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“PORTO … IN SCENA” – ALLEGRE RAPPRESENTAZIONI IN VERNACOLO

di Associazione “ArtisticaMente – Mecenati per passione” (*)

MONOPOLI (BA) – L’Associazione culturale “ArtisticaMente – Mecenati per passione”, con la direzione artistica della dott.ssa Chiara Sorino, organizzerà, nell’ambito della manifestazione “Tutti al porto” ideata dall’Assessorato alle Attività Marinare del Comune di Monopoli, due sketches teatrali in vernacolo. Nei giorni 1 e 2 maggio, infatti, al termine dell’escursione guidata a cura del Ctg, avrà luogo l’appuntamento “Porto … in scena”, a cura della compagnia teatrale “I commedianti”.
Gli attori impegnati nel progetto (Angela Sanitate, Mimmo Danese, Paolo Barbarito, Tonia Latorre, Mimmo Mitrani, Vita Barbarito e Rosalba Guglielmi) con la regia di Pietro Malerba, daranno vita a piacevoli rappresentazioni in vernacolo monopolitano, tratte dalla vita quotidiana di gente della nostra città.
“Le rappresentazioni dal carattere comico e divertente – ha dichiarato Chiara Sorino – hanno la funzione di mettere al centro della giornata, e dell’intero percorso guidato, il mondo della marineria e l’attività della pesca, sottolineando il ruolo dei relativi appartenenti alla categoria”.

Le scene teatrali si svolgeranno in data 1 maggio ciascuna nei due momenti della giornata “Tutti in… porto” appositamente predisposti: l’uno a partire dalle 10,30 e l’altro dalle ore 12.
Per il giorno seguente è prevista la replica di entrambi gli sketches teatrali alle ore 11,15.

(*) Ufficio stampa

LIBERA L’ARTE

di Stefano Azzena (*)

Il giorno 16 maggio 2010 presso il parco dello stagno ad Ostia, con il patrocinio del municipio e “ l’Organizzazione dell’approdo alla Lettura” e la collaborazione tecnica della Galleria D.E.G.A.S. allo scopo di promuovere l’arte sul territorio, si svolgerà una grande manifestazione di pittura aperta a tutti gli artisti ed associazioni culturali che vogliano partecipare. L’orario sarà dalle 09.00 del mattino alle 21.00 della sera. Gli espositori potranno esporre quanti quadri potranno e vorranno, in maniera autonoma ed auto sufficiente anche nelle strutture. Durante la manifestazione verrà allestita una mega tela lunga 25metri ed alta 2metri, dove ogni artista potrà cimentarsi nel dipingere un dipinto a tema e grandezza liberi. Una volta ultimata verrà esposta per 30 giorni al Pontile di Ostia e successivamente messa in vendita all’asta per BENEFICENZA.

 Durante la manifestazione verranno selezionati dagli organizzatori 50 artisti che gratuitamente parteciperanno al premio “Di Somma” che porterà lo stesso titolo della manifestazione (Libera L’Arte) con un opera a loro scelta, che si svolgerà nel mese di Giugno sul pontile presso le strutture dell’Approdo alla Lettura e per il quale sono previsti ai primi tre classificati, rispettivamente un premio di 1000,00 euro al primo, 500,00 al secondo, 250,00 al terzo. Il regolamento del concorso verrà pubblicato successivamente alla manifestazione. L’evento verrà ampliamente pubblicizzato su tutti gli organi di stampa locali e nazionali. Agli artisti partecipanti, viene chiesta una partecipazione alle spese di 10,00 euro a quadro esposto e in caso di vendita l’organizzazione si riserva una minima percentuale del 10%.

(*) Pittore

Accoglienza e inserimento: casa e scuola per gli immigrati

Sulla legge il punto dell’assessore regionale alla solidarietà Elena Gentile

Stiamo costruendo una rete di protezione e inclusione intorno agli immigrati e ai loro nuclei familiari, intessuta di servizi, opportunità, strumenti di partecipazione. È il punto di Elena Gentile, assessore pugliese alla solidarietà, sulla legge regionale che ha previsto norme per garantire accoglienza, convivenza civile e integrazione agli extracomunitari in Puglia. Una iniziativa normativa che non si limita a fissare principi, ma cerca di strutturare strumenti di intervento, istituendo la consulta regionale degli immigrati e un osservatorio regionale per i flussi migratori, prevedendo servizi di mediazione culturale e interculturale, introducendo norme in materia di assistenza sanitaria, di inserimento lavorativo, di istruzione e formazione professionale.

Di rilievo gli interventi destinati a garantire alloggi: una società si misura anche per come affronta le problematiche abitative. Puglia aperta e solidale diritto alla casa diritto di cittadinanza è un progetto della Regione Puglia (Assessorato alle politiche sociali), che finanzia anche forme di microcredito a favore degli immigrati e punta a una rete di agenzie per la mediazione abitativa che nelle province possa supportare gli enti locali e le organizzazioni del Terzo Settore che operano per gli immigrati, con iniziative di sensibilizzazione e comunicazione sociale per avvicinare domanda e offerta di opportunità alloggiative per i nuclei familiari di immigrati. Casa, ma anche scuola sono le buone prassi di accoglienza di una società matura. Di inserimento ed educazione alla differenza ed alla universalità dei valori si occupa il volume-progetto di un noto educatore, il dirigente scolastico Vincenzo Servedio, “Educazione e intercultura a scuola: Raha”, pubblicato da Levante, 90 pag. 12 euro, con i disegni di Maria Pugliese. Una proposta di pedagogia letteraria: la letteratura d’invenzione al servizio di un approccio di educazione interculturale nella scuola e inserimento degli alunni stranieri. Una ranocchia, Raha (Libera), vive le sue esperienze nello stagno e intorno, incontra animali, soggetti, situazioni. Rappresenta il giovane extracomunitario, solitario, in cerca di solidarietà, di conoscenza. Di argomento scolastico anche una ulteriore novità Levante: “In nome del padre”, di Giuseppe Tribuzio, 238 pag. 20 euro, aspetti sociologici della carenza di autorità e nuove prospettive per una scuola educante, collana Ethos. Un volume fuori del coro, demodè, fa notare nella presentazione il prof. Francesco Sidoti (Università di Aquila). Rilancia elementi desueti come i doveri, le regole, la disciplina, il senso di responsabilità. “Uno dei momenti più felici di questo volume è il confronto tra le parole agli studenti italiani del nostro presidente della Repubblica e quelle agli studenti americani del presidente Obama, in avvio del nuovo anno scolastico. Napolitano e rispecchia una tradizione che sui temi educativi va integrata e migliorata alla luce di vari avvenimenti istituzionali e culturali”. Cambiare la scuola è essenziale, per scongiurare quella che il primato del facile pedagogismo ha trasformato in Asinocrazia (Sartori), generata da una istituzione scolastica sfasciata.

 

ENERGIE ALTERNATIVE E DIFESA DEL PAESAGGIO: LE CONTRADDIZIONI IMPREVISTE E LE SOLUZIONI POSSIBILI

di Francesco Bruni (*)

In un mondo in cui l’85% dell’energia consumata deriva dall’uso quasi indiscriminato di combustibili fossili, è doveroso affrontare una seria discussione sulle energie alternative che dovrebbero, in un tempo abbastanza breve, fornire un’adeguata soluzione al problema dell’approvvigionamento energetico.
I motivi per i quali l’impegno verso nuove fonti di energia deve essere concreto sono sostanzialmente due: il primo concerne la non rinnovabilità delle risorse ancora attualmente in uso;  e l’altro l’inquinamento da esse generato.
A proposito della prima questione, l’ENEA ha stimato con una certa sicurezza che, entro il 2020, il consumo di combustibili fossili troverà un picco a cui seguirà, come è naturale aspettarsi già da adesso, un declino improvviso che condurrà all’impossibilità di produrre energia da essi.
Riguardo l’altra, la combustione e la lavorazione di questi combustibili è un fattore responsabile dell’inquinamento atmosferico, a causa della dispersione nell’atmosfera di grosse quantità di CO2 ed altri inquinanti.
Discutere oggi, quindi, di fonti di energia alternative, non è più solo un amabile passatempo per ingegneri e fisici, ma è un problema che coinvolge tutti, dal più piccolo al più grande.
Potrebbe sembrare paradossale un’affermazione del genere, perché ci si potrebbe chiedere quale rapporto intercorra tra la natura e le energie alternative. In realtà, questo connubio rappresenta uno dei più grandi dilemmi del nostro tempo, dato che risponde ad una domanda quasi filosofica, esistenziale: quanto si può sfruttare il territorio circostante affinché i nostri bisogni più grandi (quale appunto la produzione di energia e il risparmio di denaro per certi versi) trovino soluzione concreta, semplice e duratura?

