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L’idrossiclorochina aumenta il rischio di morte o no?

A proposito di Covid-19 e farmaci, una piccola inchiesta che non ho potuto pubblicare (vi spiegherò la legittima ragione), e che non si allinea con quanto si legge oggi sui molti giornali. E’ una riflessione lunga (toglierò i nomi dei medici perché non sono stata autorizzata ad utilizzarli sui social, ma solo sulla stampa ufficiale) Non sarà un post breve ma, per quanto mi riguarda, necessario.
“L’idrossiclorochina aumenta il rischio di morte”. Oggi lo si legge su (quasi) tutti i giornali che, prendendo per sommi capi una ricerca pubblicata su una nota rivista scientifica, hanno scritto che “la medicina scelta come profilassi preventiva dal Presidente americano”, usata in quasi tutti i protocolli di cura (così mi dicono i medici con cui ho parlato) anche in Italia, “aumenti la mortalità”. Titoli shock. Non sono uno scienziato e non mi permetterei mai di dare una risposta ad un quesito del genere (cosa che invece ho visto fare a molti colleghi in diretta televisiva, ridacchiando mentre sbeffeggiano un capo di Stato straniero come fosse normale farlo – rispetto e serietà, queste sconosciute, che dovrebbero esserci sempre a prescindere dalle evidenti simpatie ideologiche/opportunistiche) ma ho lavorato duramente, intervistando medici (esperti e medici di base) che hanno lavorato sul campo, professionisti che in questa battaglia ci hanno messo cuore e anima, in questi mesi.

Inizialmente erano preoccupati all’idea di esprimersi (e lo capisco) su un argomento così delicato, ma poi mi hanno consegnato voci, nomi e cognomi. Le loro posizioni sono diverse, qualcuno parla benissimo di questo farmaco, ricordando che sì, sulle persone affette da patologie cardiache è pericoloso (ieri sera ribadendo che lo studio con cui oggi si titolano le testate dice proprio questo, ma io non trovo questo particolare specificato da nessuna parte- se sbaglio correggetemi), altri sono più cauti. Tutti mi hanno però spiegato sia stato usato in tutti i protocolli ospedalieri per contrastare il Covid-19, di come venga impiegato da anni su persone affette da malattie autoimmuni (ad esempio l’artrite reumatoide) e come, per altro, abbia salvato la vita a migliaia di persone che avrebbero rischiato di morire di malaria, nel mondo. La mia inchiesta non è uscita perché non essendo supportata da studi pubblicati su riviste scientifiche, non ha potuto essere validata e dare informazioni quanto più possibile certe è di primario valore per me e per le testate per cui lavoro. E’ sacrosanto che servano dati certi prima di divulgare certe notizie, in un momento come questo dove si legge di tutto e di più, e che per farmi pubblicare un lavoro mi sia stato richiesto. (Risparmiamoci polemiche su questo punto, grazie).
In questi mesi di epidemia e di vite da salvare, non mi stupisce che chi ha provato a salvare e salvato centinaia di persone, non abbia magari avuto il tempo di raccogliere dati allo scopo di pubblicare una ricerca (magari lo hanno fatto e ancora non lo sappiamo, per altro). Altri lo hanno trovato, evidentemente, o hanno deciso che andasse trovato? Ma chi decide cosa viene pubblicato sulle riviste scientifiche? Chi paga gli studi che vedono la luce rispetto ad altri? La risposta non la ho, ma francamente inizio ad avere seri dubbi che si tratti solo di dati e meritocrazia. Quindi, alla luce di ciò, la domanda che mi resta è: il punto è davvero lanciare l’allarme su un farmaco potenzialmente pericoloso, o fare la “guerra” al presidente americano? Questo è il grande dubbio che mi affligge.
Mi reputo una persona seria, una professionista devota alla ricerca di quel qualcosa il più possibile vicino alla verità. Non ha presunzione di riuscirci, ma la certezza di provare a farlo si. Non sono mai stata né mai sarò venduta alla politica o a un’ideologia, come molti (troppi) colleghi, e sappiamo tutti bene cosa significhi in qualsiasi professione una scelta del genere. Sono avvezza alle risatine di chi pensa sempre di saperne più di me, che crede di conoscermi o di aver “capito il tipo”, abituata a sorrisi silenziosi che regalano attimi di ego smisurato a chi crede di saperne sempre più degli altri, che mi annoia con la testa infarcita di pseudo verità a prescindere, non sapendo cosa significhi essere liberi. Questa premessa per chiedervi di non prendere questo mio lavoro come una bandiera politica, una verità sul “gomblotto” mondiale (che se ci fosse tanto non lo scopriremo mai), ma il semplice lavoro di una persona seria, che crede in quello che fa. Perché il compito dei giornalisti è informare, quello dei lettori di pretendere informazione trasparente e interrogarsi sempre su quello che leggono. Ecco la mia inchiesta:

