di Michele Caruso
Già nel 2004, l’economista liberale José Piñera, artefice delle riforme cilene, trovandosi a tenere una conferenza a Milano, ebbe a dire: «Il sistema pensionistico italiano è un malato in agonia. Le riforme messe in campo dal Governo sono piccoli passi che non fanno altro che prolungare la sofferenza».
Oggi, a distanza di ben sette anni, solo una percentuale risicata della popolazione italiana è consapevole del fatto che l’attuale sistema pubblico delle pensioni non è capace di proteggere i lavoratori dal rischio povertà!
Il crollo, secondo una ricerca del Centro di analisi delle politiche pubbliche del Ministero del Lavoro, è previsto a partire dal 2020: la pensione peserà sempre meno rispetto al reddito da lavoro e nel 2050 l’assegno pensionistico varrà solo il 30%. Tutto questo vuol dire, diciamolo pure, che se avessi un assegno da lavoro pari a 1000 euro al mese, mi ritroverei con sole 300 euro al mese di assegno pensionistico. È inutile precisare che con tali cifre sarà particolarmente complicato persino pensare di riuscire a sbarcare il lunario.
La categoria più a rischio: i giovani che hanno iniziato a lavorare dal 1996 in poi e gli autonomi.
Per ripercorre ancora il pensiero dell’economista liberale cileno, José Piñera: «In Italia, come in molti Paesi europei, il sistema pensionistico ha creato un grande debito pubblico, la sfida demografica è una bomba a orologeria e l’unica soluzione è il passaggio a un sistema a capitalizzazione, in cui i contributi dei lavoratori vengono versati ai fondi privati. […] La crisi generale delle pensioni a livello europeo è più seria in un Paese come l’Italia che deve fare i conti sia con l’invecchiamento sia con la denatalità sia con una preoccupante disoccupazione. È inutile fare piccole modifiche a singoli parametri come l’età pensionabile o l’innalzamento dei contributi. Misure che non risolvono il problema delle pensioni per le generazioni future. Ci vuole una riforma di paradigma: l’unica soluzione fattibile politicamente, valida economicamente e giusta dal punto di vista sociale è il passaggio al sistema a capitalizzazione».
Parlare di un sistema a capitalizzazione significa, quindi, far confluire, su base volontaria, i contributi dei lavoratori a fondi privati e a grandi società di assicurazioni, che hanno il compito di investire gli accantonamenti da rimborsare al momento del pensionamento.
Quello della grandi società di assicurazioni è, in antitesi con il dire comune, un sistema molto sicuro, profittevole e con un portafoglio diversificato; un sistema in cui il manager privato si dedica solo alla gestione dei contributi previdenziali ed è sottoposto a una regolamentazione definita ma orientata al mercato. La previdenza integrativa privata permette quindi di coprire il gap previdenziale che si andrà creandosi sul lato pubblico (quello derivante dai contributi versati durante l’attività lavorativa).
A livello mondiale, ben il 95% dei lavoratori oggi fa parte del sistema di fondi previdenziali privati e ha rendimenti medi annuali superiori al 10% al netto dell’inflazione. Ma in Italia, i fondi integrativi stentano ancora a decollare. Abbiamo ancora l’illusione che tutto andrà come è sempre andato, che anche noi giovani avremo la pensione garantita, come i nostri padri, come i nostri nonni.
Ci attende, invece, e dobbiamo farcene una ragione, una grande sfida: affidare i nostri risparmi (anche l’equivalente di un caffè al giorno) alle grandi società di assicurazioni per diradare lo spauracchio della povertà!
Per vincere questa sfida c’è bisogno di agire al più presto, senza attendere il momento dell’emergere delle difficoltà, quando sarà troppo tardi ed i “buoi saranno già scappati”.


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