La domanda è abbastanza complicata e non ho certo la presunzione di riuscire a risolvere esaustivamente l’enigma. Tuttavia, una cosa è certa: l’ambiente soffre ogni giorno di più per le ferite che l’uomo le infligge. Si pensi alle città: in taluni luoghi, sono state spianate montagna o bonificare paludi per costruire quello spazio necessario ad ospitare le future fondamenta di un palazzo. Stiamo continuando a bruciare e tagliare senza sosta le nostre foreste, portando sempre più specie all’estinzione. Il tutto si riassume nel sacrificare la natura e la sua originaria bellezza per esaudire bisogni umani. Per dirla con Gandhi: “Il mondo è abbastanza ricco per soddisfare i bisogni di tutti, ma non lo è per appagare l’avidità di ciascuno”.
La questione delle fonti di energia rinnovabile non è poi così lontana da questi concetti. Installare pale eoliche, per esempio, -come quelle presenti nella nostra Puglia- deturpa il paesaggio. E non saranno di certo gli ultimi modelli  -che implementano un nuovo design- a riportare il territorio nella sua forma originale. Magari esteticamente daranno meno nell’occhio, facendo sì che il passante non si rattristi totalmente guardandole piantate su una grande pianura, ma non modificano il fatto che esse siano in totale contrasto con le naturali geometrie.
Il discorso, poi, si increspa sempre di più se si parla delle centrali elettriche, nucleari, al carbone … . Esse sono vere e proprie costruzioni, edifici, palazzi. La loro costruzione priva la natura di un gran appezzamento di terreno. Molto più appariscenti, in quanto fisicamente più grandi, esse propongono uno spettacolo peggiore di quello visibile con le banali pale eoliche.
La scelta si configura come una scelta di campo ed oscilla tra svariate possibili alternative che devono inevitabilmente convergere verso la possibilità di avere la compresenza di basso impatto ambientale e di provvedere contemporaneamente al soddisfacimento del fabbisogno energetico richiesto.
Dobbiamo cambiare le nostre filiere tecnologiche, investire in ricerca, modificare persino le nostre stesse abitudini, altrimenti non cambierà mai nulla!
Noi siamo lo sbaglio e noi dobbiamo essere il rimedio!
Non mi resta, quindi, che concludere con le parole di Premio Nobel per la Pace 2007, Al Gore: “Rinnoviamoci quindi e diamoci l’un l’altro: abbiamo uno scopo. Siamo molti. Per questo scopo dobbiamo sollevarci e agire!

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BIBLIOGRAFIA

http://beta.fisica.uniba.it/cdlf/language/it-IT/Links.aspx
http://www.sd-commission.org.uk/pages/is-nuclear-the-answer.html#nuclearpubs

(*) Studente di Ingegneria delle Telecomunicazioni al Politecnico di Bari

FINI E BERLUSCONI: ODI ET AMO

di Andrea Vitale (*)

“Ti odio, poi ti amo, poi ti amo, poi ti odio, poi ti amo” cantava Mina in una sua celebre canzone che mai come oggi potrebbe tornare così tanto di moda: mi riferisco al notissimo scontro avvenuto pochi giorni fa alla Direzione Nazionale del PDL fra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Ad aprire quello che per molti era uno scontro preannunciato è stato lo stesso Presidente della Camera: <<son stato oggetto di trattamenti mediatici e di trattamenti giornalistici da parte di colleghi del mondo della stampa lautamente pagati da stretti parenti del Presidente del Consiglio>>; ovvia la netta presa di posizione di Fini nei confronti del partito stesso, a suo dire e agli occhi di molti sempre più identificato nella figura dello stesso Berlusconi: <<in alcuni casi le elezioni le ha vinte personalmente Berlusconi>>, per continuare con una domanda posta allo stesso Premier che è a dir poco inequivocabile: <<ma credi per davvero che la lista non sia stata presentata per un complotto di magistrati cattivi e radicali violenti?>>.

Le repliche del Cavaliere non si son fatte certo attendere: <<prendo atto con piacere che Gianfranco ha cambiato posizione>>, con una stoccata finale a Fini degna del miglior spadaccino <<son venuto da te martedì e davanti a Gianni Letta hai detto: punto primo, mi son pentito di aver collaborato a fondare il Popolo della Libertà; punto secondo, foglio fare un gruppo parlamentare diviso>>.
Elezioni anticipate? Assolutamente no. A togliere ogni dubbio è stato ieri lo stesso Fini nella trasmissione di Lucia Annunziata: <<chi le minaccia è un irresponsabile verso il Paese>>. Nessun divorzio in casa PDL quindi, ma ciononostante i “finiani” non staranno di certo a guardare in questa legislatura e faranno valere le loro ragioni all’interno e fuori dal Parlamento per qualsiasi proposta che possa apparire non congeniale al bene del Paese; due i messaggi lanciati ai leader del centro-destra, Bossi e Berlusconi: il primo è il riferimento all’assetto federale che a suo dire non può avvenire <<ad ogni costo>>, il secondo è la difesa del concetto di legalità ed il rispetto del ruolo e del lavoro dei magistrati.
Se questa scomoda convivenza tra Fini e Berlusconi continuerà è ormai certo che il Premier dovrà far fruttare al meglio le sue capacità diplomatiche, in vista di una futura pace duratura all’interno del PDL stesso. Ci riuscirà? Al momento appare difficile. Eppur anche quella celebre canzone proseguiva con <<non lasciarmi mai più>>.

(*) Studente di Giurisprudenza all’Università di Torino

NUOVI TERMINI PROCESSUALI DEL PROCESSO TRIBUTARIO

di Michel Emi Maritato (*)

La riforma del processo civile (Legge n. 69 del 18 giugno 2009, in S.O. n. 95/L alla G.U. del 19 giugno 2009 n. 140), entrata in vigore sabato 04 luglio 2009, ha modificato molti termini processuali e ciò ha avuto conseguenze anche nel processo tributario.
Oltre ai termini, di cui si tratterà oltre, tra le principali novità che interesseranno il processo tributario, schematicamente, segnalo:
l’abrogazione dell’art. 366-bis c.p.c., che prevedeva l’obbligo per il ricorrente in Cassazione di proporre i famigerati quesiti di diritto;
le modifiche alla consulenza tecnica d’ufficio – CTU – (artt. 191 e 195 c.p.c.), che sarà più celere;
la sanabilità dei vizi (artt. 83 e 182, comma 2, c.p.c.) in tema di procura alle liti ed al difetto di rappresentanza o di autorizzazione;
soprattutto, la sostanziale modifica in tema di condanna alle spese di giudizio (art. 92, comma 2, c.p.c.), per cui:
“Se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti”.

Per comprendere meglio e stabilire i nuovi termini nel processo tributario, secondo me, è necessario preliminarmente evidenziare la seguente tripartizione, conseguenza di determinati presupposti giuridici e processuali.
Infatti, nel processo tributario, è necessario distinguere:
termini che richiamano espressamente le norme del codice di procedura civile e, di conseguenza, ne subiscono le recenti modifiche;
termini che sono stabiliti esclusivamente per la particolare natura del processo tributario e, di conseguenza, rimangono inalterati;
termini che, seppure non richiamano espressamente le norme del codice di procedura civile, sono previsti nella stessa misura del processo civile e, di conseguenza, per un principio di coerenza processuale, in assenza peraltro di specifiche giustificazioni, devono ritenersi modificati nella stessa misura di quelli previsti nel processo civile, perché compatibili.

(*) Studio Maritato
Viale Castrense 31-32
00182 Roma.
STUDIO.MARITATO@GMAIL.COM 
tel.0645421734.
www.studiomaritato.it

 

 

 

 

 

 

 

 

NUOVI TERMINI PROCESSUALI DEL PROCESSO TRIBUTARIO

di Michel Emi Maritato (*)

La riforma del processo civile (Legge n. 69 del 18 giugno 2009, in S.O. n. 95/L alla G.U. del 19 giugno 2009 n. 140), entrata in vigore sabato 04 luglio 2009, ha modificato molti termini processuali e ciò ha avuto conseguenze anche nel processo tributario.
Oltre ai termini, di cui si tratterà oltre, tra le principali novità che interesseranno il processo tributario, schematicamente, segnalo:
l’abrogazione dell’art. 366-bis c.p.c., che prevedeva l’obbligo per il ricorrente in Cassazione di proporre i famigerati quesiti di diritto;
le modifiche alla consulenza tecnica d’ufficio – CTU – (artt. 191 e 195 c.p.c.), che sarà più celere;
la sanabilità dei vizi (artt. 83 e 182, comma 2, c.p.c.) in tema di procura alle liti ed al difetto di rappresentanza o di autorizzazione;
soprattutto, la sostanziale modifica in tema di condanna alle spese di giudizio (art. 92, comma 2, c.p.c.), per cui:
“Se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti”.

Per comprendere meglio e stabilire i nuovi termini nel processo tributario, secondo me, è necessario preliminarmente evidenziare la seguente tripartizione, conseguenza di determinati presupposti giuridici e processuali.
Infatti, nel processo tributario, è necessario distinguere:
termini che richiamano espressamente le norme del codice di procedura civile e, di conseguenza, ne subiscono le recenti modifiche;
termini che sono stabiliti esclusivamente per la particolare natura del processo tributario e, di conseguenza, rimangono inalterati;
termini che, seppure non richiamano espressamente le norme del codice di procedura civile, sono previsti nella stessa misura del processo civile e, di conseguenza, per un principio di coerenza processuale, in assenza peraltro di specifiche giustificazioni, devono ritenersi modificati nella stessa misura di quelli previsti nel processo civile, perché compatibili.

