Fini ripete che se vuole fare politica non ha che una scelta: lasciare la presidenza della Camera e spendersi nel partito. Passaggio che in molti leggono come ineludibile condizione di lealtà rispetto agli elettori. Passaggio che torna nel ragionamento di Gaetano Quagliariello quando a proposito della leadership di Berlusconi dice che ”nella democrazia degli elettori, il riferimento principale rimane nell’investitura data dalla sovranità popolare”.
Non solo: il vicepresidente dei senatori Pdl rimarca che “il Pdl può e deve discutere su tutto e deve diventare ancora più democratico, ma non può diventare la rivincita dei partiti sulla democrazia”, oltre a domandarsi dove fossero finora “coloro che chiedevano più democrazia quando gli uffici di presidenza si riunivano? O quando nel Lazio è stata scelta una candidatura diversa da quella voluta dal leader del partito?”. Lo scontro diretto, con l’imprevista e immediata replica del premier a Fini, a qualcuno è apparso uno psicodramma definitivo che ha sancito la rottura.
In realtà, la sensazione di molti nel Pdl è che cominciano adesso le manovre per cercare di imbrigliare il Cav. in una tela di ragno fatta di allusioni, sospetti, dicerie sulla lealtà di chi gli sta intorno. Ha cominciato Italo Bocchino a dire che due esponenti di Forza Italia stanno per raggiungere la sponda finiana e se l’identità di uno sembra ormai rivelata – il presidente della commissione Antimafia, il senatore Pisanu da tempo avvicinatosi a Fini sulle questioni dell’immigrazione e che ieri è stato l’unico astenuto sul documento finale del Pdl – dell’altro non si sa nulla, nemmeno se esiste. D’altra parte era stato lo stesso Fini nel suo discorso a dire che deputati del Nord e del Sud provenienti da Fi lo incitavano a difendere la posizione del Pdl in antagonismo alla Lega, alludendo così a un consenso nascosto superiore a quello dichiarato.
Un gioco a poker a carte coperte che il presidente della Camera sta conducendo da qualche giorno annunciando che stanno con lui più di cinquanta tra deputati e senatori, senza tuttavia rivelarne l’identità. Insomma, un elenco di firme anonimo.  Se questa è la tattica dei finiani, la maggioranza del partito farà valere le sue ragioni. A cominciare dal documento approvato al 95 per cento dei voti dalla direzione nazionale del partito.
E non è escluso che nei prossimi giorni si ridiscuta l’assetto dei gruppi parlamentari, dove la vicepresidenza del Pdl alla Camera attualmente ricoperta da Bocchino potrebbe passare di mano.  In questo senso c’è chi lancia l’idea di una raccolta di firme propedeutica alla sfiducia. Se la rottura politica tra Fini e Berlusconi è ormai evidente, le conseguenze non sono ancora tutte prevedibili. Ed è possibile anche una fine traumatica della legislatura se la pattuglia finiana deciderà di far vedere in Parlamento quelle scintille che oggi Fini ha minacciato (e del resto lo stesso Berlusconi non ha nascosto che l’ipotesi del voto anticipato resta ancora sullo sfondo) , perché in quel caso, il governo potrebbe essere costretto ad andare avanti a colpi di fiducia o inciampare in una qualche imboscata.
Ma questo sarebbe il secondo atto di quello che all’Auditorium della Conciliazione molti esponenti del Pdl hanno definito un suicidio politico di Fini e dei suoi. Una cosa è chiara a tutti: non esistono maggioranze alternative a quella legittimata dagli elettori. E sul Colle non c’è Scalfaro.

(*) Giornalista Freelance e Direttore del Gruppo editoriale Maritato

UNA NOVITÀ STRAORDINARIA: NASCE IL PAESE DELLA POESIA A ROCCA IMPERIALE.

