PAPA LUCIANI: COMINCIATA FASE VATICANA CAUSA BEATIFICAZIONE

Papa Luciani e i 33 giorni del ‘Sorriso di Dio’. Una morte sospetta. (1/2)

di Giovanni Lucifora

Nella storia dei papi, tra i pontificati più corti, c’è quello di Papa Stefano che dopo l’elezione visse per soli tre giorni, era l’anno 752 e non ebbe neanche il tempo di farsi consacrare. Poi tredici giorni per Urbano II (anno 590), sedici giorni per Bonifacio VI (896), diciassette per Celestino IV (1241), ventuno giorni per i pontefici Sisinnio (708) e Teodoro (897), appena un giorno in più per Damaso II (1048) e ventisette per Pio III e Leone XI. Poi c’è Albino Luciani che prese il nome di Giovanni Paolo e occupò il Soglio pontificio per trentatré giorni. Oggi i più giovani e vari smemorati neanche se lo ricordano eppure riscosse subito il consenso dei fedeli. Un po’ come Bergoglio e come Bergoglio mise subito in chiaro che un pontefice e la comunità cattolica non hanno interessi se non quelli di tramandare il verbo di Dio. Due papi per molti aspetti simili.

Ma quello che vogliamo raccontarvi non è la cronologia di un mese di pontificato, ma la misteriosa morte che colse papa Luciani all’interno del suo appartamento in Vaticano. Riannonando i fili di quei giorni, qualcuno è arrivato a fare strane e gravi ipotesi, non suffragate da prove ma da situazioni che lasciano ancora oggi molti dubbi. Allora procediamo e cerchiamo di capire cosa accadde al ‘papa del Sorriso’, così definito per la sua dolcezza unita però a una grande determinazione.

“Ieri mattina sono andato alla ‘Sistina’ a votare… mai avrei immaginato quello che stava per succedere!” Queste le sue prime parole dopo l’elezione. Era il 26 agosto del 1978. Non immaginava cosa sarebbe accaduto di lì a breve ma quel che avvenne superò ogni immaginazione. Papa Giovanni Paolo (I) morì infatti dopo trentatré giorni nel suo letto.

Ma come morì e soprattutto, perché?

La sua elezione, in alcuni ambienti vaticani, non fu accolta con favore, anzi fu osteggiata sin dalle prime ore. Albino Luciani, ex patriarca di Venezia, espresse sin da subito insofferenza nei confronti di una parte della gerarchia vaticana e della gestione economica della Santa Sede. Lui nato a Canale d’Agordo nel bellunese, vissuto in una famiglia semplice con tre fratelli e entrato presto in seminario, conosceva il valore della povertà e del dolore sociale.

Sotto il punto di vista culturale iniziò a scardinare alcuni temi cari all’ultra conservatorismo ecclesiastico; ad esempio indicò Dio non solo come figura paterna ma anche materna (“Siamo oggetti da parte di Dio di un amore intramontabile. E’ papà, più ancora è madre”); si definì un ‘povero Cristo’ davanti ai fedeli, rifiutò da subito la sedia gestatoria e utilizzò l’io invece del plurale Maiestatis, insomma troppo ‘rivoluzionario’ per una Chiesa ancora legata a vecchi concetti che la rinchiudeva sempre più in se stessa.

Ma per comprendere meglio i dubbi della morte di Papa Giovanni Paolo I, bisogna concentrarsi sulla sua idea di proprietà privata perché Luciani, e questo è probabilmente il punto principale, non vedeva di buon occhio gli affari finanziari della Santa Sede, affari gestiti dalla cosiddetta banca del Vaticano, lo IOR (Istituto Opere Religiose).

Ma facciamo un passo indietro e andiamo al 1972. Una parte della banca Cattolica del Veneto viene ceduta al banco Ambrosiano di Roberto Calvi. L’operazione è gestita dal vescovo Paul Marcinkus che non disdegna rapporti con personaggi oscuri della finanza, come ad esempio Michele Sindona. L’allora Patriarca di Venezia entra così in conflitto con Marcinkus.

Torniamo al 1978. Luciani è pontefice. E’ trascorso poco più di un mese dalla sua elezione e continua l’opera di ‘rinnovamento’. Ha i favori dell’opinione pubblica ed è sempre di più il ‘Papa del Sorriso’ o ‘il Sorriso di Dio’. Appare sereno e determinato. Parla il linguaggio del popolo; è una vera guida spirituale per i tanti cattolici che hanno ancora nel cuore il pontefice precedente, Paolo VI, morto il 6 agosto dopo 15 anni di pontificato (anche lui per vari aspetti innovativo). Adesso però i fedeli desiderano una maggiore apertura della Chiesa, un’apertura che Giovanni Paolo I sta esprimendo, in modo naturale e con estrema semplicità. Forse sta esagerando…

Il 27 settembre il suo ultimo Angelus: il giorno dopo morirà. Ma cosa dice il Papa in quell’occasione?

“La proprietà privata per nessuno è un diritto inalienabile e assoluto. Nessuno ha la prerogativa di poter usare esclusivamente dei beni in suo vantaggio, oltre il bisogno, quando ci sono quelli che muoiono per non aver niente… anche noi privati, specialmente noi di Chiesa, dobbiamo chiederci: abbiamo davvero compiuto il precetto di Gesù che ha detto ama il prossimo tuo come te stesso?”

E’ un attacco alla cultura degradante del capitalismo? Certo, ma a chi si sta rivolgendo il papa? Ai colletti bianchi dell’alta finanza? Ovvio, ma allora perché il riferimento, specifico, agli uomini della Chiesa? La risposta potrebbe assumere significati estremamente inquietanti anche perché l’indignazione del papa è originata dalla gestione dello IOR e alimentata da commenti e articoli come quello de ‘Il Mundo’:

‘E’ giusto che il Vaticano operi sui mercati come un agente speculatore? E’ giusto che il Vaticano abbia una banca che interviene nei trasferimenti illegali di capitali dall’Italia in altri Paesi? E’ giusto che quella banca aiuti ad evadere il fisco? Perchè la Chiesa tollera investimenti in società nazionali e multinazionali, il cui unico scopo è il lucro? Società che quando è necessario, sono pronte a violare e calpestare i diritti umani di milioni di poveri, specialmente del terzo mondo che è così vicino al cuore di sua Santità?’

E ancora:
‘E’ giusto che il Vescovo Paul Marcinkus Presidente dello IOR faccia parte del consiglio di amministrazione di una banca laica, la quale ha casualmente una filiale in uno dei più grandi paradisi fiscali del mondo capitalistico?’

Parole gravi, pesanti come macigni che non passano inosservate.

Il 28 settembre, il giorno dopo lo ‘strano’ discorso sulla proprietà privata, dall’ufficio del Pontefice arriva del trambusto, come di persone che discutono animatamente. Sono Albino Luciani e il cardinale Jean Villot, segretario di Stato Vaticano. Il papa rende noto a Villot la sua intenzione di effettuare radicali cambiamenti nella gerarchia della Santa Sede. E lo vuole fare immediatamente. Il segretario di Stato tenta di frenarlo ma Luciani è determinato e fa capire che tra gli spostamenti ci potrebbe essere anche lui. Tutto e subito. Si alzano i toni. L’impressione è che stia iniziando una vera e propria rivoluzione nella Chiesa. (1/2 segue…)

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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