(*) Studio Maritato
Viale Castrense 31-32
00182 Roma.
STUDIO.MARITATO@GMAIL.COM 
tel.0645421734.
www.studiomaritato.it

 

 

 

 

 

 

 

 

GIOVANI UNITI CONTRO LA MAFIA A SAN GIOVANNI ROTONDO

di Giuseppe Cocomazzi (*)

“Un mare di gente a flutti disordinati, si è riversato nelle piazze. Non si può volere o pensare nel frastuono assordante; nell’odore di calca, c’è aria di festa!”
(Peppino Impastato)

FOGGIA – Il 29 Aprile 2010 si terrà una manifestazione antimafia a San Giovanni Rotondo (FG), organizzata interamente da un giovane studente, Ivantonio Leggieri. Punto d’incontro per i partecipanti sarà l’Istituto Magistrale “M. Immacolata” in piazza Europa, attorno alle 9:30. Seguirà un corteo, per raggiungere infine il palazzo comunale, momento clou della giornata. Infatti, parteciperanno all’evento personalità di spicco come Giocchino Genchi, Salvatore Borsellino e Gianni Lannes. Genchi discuterà sul libro “Il caso Genchi- Storia di un un uomo in balia dello stato” scritto da Edoardo Montolli, segnatamente sulla vicenda che lo ha coinvoto in prima persona nell’ampio contesto delle intercettazioni telefoniche e sul rapporto tra stato e mafia, a lungo insabbiato. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso nell’attentato del 1992,è uno dei membri più attivi del movomento Resistenza Antimafia; Gianni Lannes, invece, si è messo in evidenza come giornalista , occupandosi di controinformazione e aprendo inchieste scomode a tal punto da subire continue minacce dalla mafia.

Il merito dell’iniziativa è da ascrivere alla dedizione e all’impegno sincero e inossidabile profuso da Leggieri,nativo di San Giovanni Rotondo e ora a Bologna, nel provvedere direttamente a pianificare l’andamento della giornata, ad invitare gli ospiti e a promuovere l’evento. Questo è il segno più sintomatico di un paese che anche attraverso i giovani, se non soprattutto, vuole dire no alla mafia!

(*) Studente di Lettere moderne all’Università di Foggia

COME SI FA AD INSEGNARE AD AMARE?

di Carmela Maraglino (*)

“L’amore non è una cosa che si può insegnare, ma è la cosa più importante da imparare”.
(Papa Giovanni Paolo II)

Mi sono chiesta, tante volte, come si fa ad insegnare ad amare, come si può suscitare negli altri questo sentimento.
C’è una frase di Papa Giovanni Paolo II che afferma: “L’amore non si può insegnare, ma è la cosa più importante da imparare”.
L’amore non si può “insegnare”, forse, perché non è un semplice sapere che può essere oggetto di insegnamento, come lo può essere qualsiasi altro sapere.
Allora, ho immaginato come potrebbe essere un “insegnante” del genere, cosa dovrebbe dire ai propri alunni per spiegare cos’è l’amore e, soprattutto, per suscitare in loro questo sentimento.
Devo dire il vero: la mia immaginazione si è spinta fino ad un limite, oltre il quale non è riuscita ad andare.

Fintanto che si tratta di spiegare in cosa potrebbe consistere l’amore, è possibile fare un’elencazione di esempi, ma quando ho osato pensare sul come suscitare questo sentimento, la sensazione di impotenza è stata totale.
E’ vero, allora: l’amore NON SI PUO’ INSEGNARE.
Non ci sono manuali che possano trasmetterlo nel cuore di chi ci ascolta.
Non è una disciplina come le altre.
Allora mi sono detta: “Se che è così difficile insegnare ad amare, come si può fare ad imparare ad amare, visto che è la cosa più importante da imparare nella vita?”
Anche qui la mia mente ha visto davanti a sé un limite, oltre il quale non si è potuta spingere.
E’ vero, ho pensato, mi sono esercitata in tante discipline, ho imparato cose nuove, ho sperimentato tecniche di apprendimento, escogitato sintesi e mappe per meglio imparare le lingue, la matematica, l’italiano ma, mappe e sintesi per imparare come si ama, proprio non sono riuscita a elaborarne nessuna.
Allora ho pensato: “L’amore non si può né insegnare, né imparare, se non VIVENDOLO DENTRO DI SE’.”
Non c’è altra soluzione, né altra possibilità.
Se lo si vive dentro di sé, lo si INSEGNA agli altri con il nostro stesso vivere e saranno i nostri gesti, le nostre parole, il nostro pensiero, il nostro stesso“respiro” a spiegare, implicitamente, cosa è l’amore, senza alcun bisogno di teorizzazioni, di illustrazioni, di lezioni teoriche su di esso.
Se lo si vive dentro di sé, dall’altro lato, vuol dire che lo si è già appreso, lo abbiamo già “IMPARATO” e, avendolo già imparato, ecco che possiamo anche, implicitamente, insegnarlo.
Non c’è altra soluzione, né altra possibilità.
L’amore è l’unica disciplina umana che, per il suo insegnamento, non richiede “titoli di abilitazione”, né non richiede titoli di studio.
L’amore è l’unica disciplina umana che, per essere appresa, non richiede la frequenza di alcuna scuola, né pubblica, né privata.
Ne consegue, allora, che alcune cose richiedono in se stesse la VERITA’ e l’amore è una di queste.
L’amore è vero di per sé quando esiste, mentre, se non è vero, non è amore e non esiste neppure.
L’amore ci prescinde, perché non si può fingere, né si può negare.
L’amore sta nell’evidenza, anzi, l’amore è EVIDENZA.
L’amore si vede quando c’è, né si può nascondere, così come non si può spacciare per amore ciò che non lo è.
L’amore non ammette finzioni, né trucchi, né artifici.
L’amore è VERITA’.
L’amore è nei gesti, è nella concretezza, anzi, l’amore è VITA VISSUTA.
L’Amore è “VIA, VERITA’ E VITA”.

POSTILLA
Questo articolo è in UNIONE di CUORE e di PREGHIERA con la NOVENA DELLA DIVINA MISERICORDIA, che si è conclusa il 10 aprile 2010.

“Il fuoco e il ghiaccio non possono stare uniti,
poichè, o si spegne il fuoco o si scioglie il ghiaccio,
ma la Tua Misericordia, o Dio,
può soccorrere miserie anche maggiori.”
(Santa Faustina Kowalaska)

 


(*) Docente di Economia Aziendale – Scuole Medie-Superiori

 

 

FIDO E MICIO MUOIONO? IN INGHILTERRA POSSONO ESSERE SEPOLTI INSIEME AI LORO PROPRIETARI

di Elettra Marricco (*)

L’ amore che i nostri amici a quattro zampe danno è infinito, tanto che in inghilterra possono essere seppelliti , una volta che ci hanno  definitivamente riposare insieme ai loro “genitori” umani. Già in passato, esisteva questa usanza, ma Cristianesimo l’abolì. Esiste un cimitero “misto” in Cornovaglia precisamente a Penwith con tanto di sito internet dove prenotare il posto, per i nostri quattro zampe. L’unica regola che vige, è che il proprietario dell’animale per poter riposare insieme al suo fedele amico, dovrà prima aver seppellito il quattrozampe.
Li ameremo per sempre e saremo con loro, anche nell’aldilà, per continuare a dimostrarci,l’uno con l’altro amore eterno.

(*) Volontaria canile “Quinto mondo, la nuova cuccia!” di Roma

BOLZANO: PRIMA CONDANNA ITALIANA PER ZOOPORNOGRAFIA

di Elettra Marricco (*)

Il reato è zoopornografia.  E’ la prima volta, che in Italia questo tipo di reato viene punito con una condanna. E’ successo a Bozano dove Cristian Galeotti è stato condannato con pena sospesa a due anni di reclusione e al pagamento, di 39 mila euro per il mantenimento dei cani; l’uomo allevatore di cani inoltre e in base alla condanna inflittagli, non potrà per tre anni esercitare la sua professione. A far partire le indagini, sono state le segnalazioni di alcune ragazze animaliste del posto. Le forze dell’ordine, recatesi sul posto hanno trovato pessime condizioni  igieniche della pensione e ) cortometraggi porno che ritraevano i cani e un’attrice inglese come protagonisti. La struttura, è stata posta sottosequestro e i cani affidati alla custodia della LAV (Legantivivisezione).