COMUNICATO STAMPA DELLA RIVISTA ORIZZONTI

Nasce nel Comune di Rocca Imperiale il Paese della Poesia: poesie pubblicate sui muri delle case con stele di ceramica, le vie rinominate con i nomi dei poeti che hanno fatto la storia della letteratura italiana, c’è spazio anche per le poesie inedite che saranno scelte tramite il concorso di poesia Il Federiciano. 4 stele poetiche saranno scelte dagli autori che parteciperanno al concorso, a queste saranno affiancate 2 stele poetiche di autori o artisti già dibattuti dalla critica. Una manifestazione mai realizzata nel panorama letterario italiano; l’unico paese della poesia presente al mondo, da un’idea dell’editore Giuseppe Aletti.

 Vai a leggere il Bando di concorso completo.
Partecipazione gratuita.
http://www.rivistaorizzonti.net/concorsofedericiano.htm

Sulla rivista Orizzonti in questo periodo in distribuzione, la copertina è dedicata alla prima stele già adagiata su un edificio del centro storico di Rocca Imperiale, 5 pagine che raccontano la prima edizione del premio. 1.127 partecipanti e oltre 600 persone presenti alla serata conclusiva del concorso, con autori provenienti da tutta Italia, dal Friuli fino alla Sicilia.
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HITWEEK: FINO AL 26 SETTEMBRE LA POSSIBILITA’ DI CONQUISTARSI UN POSTO DA PROTAGONISTI AL PIU’ GRANDE FESTIVAL DI MUSICA ITALIANA IN AMERICA

COMUNICATO STAMPA

Un grande Festival di musica italiana in America, 10 giorni di esibizioni live in 8 locations, New York e Los Angeles, due tra le più importanti città del mondo e un contest per suonare oltre oceano sul palco con i migliori artisti della nostra penisola, sono gli ingredienti di Mtv New Generation Contest Hit Week.

Mtv Italia, con il Ministro della Gioventù e Hit Week vogliono dare la possibilità a giovani artisti di farsi conoscere e di esibirsi nella patria della musica mondiale, gli Usa, accanto ai maggiori artisti italiani in occasione del Festival Hit Week che si terrà il prossimo ottobre a New York e Los Angeles.

Per il secondo anno consecutivo Hit Week esporta la musica italiana all’estero attraverso diversi concerti sparsi in molte location americane e quest’anno grazie al contributo di Mtv Italia e del Dipartimento della Gioventù fa un passo in avanti promuovendo non solo la musica italiana già conosciuta ma anche band e artisti emergenti che possono avere un futuro in ambito artistico.

Grazie a Mtv New Generation Contest Hit Week, infatti, tutti possono partecipare al concorso andando sul sito www.mtv.it/hitweek, dove gli artisti emergenti possono caricare i propri file audio o video entro il 26 settembre. Tra tutti i partecipanti, che devono essere under 35 anni, una giuria selezionerà  2 finalisti che andranno a suonare a New York e a Los Angeles sullo stesso palco con Elisa, Negrita, Ludovico Einaudi, Roy Paci & Aretuska e La Blanche Alchimie.

Il Ministro Giorgia Meloni commenta così il progetto: «Crediamo che la musica, assieme al talento giovanile, sia uno dei patrimoni nazionali più importanti. Per questo abbiamo voluto dare alle giovani promesse musicali italiane l’opportunità di esibirsi di fronte ad un grande pubblico, sui due dei più prestigiosi palcoscenici mondiali e in compagnia di artisti di fama internazionale, sicuri che sapranno farsi valere» dichiara il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni.
«Saper valorizzare il talento della gioventù significa avere fiducia nelle nuove generazioni e dimostrare di voler davvero investire nel futuro – prosegue il ministro – Ora tocca ai nostri giovani artisti trovare tramite le note giuste la via del successo».

LA MORFINA CONTRO I TUMORI!

di Silvia Codella (*)

Tra i rimedi che Dio Onnipotente ha dato all’uomo per alleviare le sue sofferenze, nulla è così universale ed efficace come l’oppio” questo è ciò che scrisse nel 1680 Sydenham uno dei capostipiti della medicina inglese.

