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‘Ndrangheta, l’ex boss Luigi Bonaventura, collaboratore di giustizia: “Abbandonato dallo Stato vivo senza un vero programma di protezione e rischio la vita insieme alla mia famiglia”

di Marco Valerio

Tra storia e attualità: a Radio Cusano Campus, nella trasmissione “La Storia Oscura” curata e condotta da Fabio Camillacci si è parlato di criminalità organizzata e dell’importante ruolo svolto dai pentiti nella lotta alla mafia. In esclusiva, dal suo rifugio segreto è intervenuto l’ex boss della ‘ndrangheta Luigi Bonaventura, collaboratore di giustizia dal 2006 e noto in passato per essere stato reggente della cosca ‘ndranghetista dei Ciampà-Vrenna-Corigliano-Bonaventura, operante nel territorio di Crotone. Da pentito fino a oggi Bonaventura ha fornito il suo contributo determinante a 14 procure antimafia e ai microfoni della Radio dell’Università Niccolò Cusano l’ex boss ha detto: “Se ho paura? Io sono nato sul campo di battaglia, dove acquisisci un istinto, un qualcosa di particolare dentro di te che ti insegna a convivere con la paura e quindi non fai nemmeno in tempo a sentirla che riesci a dominarla con delle soluzioni che tu pensi siano utili per metterti al sicuro. Non potrei fare altrimenti visto che quattro anni fa mi è stato revocato il programma di protezione da parte dello Stato. Tutto questo perché ho denunciato mediaticamente, ma, anche a livello giuridico, delle problematiche serie nel programma di protezione e per questo mi hanno contestato delle violazioni comportamentali tipo interviste non autorizzate in cui denunciavo delle verità e dei rifiuti di trasferimento”.

L’attacco allo Stato. Luigi Bonaventura a tal proposito ha aggiunto: “In pratica con me lo Stato italiano si è comportato come una donna gelosa e possessiva che non accettava di essere rifiutata e quindi ha preferito cacciarmi e mettermi in mezzo alla strada per punizione insieme a due miei nuclei familiari. Lo Stato in tal modo ha messo a rischio la mia vita e le vite dei miei cari. Fortunatamente in seguito all’intervento del Consiglio di Stato, della magistratura e della DDA di Catanzaro, almeno i miei familiari, sono stati messi sotto programma di protezione ma la protezione è scarsissima come l’assistenza e l’aiuto logistico per cercare d’inserirsi. Un fatto che trasforma la nostra vita in un inferno. Faccio presente che il programma di protezione per la mia famiglia prevede uno stipendio di 1.300 euro, un alloggio, ma la protezione vera e propria dalla malavita che mi ha messo nel mirino non esiste, inutile prenderci in giro. Per questo sono molto deluso dallo Stato italiano. Tanto è vero che nella località in cui viviamo, i miei figli vanno a scuola con il cognome originale”.

“Soldi ai pentiti? Falso”. In questi giorni il film di Marco Bellocchio “Il Traditore” con Pierfrancesco Favino nella parte di Tommaso Buscetta, ha riportato al centro delle cronache la questione che in passato lo Stato avrebbe foraggiato con soldi e altri benefici molti collaboratori di giustizia. Su questo punto l’ex boss della ‘Ndrangheta Luigi Bonaventura è stato chiaro: “Tutto falso perchè per un nucleo di 4 persone al massimo si può arrivare a 1500 euro al mese più quelli per l’affitto della casa”.

L’intervento della criminologa. La dottoressa Mary Petrillo, criminologa e psicologa dell’Università Niccolò Cusano, ha invece precisato che il pentito diventa un effettivo collaboratore di giustizia quando avviene in lui un vero e proprio cambiamento di pensiero e culturale. Al tal proposito Bonaventura ha detto: “Anche se io e i miei familiari rischiamo la vita ogni giorno, non mi pento della scelta che ho fatto: non ho deciso di lasciare la criminalità organizzata per orgoglio o per altro. La mia è stata una reale conversione interiore e oggi mi sento un uomo spiritualmente molto più ricco di prima. Insomma, per fare un gioco di parole, non mi pento di essermi pentito. Però lo Stato italiano deve fare molto di più per i collaboratori di giustizia e i loro familiari. Deve tutelarli di più”.

Il pentitismo analizzato dallo scrittore esperto di mafia. Ai microfoni di Radio Cusano Campus è intervenuto anche Maurizio Inturri precisando: “Il pentitismo ha due cose particolari: è un sentimento su cui nessuno può mettere mano, e soprattutto il collaboratore di giustizia una volta chiamato e che inizia la sua collaborazione con la giustizia poi non riprende più la vecchia strada, cioè non commetterà più quei reati, anzi li denuncia. Questo è quello che aiuta a capire il senso e il significato del pentitismo. Ecco perché il giudice Falcone si è sempre battuto per la tutela e la protezione dei pentiti”.

Storia della criminalità organizzata. Infine sulla storia della mafia in Italia lo scrittore Inturri ha sottolineato: “La parte principale della storia della mafia in Italia ha origine nel 1945, quindi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e dalla Liberazione. In precedenza, gli americani riuscirono a sbarcare in Sicilia nel 1943 anche grazie alla mafia. All’epoca ci fu un compromesso tra la CIA e i mafiosi dopo i duri decreti del prefetto di ferro Cesare Mori attivo contro la mafia durante il fascismo. E qui abbiamo già una netta differenza tra una prima mafia e una seconda mafia con tanti mafiosi siciliani che fuggirono negli Stati Uniti proprio per sottrarsi ai decreti Mori. Successivamente sotto la regia di Lucky Luciano fu possibile lo sbarco degli Alleati in Sicilia. Le dinamiche della Guerra Fredda Usa-Urss poi portarono alla strage di Portella della Ginestra e alla scelta atlantica fatta dall’Italia di De Gasperi in chiave anti-comunista”. Un interessante spaccato della storia d’Italia.