(*) Volontaria canile “Quinto mondo, la nuova cuccia!” di Roma

UN LIBRO X UN LIBRO: LA RIVINCITA DELLE LETTERATE!

di Silvia Quaranta (*)

Premetto che ieri, 23 Aprile, si celebrava la Giornata Mondiale del Libro. L’Italia, per un giorno, è stata investita da una miriade di iniziative, grandi e piccole, atte a promuovere la cultura e, nel caso specifico, la lettura. È questa la ragione per cui anche noi, nel nostro piccolo, volevamo proporre qualcosa. Magari nella Facoltà di Lettere dove, insomma, il culto della lettura dovrebbe essere di casa. Ci serviva un’iniziativa che si potesse realizzare in poco tempo, con pochi fondi, ma che al contempo fosse simpatica e divertente, che potesse attirare l’attenzione. Così, dopo qualche riflessione, la scelta è caduta su di un esperimento che a Roma è già stato tentato con successo:  il baratto di libri. La logica su cui si fonda l’iniziativa è semplicissima e a costo zero: ognuno porta un libro usato e, in cambio, ne riceve un altro a sua scelta. L’idea sembrava vicente e assolutamente realizzabile. In poco tempo abbiamo fissato luogo e data, impaginato – non senza difficoltà – un volantino esplicativo da affiggere per la Città Universitaria e, quindi, iniziato la raccolta di libri. Vorre ringraziare, a questo proposito, l’Associazione Hola (da cui abbiamo preso in prestito il nome “un libro x un libro”) e la Libreria La Scaletta per la gentile concessione di libri, fatta a titolo completamente gratuito a favore della nostra iniziativa.

Il 23 mattina, nonostante l’inclemenza delle condizioni atmosferiche (diluviava), siamo arrivati in facoltà carichi di libri e in poco tempo abbiamo allestito il nostro banchetto. Bilancio della giornata: solo una quindicina di libri scambiati, ma un moltissimo l’entusiasmo raccolto. Purtroppo la pubblicizzazione dell’evento non è stata abbastanza efficace e la maggior parte degli studenti che si sono avvicinati a noi non ne sapevano nulla, quindi non avevano provveduto a portarsi dietro un libro. Tuttavia, abbiamo raccolto una nutritissima mailing list di persone che si sono avvicinate piene di interesse, per avere spiegazioni e anzi chiedendoci di essere informate nel caso in cui avessimo replicato la giornata, o avessimo organizzato altre iniziative simili. Scrivo queste righe soprattutto per annunciare che abbiamo deciso di riproporre “Un libro x un libro” la prossima settimana. Il giorno dovrebbe essere Mercoledì dalle 10.00 alle 13.00, davanti alla Facoltà di Lettere oppure all’interno (in caso di maltempo, come venerdì). Vi invito per tanto a partecipare numerosi e ad iscrivervi tutti al Gruppo su Facebook per avere la conferma, oppure a scriverci a unlibroxunlibro@gmail.com. Nel frattempo, colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che ci hanno sostenuti nella nostra idea, che si sono concretamente impegnati per aiutarci a realizzarla e anche tutti coloro che si sono già avvicinati dimostrando interesse ed entusiasmo.

(*) Studentessa di Lingue all’Università “Sapienza” di Roma, Vicepresidente dell’associazione “La Testata” e attivista “Azione giovani”

SVILUPPO ECONOMICO E SOCIETA’ CIVILE

di Emanuela Maria Maritato (*)

Conferenza di Stefano Zamagni, alla luce della Enciclica “Caritas in veritate”

 

Stefano Zamagni ha introdotto le sue riflessioni domandandosi del perché questa enciclica abbia riscosso una così grande attenzione e così grande curiosità anche in ambienti accademici, compresi quelli angloamericani,  solitamente estranei all’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa. Ha infatti ricordato, ad esempio, specifici incontri di riflessione organizzati in alcune delle più prestigiose università americane come la stessa Princeton e l’università di Chicago.

La risposta, secondo Zamagni, è che questa è la prima enciclica della postmodernità (“dopo moderna” come la chiama espressamente), della società postindustriale, della I&T (Information and Tecnology) e della globalizzazione. Infatti la precedente “Centesimus annus”, andrebbe ancora considerata nel clima della società industriale o al più di transizione. 

 

La nostra è una società che presenta alcuni evidenti paradossi. Uno di questi è la enorme capacità potenziale di fornitura di beni materiali ed alimentari, mentre ci sono ancora milioni di persone che soffrono la fame, la malnutrizione e sono soggetti ad malattie facilmente debellabili.  Non sono le risorse che sono scarse, in questo gli economisti sbagliano, sono le istituzioni  economiche (e politiche) che impediscono la piena ed equa valorizzazione di queste. E’ aumentato generalmente il tenore di vita, ma si sono accentuate enormemente le sperequazioni distributive interne ed internazionali. Sono aumentati (in molti paesi) i consumi di beni non necessari, ma è aumentata anche l’insoddisfazione, le terapie di sostegno psicologico e anche i suicidi che investono generalmente i benestanti piuttosto che i poveri. Infatti questi ultimi hanno la speranza di miglioramento, mentre i primi perdono, nella logica meramente acquisitiva, in senso dell’essere.

La speranza, ricorda Zamagni, riprendendo un concetto di Tommaso (?) ha due figli, bellissimi ambedue: una figlia, quella dell’indignazione, e un figlio, quello della volontà di cambiare. E oggi abbiamo perso l’una e l’altra.   

Secondo Zamagni, l’attuale enciclica individua tre nodi critici che caratterizzano la società attuale, il cui aggrovigliarsi, ha anche condotto alla presente crisi.

Si tratta, in fondo, di tre teorizzate e praticate dicotomie. Quella tra efficienza ed equità; quella tra arricchimento e lavoro umano; quella, infine, tra democrazia e mercato.

Secondo la prima dicotomia il modello teorizza e pratica l’inclusione di tutto ciò venga considerato utile ad una maggiore produzione sul piano immediato ed esclude coloro che non rientrano in tali parametri. Una società dunque costituita da un’area coperta dall’ “efficienza” di un mercato sempre più pervasivo (e deregolato come vedremo in seguito), e da un’altra area, non meno ampia e variabile, a seconda di quelle esigenze di efficienza, di emarginati, ma sostenuti dal filantropismo di Stato o privato (qui non conta la provenienza). Naturalmente queste forme di aiuto sono un bene su piano dell’emergenza, ma non sono la vera risposta alle esigenze umane. Qui Zamagni ha ricordato una bella frase della cultura francescana che afferma : “con l’elemosina la persona sopravvive, ma non vive”. Per vivere occorre il lavoro e la produzione. [Anche se Zamagni non lo ha ricordato in fondo la migliore conferma ci viene dalla odierna richiesta di tanti disoccupati che vogliono lavorare e non la cassa integrazione]. Non quindi i “due tempi” e la ripartizione dei ruoli del prima e da parte di chi la produzione, e poi e da parte di chi la distribuzione. I due termini efficienza e equità sono evidentemente correlati, perché non può esserci equità se non c’è anche efficienza salvo  cadere nell’assistenzialismo che alla lunga non è sostenibile per mancanza di risorse. Zamagni approfondisce ancora il discorso distinguendo il dono come “regalo” dal dono come “reciprocità”. Mentre il primo crea dipendenza del beneficiato nei confronti del benefattore, il secondo innesca e consolida una relazione di arricchimento reciproco tra i due attori.

L’enciclica, con sorpresa di molti, inserisce il concetto di “fraternità” nel processo economico e produttivo, non solo distributivo. Fraternità e non semplice amicizia e solidarietà. Mentre gli amici me li scelgo e sono spesso con loro solidale, i fratelli non me li scelgo. E ho degli obblighi nei loro confronti. Talvolta la solidarietà è un dovere ad esempio imposto dalla legislazione sociale, mentre l’obbligazione nasce dallo spirito di fraternità e attiene alla sfera morale.   

La seconda dicotomia è quella di aver sempre più considerato come fonte di ricchezza non il faticoso lavoro, ma il più facile arricchimento finanziario. Con allontanamento dallo stesso pensiero degli economisti classici a cominciare da Adam Smith che pone il lavoro alla base della ricchezza delle nazioni. La ricerca spasmodica della ricchezza a mezzo finanza ha comportato gravi distorsioni in varie direzioni. Di tempo, privilegiando il breve e il brevissimo tempo, con effetti deleteri non solo sulle forme di gestione aziendali ma anche sulla stessa concezione di azienda. Ciò ha comportato infatti una spinta a gonfiare artatamente i valori sul mercato con tutte le forme aberranti che abbiamo riscontrato anche in questa recente crisi. Queste pratiche hanno infatti comportato una distorsione dell’ informazione fornita ai mercati sulle reali situazioni aziendali; rese possibili dai mancati controlli ai vari livelli interni ed esterni dovuti anche ai ben noti confitti di interesse. Ha distorto – dicevamo – la stessa concezione dell’azienda, una volta considerata come associazione di produttori (da cui anche il termine inglese “corporation”, corporazione), ora invece, una “merce” sempre quotata e trattata sul mercato ad esclusivo, immediato beneficio degli azionisti (“share holders”) di riferimento. E la cui quotazione salirà in proporzione a quella logica di “efficienza” e di arricchimento finanziario prima ricordata. La sorte degli altri interessati alle prospettive di medio e lungo termine dell’azienda “stakeholders”) a cominciare dai lavoratori è veramente una variabile dipendente. Zamagni sottolinea che l’arricchimento a mezzo finanza avviene nell’isolamento (e spesso egoismo  individuale) mentre quello a mezzo del lavoro umano, implica necessariamente la dimensione “relazionale” e di dipendenza reciproca. Dipendenza che anzi si accentua con la complessificazione della società.