Oggi siamo abituati a pensare alla morfina come un importante analgesico (azione antidolorifica) utilizzato nella terapia del dolore; oppure come droga, sostanza il cui abuso innesca una forte dipendenza da cui la ben nota sindrome di astinenza qualora se ne interrompa la somministrazione. Ma ci sono importanti novità inerenti a tale oppioide: è, infatti, recentemente stato pubblicato un articolo sull’American Journal of Patology, secondo cui tale sostanza potrebbe avere un’influenza nel processo di angiogenesi dei tumori, cioè la neoformazione di nuovi vasi, necessaria alle cellule tumorali in espansione per permettere l’adeguato raggiungimento di nutrienti alle cellule neoplastiche.

Gli studi, guidati dalla dottoressa Sabita Roy ed effettuati nell’Università del Minnesota, si basano su esperimenti svolti su topi affetti da carcinoma polmonare a cui sono state somministrate dosi molto alte di morfina, simili a quelle utilizzate per i pazienti terminali. Il risultato è stato sorprendente:  alle indagini morfometriche risultavano diminuiti la densità, la lunghezza e la ramificazione dei vasi tumorali!
Sembrerebbe che la morfina riesca ad intaccare quella cascata di segnali enzimatici, che avvengono all’interno delle cellule neoplastiche in seguito al deficit di ossigeno (ipossia cellulare), per modificare l’espressione di alcuni geni a favore della sintesi di nuovi vasi sanguigni.

Ecco quindi che si aprono nuovi scenari per le sostanze derivate dall’oppio, a partire dalla morfina (isolata nel 1804 da Armand Séquin che gli diede il nome dal Dio greco del sonno Morfeo) cosi la tabaina o la codeina, composti che agiscono nel nostro corpo mimando sostanze naturali ed agendo su nostri recettori. La loro storia è molto antica: sembrerebbe che alcune capsule della pianta  del papavero da oppio (Papaver Somniferum), dal cui succo si ottengono i farmaci oppioidi, siano addirittura state ritrovate in resti di palafitte datate a 20.000-30.000 anni fa; da allora gli oppioidi sono stati utilizzati da ogni civiltà, diventando protagoniste nel campo della medicina in numerose preparazioni terapeutiche. Continuano ancor oggi ad essere decisamente al centro dell’attenzione, tenendo però ben presente che oltre agli effetti benefici sono anche noti molti effetti collaterali che rendono gli oppioidi particolarmente pericolosi, spesso causa di morte:
– depressione dei centri respiratori e rigidità dei muscoli della parete toracica (anche a basse dosi, mentre quantità massicce possono provocare totale arresto respiratorio e morte)
– alterazioni neuroendocrine (con modificazioni della attività ipotalamica da cui l’abbassamento della temperatura corporea nonché riduzione del rilascio di sostanze stimolanti l’ipofisi a produrre ormoni quali FSH, LH, ACTH, gonadotropine)
– nausea e vomito per stimolazione dei centri nervosi specifici
– miosi (contrazione della pupilla) con pupille puntiformi
– sonnolenza e offuscamento mentale
– convulsioni
– tossicodipendenza

Insomma e’ un campo della ricerca ancora fortemente attivo. Risulta però evidente che, se questi studi circa la formazione di vasi sanguigni nelle neoplasie verranno definitivamente confermati, si apriranno nuove e preziose strade nella terapia del tumore.

(*) Studentessa di Medicina e Chirurgia dell’Università La Sapienza di Roma

FINI E BERLUSCONI è GUERRA APERTA

di Emanuela Maria Maritato (*)

Se Fini fa corrente, Berlusconi chiude lo spiffero. Il premier infatti, nonostante per tutto il pomeriggio coordinatori e capigruppo abbiano provato a farlo ragionare, mantiene fermo il punto e non intende fare concessioni al presidente della Camera. Irritato per la riunione dei finiani alla Camera e per la conta interna, Berlusconi vede nero. “Questo stillicidio è insopportabile  –  si è sfogato a palazzo Grazioli con il vertice del Pdl  –  a questo punto sarebbe meglio che si facesse il suo gruppo e il suo partito”.

“Molto meglio trattare con un partito – ha concluso il premier – che con una persona che ha perso definitivamente la testa”.