21 maggio 2020:
La terapia con idrossiclorochina a contrasto del Covid-19 e il suo utilizzo come profilassi, sarebbero al momento la miglior soluzione per combattere il virus. Lo spiegano dalle corsie degli ospedali italiani, con alcune differenze di vedute, due anatomopatologi impegnati nello studio del Coronavirus da inizio emergenza e un infettivologo, a fronte di oltre duecento medici di base del Nord Italia che, tramite una chat whatsapp, hanno trattato in autonomia centinaia di pazienti usando il medesimo farmaco, a partire dalla Lombardia.
“Il protocollo trattamento con indrossiclorochina è stato fatto su base empirica da tantissimi medici sul territorio, attraverso una chat ci siamo messi in comunicazione e solo su Milano e Lombardia siamo 115”, ha raccontato un medico di base di Milano, “ma tra Piacenza ed Alessandria arriviamo ad oltre 200, tra tutti avremo trattato circa un migliaio di persone e posso dire che non ci sono stati decessi e pochi ricoveri”. Poi ha aggiunto, “mentre noi abbiamo fatto tutto da soli, le Asl di Alessandria e Piacenza li hanno aiutati fornendogli kit di pastiglie di idrossiclorochina”.
A fronte del dibattito circa la funzione dello stesso farmaco usato come profilassi dal virus, il medico ha spiegato che “si sta notando che i pazienti che assumono idrossiclorochina e immunosopressori per altre patologie autoimmuni siano in qualche modo meno attaccabili dalla malattia, lo sta studiando Ats Milano che ha in corso una valutazione epidemiologica di cui vanno attesi gli esiti”. Sul perché Aifa abbia avuto posizioni contrastanti sul farmaco, ha dichiarato che “aveva paura non averne a sufficienza, quindi è arrivata la direttiva rigorosa e poi le sparate in televisione sui problemi che darebbe al cuore”. Anche a fronte del vaccino, ha concluso, “questa terapia potrebbe essere la migliore anche per chi non potrà vaccinarsi”.
“Abbiamo provato in laboratorio quanto l’idrossiclorochina sia estremamente efficace perché occupa i recettori delle catene beta delle emoglobine, a cui il Covid si lega”, ha dichiarato un anatomopatologo e ricercatore di Bari, “essendo il virus un parassita, senza poter legarsi alla cellula muore”. A sostegno della sua affermazione, ha parlato di “uno studio pubblicato sulla rivista International Journal of Antimicrobial Agents, che evidenzia come in 211 persone, tra sanitari e pazienti ospedalieri americani, trattati con 440 mg/die di idrossiclorochina, nessuno si è ammalato”. Non solo, “nei malati di anemia mediterranea, alias beta talassemia, ci sono stati davvero pochissimi casi”. Ha proseguito “sono certo che l’idrossiclorochina verrà presto proposta come profilassi casalinga”, perché “attualmente è la migliore soluzione possibile e l’unica controindicazione è la patologia cardiaca grave, gli effetti collaterali sono modestissimi”. Secondo l’anatomopatologo, “ci sono interessi che vanno oltre la persona, ecco perché tante polemiche sul farmaco, e per quanto mi riguarda con un virus così mutevole il vaccino è impossibile”.
“Il Covid ha come primo obiettivo il polmone, ma poi si distribuisce in tutto l’organismo, quando abbiamo accertato la presenza di micro trombi in polmoni, rene, fegato e cervello”, ha dichiarato un secondo anatomopatologo, direttore di struttura complessa di anatomopatologia in Lombardia, “abbiamo capito la reazione immunitaria scatenata dal virus nell’organismo e, utilizzati anti coagulanti e antivirali, abbiamo somministrato anche l’idrossiclorochina e poi cortisonici”. Relativamente alla sua funzione preventiva, ha spiegato che “come si fa in Africa per prevenire la malaria, l’idrossiclorochina anche una funzione preventiva e i medici di base hanno fatto molto bene a usarla”. Perché venga validata, ha concluso “devono essere raccolti i dati, serve un trial clinico”. Più cauto ma comunque favorevole all’utilizzo del farmaco è un direttore di dipartimento di infettivologia lombardo, che ha spiegato come “di questo virus conosciamo troppo poco per poter dare certezze”, ma che “l’idrossiclorochina funziona sull’aspetto infiammatorio che in questa malattia è quello prevalente, lo abbiamo usato sotto la nostra responsabilità e sembra che funzioni, di fatto ha salvato migliaia di persone dalla malaria e viene assunta dai malati di artrite reumatoide, seppur non si possa sdoganare una terapia senza parlare di anti virali”. Relativamente al suo impiego come profilassi si è definito “indeciso”, seppur alcuni infermieri e medici del suo ospedale “hanno assunto l’idrossiclorochina stando benissimo, scelta che non condivido in assenza di validazione data da studi scientifici”. Il vaccino, secondo lui, “darà prova di efficacia in circa cinque anni, perché la sperimentazione in vitro e quella sul campo c’è una grossa differenza, a fronte di una capacità di far vaccinare almeno l’80% della popolazione”. Tutti concordano sull’inopportunità delle esternazioni televisive di sedicenti esperti. La spinta a condurre questa mini inchiesta mi è stata data leggendo il post di Mauro Rango, che per due settimane è circolato su facebook come se lui stesso si definisse un medico (non lo è né ha mai detto di esserlo) che, da Mauritius, raccontava come con una determinata combinazione di farmaci (tra cui l’idrossiclorochina), si sarebbero salvate migliaia di vite. Ho deciso di ascoltarlo, e da lì iniziare a parlare con i medici che, ancor prima di entrare in contatto con lui, stavano lavorando silenziosamente in tutto il nostro paese. Tutti vanno ascoltati, senza pregiudizi, e tutto va indagato, sempre.
Ai posteri l’ardua sentenza.

 Rigano Valentina
tratto da Varese Press