 

La terza dicotomia, infine, pone il problema della pretesa, teorizzata e soprattutto praticata, di separare il funzionamento del mercato dalle regole democraticamente “imposte” dalla democrazia (“deliberante”).  Non si parla precisa Zamagni del mercato come luogo e pratica di scambio che è una storia molto antica. Ma del mercato come “istituzione” . Da molti decenni si teorizza l’autosufficienza e la capacità di autoregolazione dei mercati interni come di quelli internazionali, e si è quindi proceduto a deregolamentare sempre di più. Dimenticando almeno due gravi limiti di questo ragionamento: il primo, è che, non verificandosi i presupposti della perfetta concorrenza, hanno finito per prevalere gli interessi organizzati più forti; il secondo, è che si pongono seri problemi di composizione sociale anche presupponendo le migliori intenzioni da parte degli  individui presi isolatamente. Problemi che, in assenza di “buone regole” (cioè finalizzate al “bene comune”), creano disordine e gravi inefficienze dovute alle diffuse  “esternalità”. Non basta quindi una corretta etica individuale, ma sono necessarie adeguate disposizioni regolative, democraticamente “deliberate”. Ma la teoria dominante, in realtà, ha considerato un individuo motivato esclusivamente  da egoismo, e che si confronta, o meglio combatte hobbesianamente  con gli altri analogamente motivati. E’ un’antropologia non rispondente al vero e comunque non certo estensibili a tutti gli uomini. Qui Zamagni ricorda la sua distinzione tra l’ “homo economicus” e l’ “homo reciprocans”. Il primo condotto dalla logica “acquisitiva”, il secondo da quella della realizzazione personale nell’arricchimento reciproco. E introduce con l’occasione anche la distinzione tra individuo e “persona”, citando il “personalismo” e l’ “umanesimo integrale” insegnati da Mounier e Maritain.  

Tornando all’analisi più strettamente economica Zamagni mette in rilievo la contraddizione di chi oggi, di fronte alla crisi, lamenta la mancanza di controlli e di regole, dopo che, come abbiamo visto, si è teorizzato e praticato proprio quella autoreferenzialità delle “forze” del mercato sempre più libere nell’imporre le proprie non regole.

Per fortuna sono in corso alcuni ripensamenti come l’assegnazione dell’ultimo premio Nobel potrebbe far pensare. Premio assegnato a due ricercatori che hanno studiato le relazioni tra aspetti sociali e quelli dell’efficienza e del mercato. Mentre sino ad un recente passato tali riconoscimenti erano andati a chi appunto teorizzava l’autosufficienza del mercato ed anzi la sua estensione persino nell’ambito familiare (Gary Beker) .

Zamagni ne trae anche una conclusione sulla definizione di crisi, distinguendo quelle dialettiche, fondate su alcune contraddizioni e ritardi analitici di comprensione e di policy, da quelle di senso come gli appare quest’ultima. Di “senso”, cioè di incertezza nell’individuare una direzione prima ancora che “la” direzione di marcia.

E coglie l’occasione per effettuare una considerazione critica contro chi sostiene che ai giovani vada fornita “istruzione”, ma non “educazione”, con l’argomento che né in ambito familiare, né in quello scolastico, si debba, in un certo qual senso, “coartare” il libero germogliare della personalità del giovane. Ora, a parte l’errata pretesa di pensare ad un’istruzione “neutrale”, cioè aliena da presupposti di valore [un concetto che qui Zamagni non esprime ma è del tutto ricompreso in altra parte del suo discorso quando chiede per onestà intellettuale la esplicitazione appunto di quei presupposti], il non fornire (non imporre) al giovane valori sui cui misurarsi, confrontarsi e sperimentare, finisce per lasciarlo nella solitudine e nell’angoscia, alla ricerca di pericolosi sostituti di senso. Andrebbe – aggiungerei – inoltre sottolineata una sorta di defezione morale da parte di chi ha esperienza da trasmettere e se ne astiene per quell’equivoco, mandando disperse importanti lezioni di vita (evolutiva).

 
Zamagni ha concluso l’intervento, ricordando una bel concetto di Agostino, secondo il quale non mancano le risorse, ma scarseggia il pensiero pensante. Abbondiamo nel pensiero “calcolante”, ma scarseggiamo di quello “pensante”. Cioè quello capace di indicarci un “senso”, una direzione di marcia. Un pensiero che va innanzitutto recuperato. Dopo si possono pur analizzare le varie technitalities della crisi.             

Ci sono stati tre interventi con domande rivolte al relatore.

Il primo ha ricordato il problema del rapporto tra felicità e ricchezza e ha citato la Costituzione americana che ha recepito il diritto di ognuno alla ricerca della felicità. Ha poi chiesto spiegazione in merito alle critiche che Zamagni rivolge alla teoria dei giochi e all’equilibrio di Nash.

Zamagni ha ricordato che il concetto di felicità in campo economico è stato introdotto per primo dal pensiero italiano. Ha citato al proposito Antonio Genovesi, docente alla prima cattedra di economia al mondo, istituita presso l’Università Federico II di Napoli. Chiosando con l’occasione come sia u noto vizio italiano quello che valorizzare cose che ci vengono dall’estero che a suo tempo le aveva imparato nel passato da noi.

Il cosiddetto paradosso della felicità, la cui individuazione risale agli anni sessanta da parte di un autore americano  (Quale data?  Quale autore? ), postula, come abbiamo già accennato all’inizio,  che, sino ad un certo punto della ricchezza la felicità segue di pari passo, mentre, oltre ad una certa soglia, la relazione si inverte. Per Zamagni la cosa è spiegabile, nel senso che mentre uno si può arricchire da solo (vedi il caso di Robinson Crusoe) per essere felici occorre essere almeno in due , la felicità implicando il riconoscimento. In merito alla teoria dei giochi, Zamagni non contesta ovviamente la formalizzazione matematica ma il paradigma degli individui egoisti che interagiscono nell’ottica hobbesiana, che sta alla base di alcune di quelle teorie (compresa quella di Nash) mentre ritiene utili i giochi “evolutivi” che partono dalla concezione antropologica dell’ “homo reciprocans”, motivato anche da sentimenti di simpatia e altruismo.  Mentre la copertura dei bisogni primari non pone problemi, salvo ovviamente l’urgenza della loro soddisfazione, quella dei bisogni superiori implica necessariamente relazioni di carattere sociale e di “riconoscimento”. Di qui la necessità di ampliare la sfera dei beni comuni e “relazionali”, rispetto a quella dei beni privati. Un incoraggiamento alla sobrietà e alla ricerca del bene comune. Cosa distingue questo dal bene “totale”? Qui Zamagni ricorda il Bentham e la sua concezione utilitaristica che va alla ricerca della massimizzazione del bene totale. Quel bene che gode della proprietà della somma. Nel senso che questa può crescere anche quando si annulla l’utilità di qualche persona. Non avviene così nel bene comune che gode della proprietà moltiplicativa. Se uno dei fattori si azzera anche la moltiplicazione si annulla. Una moltiplicazione dove i fattori si arricchiscono reciprocamente. Ma Zamagni nel presupposto della buona fede del dissenziente non pretende da parte sua la verità, ma che solo che i presupposti di valore sottostanti le diverse teorie vengano onestamente resi espliciti.

 

Il secondo ha centrato la sua domanda in merito alla responsabilità sociale dell’impresa.

 

Zamagni ricorda come il concetto risalga anch’esso molto lontano nei decenni. Mentre sulla prima suscitò addirittura scandalo il fatto che l’azienda dovesse farsi carico di interessi che non fossero esclusivamente quelli degli azionisti, oggi il concetto viene comunemente accettato anche se troppo spesso  non praticato. A tal proposito basti ricordare le considerazioni prima fatte sulle diverse concezioni di azienda: quella dell’associazione di produttori oppure quella della merce da valorizzare sul mercato nell’interesse esclusivo degli azionisti (di riferimento).  Ma qui Zamagni fa una distinzione sulle diverse etiche che possono trovarsi anche alla base della responsabilità sociale di azienda. Quella utilitaristica di Bentham di cui abbiamo già detto, quella del dovere di Kant, quella contrattualistica di Rawls ed infine quella cristiana delle virtù. Dopo aver mostrato pregi e limiti delle altre, Zamagni valorizza l’ultima facendo una distinzione tra il dovere e l’obbligo. Il primo nasce da una norma, l’altro da una libera scelta individuale. L’ “utilitarismo” è una concezione antropologica falsa o comunque non sufficiente ed esaustiva. Inoltre, nel momento che si realizzi che l’adesione a criteri gestionali socialmente responsabili, non siano più nell’interesse dell’azienda, questi saranno rapidamente abbandonati. Il “contrattualismo”, pur importante,  presuppone una inesistente parità di potere contrattuale. Il kantiano “imperativo categorico” richiede una retta coscienza e un agire che può prescindere dalle conseguenze della propria azione e dall’ “altro”. L’etica  delle “virtù”  implica l’ “altro” e l’ etica della “responsabilità”, e, in un processo evolutivo, l’accrescimento con il suo esercizio.    