Così, al momento, la Direzione di giovedì resta un appuntamento al buio, senza una regia politica. “Domani ci rivedremo – si limita a riferire Denis Verdini -, ancora non c’è una decisione”. Un’ipotesi è che ad aprire la riunione siano i tre coordinatori, cui dovrebbe seguire Fini e, da ultimo, Silvio Berlusconi. I vari mediatori in campo non sono riusciti a far cambiare l’umore del premier. Né è migliorato quando, ieri pomeriggio, ha scoperto che a Ballarò erano stati invitati sia Italo Bocchino che Sandro Bondi. Minoranza e maggioranza, le due correnti, la rappresentazione televisiva della spaccatura. “È  assurdo prestarsi a questa sceneggiata”, ha tuonato il premier, chiedendo a Bondi di lasciare il posto al leghista Castelli.

È proprio Bocchino uno dei finiani che più fa arrabbiare il Cavaliere, che ieri infatti non l’ha invitato a palazzo Grazioli. Il vicecapogruppo del Pdl, che in questi giorni caldi si è molto esposto in tv, catalizza malumori tra i berluscones e non solo. Alessandra Mussolini, in Transatlantico, durante una pausa delle votazioni sulla caccia, non si fa problemi ad esternare la sua antipatia: “L’unico uccello a cui sparerei è quello di Italo Bocchino”. Il clima nel partito è questo. Un’altra che il premier non può vedere è la finiana di ferro Giulia Bongiorno, che ha spesso frenato le iniziative più dirompenti di Niccolò Ghedini. Tanto che ora Berlusconi vorrebbe rimettere in discussione il suo posto di presidente della commissione Giustizia a Montecitorio.

(*) Giornalista Freelance e Direttore del Gruppo editoriale Maritato

EUROPEI NUOTO, SFUMA L’ORO DI CONSIGLIO: SQUALIFICATA

di Andrea Pelagatti (*)

Delusione per Giorgia Consiglio nella 5 chilometri europea. L’oro sfuma ai 3000 metri, quando l’azzurra passa all’interno la boa di virata piuttosto che all’esterno e viene squalificata. Un’ingenuita’, condizionata anche dalla similitudine tra le boe direzionali e quelle di virata e dal riflesso del sole. La Consiglio, partita ventesima, nella cinque chilometri a cronometro degli Europei di Budapest, in svolgimento al lago Balaton, aveva recuperato il minuto di distacco che la divideva dalla greca Kalliopi Araouzou, poi d’argento. ”Purtroppo ho commesso un errore – dichiara amareggiata la 20enne genovese, vice campionessa mondiale della 5 e 10 chilometri

 E’ stato giusto squalificarmi, non ho neanche sentito il fischio d’ammonizione del giudice”. Poche parole, dopo un pianto liberatorio che evidenzia la rabbia per una medaglia che ormai sentiva al collo. ”Domani ho la dieci chilometri – conclude l’atleta tesserata per il CC Aniene ed allenata dal tecnico federale Emanuele Sacchi – Sto bene, sono consapevole delle mie potenzialita’ e daro’ battaglia”. Il rammarico cresce sentendo la disamina tecnica del Ct Massimo Giuliani: ”Avrebbe vinto con largo margine, stava procedendo ad un ritmo inarrestabile, senza quell’errore sarebbe stata artefice di una gara di altissimo livello. E’ come se avesse compiuto un allenamento in soglia per 3000 metri: le indicazioni sono molto incoraggianti in vista della dieci chilometri, ma resta grande rammarico”. Le altre due azzurre hanno chiuso lontano dal podio completato dalla greca Marianna Lymperta, bronzo in 1h02’41”3. Alice Franco sesta in 1h03’20”8; la campionessa degli Europei di Dubrovnik 2008, Rachele Bruni, nona in 1h04’12”7. ”Mi aspettavo qualcosa in piu’ da Rachele – conclude Giuliani – mentre Alice ha disputato una buona prestazione. Il calendario e’ benevolo. Domani nella 10 chilometri Alice e Giorgia, insieme alla campionessa del mondo Martina Grimaldi, possono immediatamente cancellare questo pomeriggio, ma che sia di monito”.

(*) Giornalista sportivo e studente LUISS