Aldo Moro, prigioniero delle Br, in una foto d'archivio. ANSA

Aldo Moro, la commissione antimafia: nel sequestro le Br forse aiutate dalla criminalità organizzata

di Luca Marrone

Roma. Un’ipotesi certo non inedita, proposta nei decenni da un’ampia pubblicistica, quella contenuta nell’ultima relazione depositata dalla commissione parlamentare antimafia della precedente legislatura: il rapimento di Aldo Moro e l’eccidio di via Fani non sarebbero state azioni ascrivibili alle sole Brigate Rosse.

Ad aiutarle sarebbe stata la criminalità organizzata, segnatamente la ‘Ndrangheta e l’immancabile Banda della Magliana. Nel documento Risultanze di un supplemento di acquisizioni investigative sull’eventuale presenza di terze forze, riferibili ad organizzazioni criminali, nel compimento dell’eccidio di via Fani, si legge che “si può legittimamente ritenere che nell’organizzazione di un’azione che comportava capacità strategiche elevate e una notevole preparazione militare di cui i brigatisti, per loro stessa ammissione, non disponevano, sia stato chiesto ed ottenuto l’apporto, con qualche contropartita, di uno o più soggetti che potevano assicurare la propria esperienza, tanto nell’uso delle armi da fuoco in condizioni difficili, quanto nella gestione dei sequestri di persona. Un apporto facilitato dal fatto che, se fosse verificato il contributo di De Vuono (anche responsabile del rapimento dell’ingegner Carlo Saronio, maturato nell’ambito di Autonomia Operaia, ndr), potrebbe ipotizzarsi un saldo tramite tra la criminalità organizzata e la criminalità politica.”

Ecco, dunque, riemergere dalla relazione Giustino De Vuono: delinquente comune, arruolato nella Legione Straniera e in seguito killer al servizio della criminalità organizzata. Figura sfuggente, come la sua salma: considerata “irreperibile” prima che si scoprisse che è sepolta nel cimitero di Scigliano, suo paese di origine.

Il presunto ruolo di De Vuono nell’omicidio di Moro è assai discusso, nell’ambito del dibattito storiografico sul rapimento dello statista democristiano: sarebbe confermato, secondo alcuni, da certe testimonianze e dall’analisi delle risultanze dell’autopsia effettuata sul cadavere di Moro, che presenterebbe caratteristiche tipiche del modo di sparare del legionario (i fori a raggiera intorno al cuore).

“De Vuono”, sostiene la relazione, “è stato indicato, sin dalle prime ore successive all’avvenuto sequestro, come implicato nell’operazione del rapimento dell’Onorevole Moro, in veste di elemento di appoggio alle Brigate Rosse. In seguito, De Vuono è stato considerato anche come soggetto eventualmente coinvolto nella tragica conclusione della vicenda. Infatti, il ‘volantone’ diffuso dal Ministero dell’Interno già nell’immediatezza del rapimento poneva in rilievo, quali possibili autori del rapimento, le immagini di un gruppo di brigatisti ricercati tra cui spiccava anche la fotografia di Giustino De Vuono.”

Foto segnaletica di Giustino De Vuono

Foto segnaletica di Giustino De Vuono

“Certamente è di particolare interesse”, prosegue la relazione, “l’appunto esaminato con attenzione dalla seconda Commissione Moro, inviato dal Centro informativo della Guardia di Finanza di Roma al Ministero dell’Interno già la sera del 17 marzo 1978. Nell’appunto venivano riferite le notizie acquisite da una ‘fonte confidenziale degna di fede’. La fonte aveva riferito sulla presenza di De Vuono, insieme a Lauro Azzolini e Rocco Micaletto, in quei giorni nella capitale e rendeva nota la probabile detenzione del sequestrato in una prima prigione munita di un garage, collocata a breve distanza da via Fani.”