 

Il terzo ha ricordato come questa enciclica parli della responsabilità del consumatore e ne ha chiesto una giustificazione.

 

Zamagni richiamando quanto già aveva detto, mette in evidenza che, quando si passi dai consumi necessari a quelli sempre più voluttuari, con l’aumentare il campo della scelta, aumenta anche la responsabilità personale del consumatore. L’acquisto è un segnale che si manda al mondo del commercio e quindi della produzione. Se si ha notizia che quella distribuzione commerciale o quella linea produttiva avvenga con disprezzo ad esempio dei diritti umani o in violazione della legge, il consumatore di quel bene o servizio assume senz’altro una specifica responsabilità.  

(*) Laureata in Diritto Internazionale Umanitario

SVILUPPO ECONOMICO E SOCIETA’ CIVILE

di Emanuela Maria Maritato (*)

Conferenza di Stefano Zamagni, alla luce della Enciclica “Caritas in veritate”

 

Stefano Zamagni ha introdotto le sue riflessioni domandandosi del perché questa enciclica abbia riscosso una così grande attenzione e così grande curiosità anche in ambienti accademici, compresi quelli angloamericani,  solitamente estranei all’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa. Ha infatti ricordato, ad esempio, specifici incontri di riflessione organizzati in alcune delle più prestigiose università americane come la stessa Princeton e l’università di Chicago.

La risposta, secondo Zamagni, è che questa è la prima enciclica della postmodernità (“dopo moderna” come la chiama espressamente), della società postindustriale, della I&T (Information and Tecnology) e della globalizzazione. Infatti la precedente “Centesimus annus”, andrebbe ancora considerata nel clima della società industriale o al più di transizione. 

 

La nostra è una società che presenta alcuni evidenti paradossi. Uno di questi è la enorme capacità potenziale di fornitura di beni materiali ed alimentari, mentre ci sono ancora milioni di persone che soffrono la fame, la malnutrizione e sono soggetti ad malattie facilmente debellabili.  Non sono le risorse che sono scarse, in questo gli economisti sbagliano, sono le istituzioni  economiche (e politiche) che impediscono la piena ed equa valorizzazione di queste. E’ aumentato generalmente il tenore di vita, ma si sono accentuate enormemente le sperequazioni distributive interne ed internazionali. Sono aumentati (in molti paesi) i consumi di beni non necessari, ma è aumentata anche l’insoddisfazione, le terapie di sostegno psicologico e anche i suicidi che investono generalmente i benestanti piuttosto che i poveri. Infatti questi ultimi hanno la speranza di miglioramento, mentre i primi perdono, nella logica meramente acquisitiva, in senso dell’essere.

La speranza, ricorda Zamagni, riprendendo un concetto di Tommaso (?) ha due figli, bellissimi ambedue: una figlia, quella dell’indignazione, e un figlio, quello della volontà di cambiare. E oggi abbiamo perso l’una e l’altra.   

Secondo Zamagni, l’attuale enciclica individua tre nodi critici che caratterizzano la società attuale, il cui aggrovigliarsi, ha anche condotto alla presente crisi.

Si tratta, in fondo, di tre teorizzate e praticate dicotomie. Quella tra efficienza ed equità; quella tra arricchimento e lavoro umano; quella, infine, tra democrazia e mercato.

Secondo la prima dicotomia il modello teorizza e pratica l’inclusione di tutto ciò venga considerato utile ad una maggiore produzione sul piano immediato ed esclude coloro che non rientrano in tali parametri. Una società dunque costituita da un’area coperta dall’ “efficienza” di un mercato sempre più pervasivo (e deregolato come vedremo in seguito), e da un’altra area, non meno ampia e variabile, a seconda di quelle esigenze di efficienza, di emarginati, ma sostenuti dal filantropismo di Stato o privato (qui non conta la provenienza). Naturalmente queste forme di aiuto sono un bene su piano dell’emergenza, ma non sono la vera risposta alle esigenze umane. Qui Zamagni ha ricordato una bella frase della cultura francescana che afferma : “con l’elemosina la persona sopravvive, ma non vive”. Per vivere occorre il lavoro e la produzione. [Anche se Zamagni non lo ha ricordato in fondo la migliore conferma ci viene dalla odierna richiesta di tanti disoccupati che vogliono lavorare e non la cassa integrazione]. Non quindi i “due tempi” e la ripartizione dei ruoli del prima e da parte di chi la produzione, e poi e da parte di chi la distribuzione. I due termini efficienza e equità sono evidentemente correlati, perché non può esserci equità se non c’è anche efficienza salvo  cadere nell’assistenzialismo che alla lunga non è sostenibile per mancanza di risorse. Zamagni approfondisce ancora il discorso distinguendo il dono come “regalo” dal dono come “reciprocità”. Mentre il primo crea dipendenza del beneficiato nei confronti del benefattore, il secondo innesca e consolida una relazione di arricchimento reciproco tra i due attori.

L’enciclica, con sorpresa di molti, inserisce il concetto di “fraternità” nel processo economico e produttivo, non solo distributivo. Fraternità e non semplice amicizia e solidarietà. Mentre gli amici me li scelgo e sono spesso con loro solidale, i fratelli non me li scelgo. E ho degli obblighi nei loro confronti. Talvolta la solidarietà è un dovere ad esempio imposto dalla legislazione sociale, mentre l’obbligazione nasce dallo spirito di fraternità e attiene alla sfera morale.   

La seconda dicotomia è quella di aver sempre più considerato come fonte di ricchezza non il faticoso lavoro, ma il più facile arricchimento finanziario. Con allontanamento dallo stesso pensiero degli economisti classici a cominciare da Adam Smith che pone il lavoro alla base della ricchezza delle nazioni. La ricerca spasmodica della ricchezza a mezzo finanza ha comportato gravi distorsioni in varie direzioni. Di tempo, privilegiando il breve e il brevissimo tempo, con effetti deleteri non solo sulle forme di gestione aziendali ma anche sulla stessa concezione di azienda. Ciò ha comportato infatti una spinta a gonfiare artatamente i valori sul mercato con tutte le forme aberranti che abbiamo riscontrato anche in questa recente crisi. Queste pratiche hanno infatti comportato una distorsione dell’ informazione fornita ai mercati sulle reali situazioni aziendali; rese possibili dai mancati controlli ai vari livelli interni ed esterni dovuti anche ai ben noti confitti di interesse. Ha distorto – dicevamo – la stessa concezione dell’azienda, una volta considerata come associazione di produttori (da cui anche il termine inglese “corporation”, corporazione), ora invece, una “merce” sempre quotata e trattata sul mercato ad esclusivo, immediato beneficio degli azionisti (“share holders”) di riferimento. E la cui quotazione salirà in proporzione a quella logica di “efficienza” e di arricchimento finanziario prima ricordata. La sorte degli altri interessati alle prospettive di medio e lungo termine dell’azienda “stakeholders”) a cominciare dai lavoratori è veramente una variabile dipendente. Zamagni sottolinea che l’arricchimento a mezzo finanza avviene nell’isolamento (e spesso egoismo  individuale) mentre quello a mezzo del lavoro umano, implica necessariamente la dimensione “relazionale” e di dipendenza reciproca. Dipendenza che anzi si accentua con la complessificazione della società.

 

La terza dicotomia, infine, pone il problema della pretesa, teorizzata e soprattutto praticata, di separare il funzionamento del mercato dalle regole democraticamente “imposte” dalla democrazia (“deliberante”).  Non si parla precisa Zamagni del mercato come luogo e pratica di scambio che è una storia molto antica. Ma del mercato come “istituzione” . Da molti decenni si teorizza l’autosufficienza e la capacità di autoregolazione dei mercati interni come di quelli internazionali, e si è quindi proceduto a deregolamentare sempre di più. Dimenticando almeno due gravi limiti di questo ragionamento: il primo, è che, non verificandosi i presupposti della perfetta concorrenza, hanno finito per prevalere gli interessi organizzati più forti; il secondo, è che si pongono seri problemi di composizione sociale anche presupponendo le migliori intenzioni da parte degli  individui presi isolatamente. Problemi che, in assenza di “buone regole” (cioè finalizzate al “bene comune”), creano disordine e gravi inefficienze dovute alle diffuse  “esternalità”. Non basta quindi una corretta etica individuale, ma sono necessarie adeguate disposizioni regolative, democraticamente “deliberate”. Ma la teoria dominante, in realtà, ha considerato un individuo motivato esclusivamente  da egoismo, e che si confronta, o meglio combatte hobbesianamente  con gli altri analogamente motivati. E’ un’antropologia non rispondente al vero e comunque non certo estensibili a tutti gli uomini. Qui Zamagni ricorda la sua distinzione tra l’ “homo economicus” e l’ “homo reciprocans”. Il primo condotto dalla logica “acquisitiva”, il secondo da quella della realizzazione personale nell’arricchimento reciproco. E introduce con l’occasione anche la distinzione tra individuo e “persona”, citando il “personalismo” e l’ “umanesimo integrale” insegnati da Mounier e Maritain.  

