INTERVISTA A DONATO PATRIZIO MARITATO

Oggigiorno il preparatore mentale sportivo svolge un ruolo sempre più importante nell’ambito dell’individuo inserito nel sociale: dai processi cognitivi a quelli emotivi, motivazionali, comportamentali.

La redazione di VentoNuovo è lieta di intervistare Donato Patrizio Maritato, giovane e promettente psicologo dello sport, laureato in psicologia dello sviluppo e dell’educazione.

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Buongiorno Donato chi è e di cosa si occupa?
“Buongiorno, io sono un preparatore mentale, motivatore e consulente per lo sport, sono in attesa di concludere il mio percorso da psicologo poiché a breve sosterrò la seconda parte dell’esame di stato e potrò assumere un ruolo più completo. Dopo gli studi universitari ho continuato la formazione a Padova con un master di secondo livello in Psicologia e Coaching nello sport. Questo percorso che ho condotto è stato fatto parallelamente con il tirocinio post lauream, in modo che potessi conciliare i percorsi formativi contemporaneamente. Inoltre, quello di cui mi occupo è influenzato da una precedente formazione universitaria di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione che si interessa della persona nell’intero arco di vita, dall’età infantile e adolescenziale fino all’età adulta, analizzandone i processi comunicativi, educativi, culturali, evolutivi ecc.”

Come mai ha scelto il ramo della psicologia sportiva?
“Premetto che ho avuto la fortuna di confrontarmi con una psicologa bravissima che mi ha seguito nel percorso di crescita e mi ha aiutato soprattutto nel capire quale percorso fosse migliore per me. Simultaneamente sono in formazione come allenatore, sto svolgendo i corsi utili per il conseguimento del patentino D Uefa. Per cui, è diciamo da un sei o sette anni a questa parte, verso la fine del liceo che ho in mente un progetto ben preciso, che consiste nell’integrare la figura dello psicologo dello sport a quella dell’allenatore. L’idea sarebbe quella di introdurre una figura capace di aiutare sia dal punto di vista tecnico-tattico che da un punto di vista più mentale-psicologico, ossia una figura ancor più recente e professionalmente completa.”

Su quali aspetti pratici si concentra il suo ruolo?
“Nel concreto la mia figura si occupa di allenare e potenziare tutte quelle che sono le abilità mentali degli atleti, svolgendo non solo un ruolo utile al miglioramento delle prestazioni sportive. È importante ricordare che in primo luogo gli atleti, i coach, i professionisti che lavorano nello sport sono persone umane e come tali possono avere situazioni di difficoltà e, per questo, lo psicologo dello sport svolge anche un ruolo di supporto. Si va a lavorare sulle capacità cognitive come la motivazione, l’attenzione, la concentrazione ma anche su tutte quelle dinamiche sociali relative al gruppo per cui la socializzazione, la coesione e la comunicazione che avvengono in una squadra sportiva. Il tutto viene monitorato e valutato costantemente al fine di prestare un servizio concreto e qualitativo all’atleta, al professionista o alla squadra nel suo insieme.”

Come riesce a far raggiungere un equilibrio anche nelle situazioni più difficili?
“Diciamo che possono essere molteplici le situazioni difficili, non esiste una dinamica generale che possa essere rappresentativa, in base alla necessità della richiesta si va a lavorare su quello specifico problema. Per cui si lavorerà nello specifico sul problema per cui la società, l’atleta, l’allenatore, la squadra o il professionista avranno bisogno del nostro aiuto. Bisogna essere adattabili ad ogni contesto, occorrono elasticità e flessibilità e in più bisogna essere persone prive di preconcetti e pregiudizi. Poiché le criticità sono molteplici, questa figura deve essere in grado di comprendere il problema alla base per poterlo risolvere correttamente.”

Quanto ha influito la pandemia sui disagi psico-fisici?
“La pandemia ha recato gravi danni a livello sociale oltre che a livello psicologico, c’è stato un enorme distacco soprattutto a livello umano. Nello sport c’è stata una diminuzione della pratica sportiva poiché la paura del contagio ha portato le famiglie a limitare l’attività sportiva nella quotidianità dei ragazzi. A livello evolutivo questa è un grave danno, poiché lo sport è fondamentale per lo sviluppo e la crescita degli adolescenti. Lo sport inoltre è anche un mezzo educativo poiché la figura dell’allenatore può essere considerata – oltre che un preparatore sportivo – un educatore. Nello sport si sviluppano capacità cognitive, si socializza, ci si relaziona e aumentano gli scambi e le relazioni interpersonali. I ragazzi sono stati limitati anche nel contatto: si è passati dall’abbracciarsi a darsi un pugnetto amichevole. Inoltre, molti ragazzi hanno trovato nuove forme di intrattenimento come i videogiochi o tiktok in sostituzione della pratica sportiva, il ché può definirsi una sorta di regresso a mio modo di vedere.”

Un consiglio da dare al lettore dell’intervista che vuole intraprendere il suo stesso percorso?
“Chi come me ha intenzione di intraprendere questo percorso, in primis, deve esser in continua formazione poiché lo sport è un mondo in mutamento che cambia il proprio aspetto di continuo. Bisogna sapersi adattare alle situazioni, alle federazioni, all’equipe sportive e alle difficoltà che possono essere individuali o del gruppo. Soprattutto deve amare lo sport e deve averlo praticato – anche se a livello amatoriale – per saperne cogliere i valori e le opportunità che lo stesso sport offre. Consiglierei inoltre di uscire dalla propria comfort zone al fine di potersi confrontare con realtà diverse e poter ampliare il proprio bagaglio di valori etici e morali poiché andando a lavorare con persone prima che atleti o professionisti è importante cogliere nelle situazioni la natura più “umana”, dato che ogni atleta o professionista è diverso per storia, pensieri e cultura l’uno dall’altro.”

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