sentenza giudice cassazione

Morte di Pamela: ultimo atto

di Michel Emi Maritato

Pamela Matropietro ultimo appello. Il 14 gennaio si celebra l’atto finale del processo a Innocent Oseghale, accusato di aver violentato, ucciso e fatto a pezzi la 18enne romana allontanatasi da una “struttura residenziale terapeutico riabilitativa per utenti psichiatrici” a Corridonia (“e non una comunità di recupero per tossicodipendenti“, come tiene a precisare la psicologa Emanuela Lupo, una dei consulenti della famiglia della ragazza), nei pressi di Macerata. Una storia terribile, quella del 30 gennaio 2018, che inizialmente vedeva coinvolti tre giovani nigeriani in un primo momento accusati del delitto in concorso. Due sono stati scagionati mentre a Oseghale è stata inflitta, nei due gradi di giudizio finora celebratisi, la pena dell’ergastolo, anche se i legali del nigeriano hanno fatto ricorso e ora ai giudici spetta la parola definitiva. La storia che ha sconvolto l’Italia inizia con questa ragazza fragile, finita, a causa di una grave patologia psichiatrica da cui era affetta, nell’orrido giro della droga, e della cui debolezza hanno approfittato in molti (<<Lei era in condizioni di assoluta ed evidente minorata difesa, e non è una cosa da poco», ebbe a dichiarare, all’alba del processo di primo grado, la criminologa Roberta Bruzzone, altra consulente della famiglia Mastropietro, in una intervista al Resto del Carlino). Dagli uomini comuni che ha incontrato sulla propria accidentata strada, che non hanno saputo che regalarle denaro al posto di aiuto e comprensione, fino ai violenti spacciatori che ne hanno decretato il supplizio culminato con la sconcertante morte e il vilipendio del cadavere. L’unico condannato continua ancora oggi a professarsi estraneo al delitto, sebbene si sia dichiarato colpevole del successivo scempio del corpo della ragazza, che ha poi infilato in due trolley: il nigeriano insiste a ripetere che la morte della ragazza fu provocata da una overdose di sostanze, circostanza, invece, categoricamente esclusa dagli accertamenti medico-legali e tossicologici effettuati sul corpo della giovane, nonostante lo stato aberrante in cui esso sia stato ritrovato. “Una violenza non soltanto contro una inerme ragazza in una situazione di fragilità ma contro il genere umano”, ha dichiarato l’avvocato Marco Valerio Verni, legale della famiglia e zio di Pamela, quindi doppiamente colpito, che ha continuato “Ciò che è stato fatto a Pamela va oltre la violenza contro una donna, è una violenza contro l’umanità intera”. Proprio questo elemento, unito ad altri, ha fatto ipotizzare pure un legame indiretto tra l’assassinio, l’accanimento sul cadavere della povera diciottenne e la mafia nigeriana, presente ormai in vari paesi del mondo e in Italia, con i suoi delitti e i suoi riti. A condanna comminata, non si può dimenticare la posizione dell’affollato pool di legali e consulenti tecnici del nigeriano, che voleva “sostenere l’indifendibile” con una linea difensiva basata su un quadro probatorio incerto, di destabilizzazione mediatica, di un rapporto intimo consensuale arrivando a fornire, nel corso delle udienze, “dati errati e fuorvianti”. Secondo i legali di Oseghale – che uscito da un programma di accoglienza era rimasto a vivere da clandestino a Macerata spacciando e chiedendo aiuti vari alle parrocchie – la ragazza morì per una intossicazione acuta da sostanze stupefacenti, elemento che comunque ha consentito a un altro del terzetto criminale, Lucky Awelima, di essere scagionato nello scorso ottobre, per poi essere rimpatriato. Notizia che la famiglia di Pamela ha accolto con sgomento.  Per prima, è stata la mamma della ragazza, Alessandra Verni che in una intervista a “Il Giornale” ha affermato: “Sto molto male. Non ci resta che attendere la Cassazione, ma se un giorno dovessero scoprire che anche loro due erano in casa con Oseghale li andranno a riprendere in Nigeria? Fino alla fine delle indagini, vorrei che fosse bloccato il rimpatrio e che fossero impossibilitati a spostarsi per l’Italia“. Il dubbio che l’unico condannato abbia agito da solo è forte, tanto è vero che sono ancora in corso delle indagini, in tal senso, da parte della Procura Generale di Ancona. Così come sono in molti a credere ancora, nonostante tutto, che Lucky Awelina e Desmond Lucky lo abbiano aiutato a disfarsi del cadavere di Pamela, i cui resti furono ritrovati da un passante il giorno dopo il delitto, nascosti, come detto, dentro due trolley. Dalle indagini non sono mai state confermate le accuse ai suoi presunti complici e i due, Awelima e Lucky, sono stati poi condannati separatamente per spaccio a 6 e 8 anni rispettivamente, con pena poi ridotta in appello. Awelima, per il quale è caduta l’aggravante di aver venduto droga all’esterno di una scuola, ha scontato i 4 anni che gli erano stati inflitti in secondo grado ed è stato trasferito in una struttura a Torino in attesa dell’allontanamento coatto dall’Italia, come prevede la legge: fatto che, appunto, la famiglia vorrebbe che si evitasse, in attesa di possibili sviluppi futuri.