Tornando all’analisi più strettamente economica Zamagni mette in rilievo la contraddizione di chi oggi, di fronte alla crisi, lamenta la mancanza di controlli e di regole, dopo che, come abbiamo visto, si è teorizzato e praticato proprio quella autoreferenzialità delle “forze” del mercato sempre più libere nell’imporre le proprie non regole.

Per fortuna sono in corso alcuni ripensamenti come l’assegnazione dell’ultimo premio Nobel potrebbe far pensare. Premio assegnato a due ricercatori che hanno studiato le relazioni tra aspetti sociali e quelli dell’efficienza e del mercato. Mentre sino ad un recente passato tali riconoscimenti erano andati a chi appunto teorizzava l’autosufficienza del mercato ed anzi la sua estensione persino nell’ambito familiare (Gary Beker) .

Zamagni ne trae anche una conclusione sulla definizione di crisi, distinguendo quelle dialettiche, fondate su alcune contraddizioni e ritardi analitici di comprensione e di policy, da quelle di senso come gli appare quest’ultima. Di “senso”, cioè di incertezza nell’individuare una direzione prima ancora che “la” direzione di marcia.

E coglie l’occasione per effettuare una considerazione critica contro chi sostiene che ai giovani vada fornita “istruzione”, ma non “educazione”, con l’argomento che né in ambito familiare, né in quello scolastico, si debba, in un certo qual senso, “coartare” il libero germogliare della personalità del giovane. Ora, a parte l’errata pretesa di pensare ad un’istruzione “neutrale”, cioè aliena da presupposti di valore [un concetto che qui Zamagni non esprime ma è del tutto ricompreso in altra parte del suo discorso quando chiede per onestà intellettuale la esplicitazione appunto di quei presupposti], il non fornire (non imporre) al giovane valori sui cui misurarsi, confrontarsi e sperimentare, finisce per lasciarlo nella solitudine e nell’angoscia, alla ricerca di pericolosi sostituti di senso. Andrebbe – aggiungerei – inoltre sottolineata una sorta di defezione morale da parte di chi ha esperienza da trasmettere e se ne astiene per quell’equivoco, mandando disperse importanti lezioni di vita (evolutiva).

 
Zamagni ha concluso l’intervento, ricordando una bel concetto di Agostino, secondo il quale non mancano le risorse, ma scarseggia il pensiero pensante. Abbondiamo nel pensiero “calcolante”, ma scarseggiamo di quello “pensante”. Cioè quello capace di indicarci un “senso”, una direzione di marcia. Un pensiero che va innanzitutto recuperato. Dopo si possono pur analizzare le varie technitalities della crisi.             

Ci sono stati tre interventi con domande rivolte al relatore.

Il primo ha ricordato il problema del rapporto tra felicità e ricchezza e ha citato la Costituzione americana che ha recepito il diritto di ognuno alla ricerca della felicità. Ha poi chiesto spiegazione in merito alle critiche che Zamagni rivolge alla teoria dei giochi e all’equilibrio di Nash.

Zamagni ha ricordato che il concetto di felicità in campo economico è stato introdotto per primo dal pensiero italiano. Ha citato al proposito Antonio Genovesi, docente alla prima cattedra di economia al mondo, istituita presso l’Università Federico II di Napoli. Chiosando con l’occasione come sia u noto vizio italiano quello che valorizzare cose che ci vengono dall’estero che a suo tempo le aveva imparato nel passato da noi.

Il cosiddetto paradosso della felicità, la cui individuazione risale agli anni sessanta da parte di un autore americano  (Quale data?  Quale autore? ), postula, come abbiamo già accennato all’inizio,  che, sino ad un certo punto della ricchezza la felicità segue di pari passo, mentre, oltre ad una certa soglia, la relazione si inverte. Per Zamagni la cosa è spiegabile, nel senso che mentre uno si può arricchire da solo (vedi il caso di Robinson Crusoe) per essere felici occorre essere almeno in due , la felicità implicando il riconoscimento. In merito alla teoria dei giochi, Zamagni non contesta ovviamente la formalizzazione matematica ma il paradigma degli individui egoisti che interagiscono nell’ottica hobbesiana, che sta alla base di alcune di quelle teorie (compresa quella di Nash) mentre ritiene utili i giochi “evolutivi” che partono dalla concezione antropologica dell’ “homo reciprocans”, motivato anche da sentimenti di simpatia e altruismo.  Mentre la copertura dei bisogni primari non pone problemi, salvo ovviamente l’urgenza della loro soddisfazione, quella dei bisogni superiori implica necessariamente relazioni di carattere sociale e di “riconoscimento”. Di qui la necessità di ampliare la sfera dei beni comuni e “relazionali”, rispetto a quella dei beni privati. Un incoraggiamento alla sobrietà e alla ricerca del bene comune. Cosa distingue questo dal bene “totale”? Qui Zamagni ricorda il Bentham e la sua concezione utilitaristica che va alla ricerca della massimizzazione del bene totale. Quel bene che gode della proprietà della somma. Nel senso che questa può crescere anche quando si annulla l’utilità di qualche persona. Non avviene così nel bene comune che gode della proprietà moltiplicativa. Se uno dei fattori si azzera anche la moltiplicazione si annulla. Una moltiplicazione dove i fattori si arricchiscono reciprocamente. Ma Zamagni nel presupposto della buona fede del dissenziente non pretende da parte sua la verità, ma che solo che i presupposti di valore sottostanti le diverse teorie vengano onestamente resi espliciti.

 

Il secondo ha centrato la sua domanda in merito alla responsabilità sociale dell’impresa.

 

Zamagni ricorda come il concetto risalga anch’esso molto lontano nei decenni. Mentre sulla prima suscitò addirittura scandalo il fatto che l’azienda dovesse farsi carico di interessi che non fossero esclusivamente quelli degli azionisti, oggi il concetto viene comunemente accettato anche se troppo spesso  non praticato. A tal proposito basti ricordare le considerazioni prima fatte sulle diverse concezioni di azienda: quella dell’associazione di produttori oppure quella della merce da valorizzare sul mercato nell’interesse esclusivo degli azionisti (di riferimento).  Ma qui Zamagni fa una distinzione sulle diverse etiche che possono trovarsi anche alla base della responsabilità sociale di azienda. Quella utilitaristica di Bentham di cui abbiamo già detto, quella del dovere di Kant, quella contrattualistica di Rawls ed infine quella cristiana delle virtù. Dopo aver mostrato pregi e limiti delle altre, Zamagni valorizza l’ultima facendo una distinzione tra il dovere e l’obbligo. Il primo nasce da una norma, l’altro da una libera scelta individuale. L’ “utilitarismo” è una concezione antropologica falsa o comunque non sufficiente ed esaustiva. Inoltre, nel momento che si realizzi che l’adesione a criteri gestionali socialmente responsabili, non siano più nell’interesse dell’azienda, questi saranno rapidamente abbandonati. Il “contrattualismo”, pur importante,  presuppone una inesistente parità di potere contrattuale. Il kantiano “imperativo categorico” richiede una retta coscienza e un agire che può prescindere dalle conseguenze della propria azione e dall’ “altro”. L’etica  delle “virtù”  implica l’ “altro” e l’ etica della “responsabilità”, e, in un processo evolutivo, l’accrescimento con il suo esercizio.    

 

Il terzo ha ricordato come questa enciclica parli della responsabilità del consumatore e ne ha chiesto una giustificazione.

 

Zamagni richiamando quanto già aveva detto, mette in evidenza che, quando si passi dai consumi necessari a quelli sempre più voluttuari, con l’aumentare il campo della scelta, aumenta anche la responsabilità personale del consumatore. L’acquisto è un segnale che si manda al mondo del commercio e quindi della produzione. Se si ha notizia che quella distribuzione commerciale o quella linea produttiva avvenga con disprezzo ad esempio dei diritti umani o in violazione della legge, il consumatore di quel bene o servizio assume senz’altro una specifica responsabilità.  

(*) Laureata in Diritto Internazionale Umanitario

QUAL E’ IL SINDACATO PER IL CAMBIAMENTO?

di Emanuela Maria Maritato (*)

 
Come i Partiti, anche il Sindacato non può stare fermo di fonte ai cambiamenti che sono intervenuti, e che ancora si annunciano, nella società, nel mondo del lavoro e nelle Istituzioni.
Quasi tutti i Partiti hanno da tempo aperto cantieri e avviato processi ( si spera proficui ),di revisione culturale e programmatica e di riaggregazioni organizzative con l’intento di una semplificazione del troppo frammentato quadro politico.Ma il dibattito non è sempre lineare e comprensibile.
Gli aspetti polemici, dentro e fuori i Poli, sono accesi e spesso confusi e contraddittori i contenuti, ma la direzione di marcia sembra sia obbligata da circostanze non solo interne ma dettate anche dal grado elevato di competitività , in tutti i campi, che si sta sviluppando in Europa e nel mondo.
In questa fase sarà necessario, anche per il Sindacato, attivare una prudente attenzione ai processi politici in atto, senza tentare di influenzarne gli esiti né  esserne coinvolti. Ma anche marcare una presenza attiva, nella battaglia culturale che si annuncia aspra, contro l’ondata di antipolitica che, non distinguendo posizioni e responsabilità, rischia di annebbiare ogni visione di prospettiva democratica in un qualunquismo, tanto più pericoloso, quanto irresponsabile.

