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IL TACKLE DI VENTONUOVO/ Milan, al peggio non c’è mai fine: dopo il fallimento tecnico il povero Diavolo rischia il fallimento societario. Disavanzo di bilancio di 146 milioni di euro

di Fabio Camillacci

Il caos in casa Milan sta diventando una cosa seria, nonostante giornali, radio e tv del Nord continuino a minimizzare esaltando i protagonisti di turno. Dopo aver esaltato il mediocre Giampaolo, ora incensano l’altrettanto mediocre Pioli. In passato invece hanno provato a prenderci per il naso (e uso un eufemismo edulcorato) scrivendo e titolando che il Milan era un club dal bilancio sano, un club da Champions League se non addirittura da scudetto, alla luce di presunti mercati faraonici. Campagne acquisti-cessioni rivelatesi poi fallimentari. Prima c’era il cinese “sòla”, ora il fondo Elliott: il risultato non è cambiato. I media nordici invece di mettere i tifosi rossoneri di fronte al fatto compiuto, di fronte alla realtà, continuano a scrivere bugie, continuano a prendere in giro chi il Milan ce l’ha veramente a cuore. Un insulto all’intelligenza di tutti, anche della nostra che dei problemi economici e tecnici del Diavolo scriviamo da tempo. In Italia purtroppo ci sono troppi giornalisti che tali non sono. Sono solo dei pennivendoli, dei meschini scriba. E la verità sta finalmente venendo a galla. Ma, procediamo per gradi.

Mercoledi 9 ottobre: presentazione di Pioli sostituto dell’esonerato Giampaolo, parla Ivan Gazidis. Lo strapagato amministratore delegato e direttore generale del Milan, forse anche per spostare l’attenzione dal fallimento tecnico fa una rivelazione schock: “Abbiamo dovuto salvare il club dal fallimento, quindi dalla caduta in serie D, come è successo ad altri”. Rischio fallimento per un monte ingaggi troppo alto rispetto ai risultati ottenuti sul campo e per una pletora di dirigenti incompetenti. Dai vincenti Berlusconi, Braida e Galliani, i rossoneri sono passati al suddetto sopravvalutato manager greco, coadiuvato da due ex calciatori spaesati come Boban e Maldini (lezione che vale pure per Totti: quasi mai un ex calciatore diventa un ottimo dirigente), da un direttore sportivo acerbo come Massara e da un presidente più “onorario” che operativo come Scaroni. Dirigenti incompetenti e strapagati: costano complessivamente 13 milioni all’anno. Inevitabile il fallimento tecnico e societario di un club glorioso.

Domenica 13 ottobre: il Cavaliere al contrattacco. Silvio Berlusconi, che si sta godendo il primato del suo Monza in Serie C, risponde piccato alle parole di Ivan Gazidis, evidente stoccata alle precedenti gestioni del Milan. E’ al veleno la replica dell’ex patron del Milan: “Sono frasi che è meglio non dire oppure se uno ha voglia di dirle va al cesso, chiude la porta e le dice”. In realtà, se il Milan è ridotto così, la colpa è di tutti: dai buffi fatti dal Berlusca, alla scelta dello stesso Cav di cedere il club al parvenu cinese Yonghong Li dopo un closing interminabile cominciato con il fantomatico Mr Bee. E ora la colpa è del fondo Elliott che ha un solo pensiero: risanare il bilancio del Diavolo al più presto per vendere il club a qualche mecenate. Basta un interrogativo per capire qual è il momento del Milan: vi siete mai chiesti perchè Gattuso li ha mandati a quel paese rinunciando pure a un sostanzioso stipendio? Ringhio è un contadino dal cervello fino e ha capito in tempo che la baracca rossonera stava crollando.

Mercoledi 16 ottobre: allarme rosso, più che rossonero. Il bilancio del Milan per la stagione 2018-2019 certifica numeri scioccanti: il disavanzo a livello consolidato è di 146 milioni, contro i 90 previsti. Una cifra che supera largamente (di ben 20 milioni) anche quella raggiunta in negativo dal Milan cinese. E il vero tasto dolente è rappresentato dal costo del lavoro, aumentato in maniera considerevole: 35 milioni in più per gli stipendi del personale, monte ingaggi dei calciatori lievitato e ricavi diminuiti. Inoltre, problemi anche sul fronte commerciale: poche plusvalenze, pochi soldi dal merchandising e dagli sponsor. Tutto molto logico: il Milan non ha più appeal e il recente “no” di Luciano Spalletti ne è l’ennesima conferma (se Don Lucio avesse realmente voluto allenare il Milan, avrebbe trovato l’accordo per liberarsi dall’Inter). Questa è la triste realtà Milan, non quella che fino a oggi ci hanno dipinto giornali, radio e tv del Nord. Il trionfo del campanilismo alla faccia della deontologia.