Non manca, nel testo, il riferimento a un noto articolo del giornalista Mino Pecorelli, non di rado associato alla vicenda. Il 16 gennaio 1979, poco prima di essere ucciso, Pecorelli scrisse sul bollettino della sua agenzia Osservatorio Politico (O.P.), un pezzo intitolato Vergogna buffoni, nel quale minacciava di rivelare quanto a sua conoscenza sul rapimento Moro. Faceva cenno a un giovane con il giubbotto azzurro visto a via Fani, alla scomparsa di un rullino fotografico con le foto dell’attentato, al garage che avrebbe ospitato le auto coinvolte nell’azione, al prete con cui le Br avrebbero preso contatto, alla lettera di Paolo VI ai brigatisti, a un passo carrabile al centro di Roma – forse riconducibile a Palazzo Orsini – dove il statista potrebbe essere stato tenuto prigioniero. L’articolo si conclude in modo enigmatico: “Non diremo che il legionario si chiama ‘De’ e il macellaio ‘Maurizio’.”

Secondo la commissione, “L’indicazione del ‘legionario’ non può che riferirsi a De Vuono, che – lo si ribadisce – aveva militato in gioventù nella Legione straniera francese, mentre ‘Maurizio’ era il nome di battaglia di Mario Moretti, poi condannato tra gli esecutori materiali dell’omicidio dello statista. Si deve sottolineare che l’articolo, pubblicato pochi mesi dopo il ritrovamento del corpo dell’onorevole Moro, quando ancora a livello investigativo non si sapeva praticamente nulla e poche settimane prima dell’omicidio per mano ignota dello stesso Pecorelli, contiene alcuni riferimenti molto significativi se letti con gli occhi di oggi.”

Mino Pecorelli

Mino Pecorelli

C’era dunque davvero anche De Vuono in via Fani? “Non vi è allo stato alcuna evidenza certa di questa presenza”, osserva l’antimafia. Soffermandosi, però, sulle dichiarazioni rese da una testimone ai Carabinieri di Roma il 24 marzo del 1978. La donna aveva notato “una somiglianza” tra il volto raffigurato nell’identikit allegato al verbale e l’uomo che in via Fani “l’aveva minacciata con lo sguardo.”

In ogni caso, secondo la commissione, sussisterebbe un ulteriore elemento idoneo ad accreditare la tesi del concorso di forze estranee alle Brigate Rosse nell’eccidio di via Fani. Si tratterebbe di una moto di grossa cilindrata con a bordo due persone, notata nella strada il giorno del rapimento di Moro e del massacro della sua scorta. “Da tale presenza”, si legge ancora nella relazione, “scaturiva evidentemente l’operatività sul luogo dell’agguato di un numero maggiore di soggetti rispetto a quelli indicati dai brigatisti che hanno descritto la dinamica.” Costoro, infatti, hanno sempre negato la presenza della moto. Ma la Commissione riferisce di aver individuato un testimone che, quella mattina, si trovava appunto in via Fani. E che afferma di aver visto davanti a un bar che dà su via Stresa “una motocicletta, con la parte anteriore diretta verso via Fani, ferma sul suo cavalletto con al posto di guida un altro giovane vestito da aviere.”

“Con quanto esposto”, conclude la relazione, “non si esaurisce certo, anche in ragione del breve tempo che è stato disponibile per affrontare i quesiti posti dall’attività che la Commissione si era prefissa di svolgere, il macrotema del complessivo comportamento delle Brigate Rosse e delle determinazioni assunte dallo Stato durante i 55 giorni del sequestro Moro. Tuttavia, le riflessioni e gli spunti di conoscenza esposti, letti anche in sinergia con l’attività delle precedenti Commissioni inquirenti, possono consentire di illuminare meglio alcuni dei punti ancora meritevoli di approfondimento e si auspica possano essere di utilità per le indagini ancora aperte presso la Procura e la Procura Generale di Roma.”