Resta comunque una domanda da porsi, di natura particolare: se non sia auspicabile  che anche nella CGIL si manifesti una qualche forma di visibile aggregato di opinione che  pur di provenienza partitica diversa, si ispiri alle idee di un moderno riformismo sociale, e guardi con favore alla costruzione del Partito democratico.

Non ostante la confusione dei linguaggi, un dato sembra emergere con chiarezza: il dibattito politico si va via via allontanando dalle fumisterie ideologiche, e si va dipanando proprio attorno a problemi cruciali di riforma.

A ben guardare, è sulle grandi scelte, come sul protocollo di intesa Governo sindacati sulla previdenza e sul mercato del lavoro si vanno delineando, sia pure a fatica e con qualche incertezza, distinte posizioni non solo e non tanto, tra centro destra e centro sinistra, ma fra “sinistra di governo” e “sinistra antagonista”.

 La temporaneità o la durevolezza delle aggregazioni dipenderà dalla profondità dei contrasti e dalle rispettive coerenze rispetto.

Discorso a parte va fatto su alleanze, sempre possibili, a certe condizioni date e con la indispensabile chiarezza sui programmi , su specifici problemi, fra sinistra di governo e sinistra così detta, antagonista o parte di essa. E’ accaduto in Francia sotto la presidenza Mitterand  tra P.S.F. e P.C.F. e forse potrebbe accadere anche in Italia,sempre che le ragioni identitarie legate ad ideologie datate,non prevalgano sul “ pragmatismo del fare”, che sempre dovrebbe contrassegnare l’agire della politica  e in particolare dei governi. Specie in fasi come questa,in cui forte è la domanda di buon governo.

Ecco perché il sindacato ha tutto l’interesse a seguire con molta attenzione il corso degli eventi e mantenere la barra sui propri impegni e sulla propria autonomia di giudizio.

Celebrato con tutte le esaltazioni dovute, il Centenario, anche per la CGIL, pare sia venuto il tempo di dare uno sguardo al futuro e affrontare temi inediti accanto a quelli di sempre, in modi e con un armamentario culturale del tutto nuovi.

Un rinnovamento si rende non solo utile , ma necessario.

Intanto non sembra giusto dire che mentre i partiti sono proliferati, il sindacalismo sia rimasto immune dal tarlo della proliferazione di soggetti, che per quanto minoritari (vedi il sindacalismo autonomo dell’area scolastica e gli agguerriti gruppi dei Cobas e le incursioni di campo dei Movimenti) riescono spesso pericolosamente a condizionare visione e decisioni sindacali in delicati settori quali la sanità, i trasporti e in genere i servizi di pubblica utilità. Con gravi danni di immagine  per tutto il Sindacato, presso l’opinione pubblica colpita e frastornata.

Va, d’altra parte crescendo, anche l’associazionismo sindacale e parasindacale del lavoro autonomo, mentre sono ben visibili le difficoltà della dirigenza di  Confindustria  per riuscire a tirare le fila del variegato panorama associativo del sistema delle imprese e fornirne un quadro di comune orientamento nelle relazioni sindacali e nei rapporti con le Istituzioni.

La stessa pratica , di Concertazione Governo parti sociali, di recente ripresa sulle complesse e spinose questioni legate alla riforma pensionistica e del Welfare, è soggetta  a critiche e riserve anche sul piano dei principi e non ancora trovato un modo di assestarsi come proficua e regolata sede di confronto, anche a causa dell’eccessivo numero dei soggetti partecipanti e le proteste degli esclusi.

È evidente, d’altra parte, che gli stessi problemi che sta affrontando il mondo della politica dovrà affrontarli, meglio presto che tardi, anche il Sindacato: di semplificazione del quadro, e quindi di regolazione della rappresentanza e della rappresentatività: Partendo (forse) da dove si pervenne con i tentativi di unità sindacale tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta.

Ma risolvendo anche la delicata questione dell’applicazione degli articoli 39 e 40   che la Costituzione materiale ha accantonati.

Quale progetto di sindacato può essere auspicabile in un mondo del lavoro e dell’impresa, che già sono cambiati e di continuo cambiano ?

Dalla unificazione, in gran parte realizzata nel secolo scorso, tra gli interessi e la rappresentanza del mondo del lavoro privato e quello dipendente da pubbliche amministrazioni, sarà possibile passare ad una unificazione più ampia, che includa anche vaste fasce di lavoro autonomo , così come si va configurando ?

A tali domande non ci potrà essere che un impegno dell’intero gruppo dirigente nell’analisi, nell’approfondimento e in un forte impegno di lavoro, nella convinzione che un cambiamento, non solo sia necessario, ma possibile

Non bisogna dimenticare che nel campo delle tutele previdenziali e dei rischi lavorativi, la legislazione, anche per un protagonismo del Sindacato, ha già compiuto un importante cammino unificante a partire dalle Riforme degli anni novanta.

Questo può essere uno dei temi da approfondire per quanti vogliano mettere seriamente mano ad una nuova visione prospettica della funzione del Sindacato nelle società odierne.

Una base concettuale che dimostra come sia auspicabile per il Sindacato, estendere la rappresentanza degli interessi, dal lavoro dipendente al lavoro autonomo, può ritrovarsi nel lavoro di Sylos Labini sulle classi sociali.

Dal saggio che si potrebbe definire profetico, del 1974, al testo aggiornato dell’85 dal  titolo Le classi sociali negli anni ottanta, si può leggere un chiaro messaggio al mondo politico e al Sindacato : la tendenza a una riduzione quantitativa , con crescita qualitativa, del lavoro dipendente e delle classe operaia, assieme a una rilevanza crescente delle “classi medie” e del lavoro autonomo, pone al mondo politico e ai soggetti che aggregano e rappresentano interessi nel mondo del lavoro e dell’impresa, problemi inediti di rappresentanza e di rappresentatività nella società che cambia

Riguardo alle trasformazioni che le moderne tecnologie hanno indotto nel mondo del lavoro , soprattutto delle mutazioni da lavoro dipendente a lavoro autonomo , è utile consultare, tra gli altri, un testo molto più recente  (del 1996; Edizioni EDIESSE) di Giuseppe Lanzavecchia, ( docente di chimica-fisica e consigliere scientifico del Presidente dell’ENEA),  che descrive  il percorso che si è compiuto e si va compiendo, passo dopo passo, “Dal Taylorismo al neo artigianato”.

E  spiega le ragioni e il modo in cui “sofisticate forme di artigianato scientifico, servizi avanzati, non standardizzati, imprese virtuali” costituiranno le nuove forme di occupazione, di domani,“risultato di una rivoluzione tecnologica che sta sconvolgendo il tradizionale modo di lavorare. Un cambiamento epocale, la cui portata è paragonabile a quella che seguì la prima rivoluzione industriale del secolo scorso. (l’ottocento n.d.r.) “

Sappiamo bene che dal dibattito sui dati della ricerca, di P.S. Labini, non solo in Italia, ma anche negli USA, presero vita alcuni filoni della riflessione culturale e politica, sui concetti  di alternanza, di governabilità e di conseguenza, sulle riforme economico-sociali e istituzionali, necessarie al sistema politico, per la modernizzazione del Paese.

Fra i temi di riflessione che, in tale ambito attengono più propriamente al Sindacato, vale la pena di indicarne alcuni:

– Riscoprire la funzione sociale dell’impresa, come produttrice di lavoro, di formazione , di innovazione e di crescita;

– Riscoprire, accanto a nuove regole per il conflitto sociale nei pubblici servizi, il concetto di partecipazione, riguardando soprattutto alla organizzazione del lavoro, al controllo di qualità di prodotto ed alle decisioni sui processi innovativi;

– Riscoprire il valore dell’unità sindacale, non solo nella fase dell’azione, ma anche in quelle della comune elaborazione delle piattaforme e nella valutazione dei risultati;

– Riscoprire il valore sociale ed economico dell’educazione al senso civico ed alla convivenza civile e il ruolo concomitante della Scuola e della Famiglia, ciascuno nel proprio ambito rispetto a un progetto di “nuova frontiera” in campo educativo che non lasci al caso ma favorisca, con la selezione dei meritevoli, il ricambio e la mobilità sociale;

– Riscoprire e riaffermare senza ambiguità, l’etica delle responsabilità e la stretta connessione fra l’acquisizione di diritti e la pratica dei doveri;

 
Si potrebbe naturalmente continuare, ma si potrebbe partire da qui per progressive ricerche e approfondimenti ponendo a base le esperienze del passato che sempre mantengono una valenza di guide line utile per progredire.

 

(*) Laureata in Diritto Internazionale Umanitario