ILARIA ALPI - MIRAN HROVATIN

Ilaria Alpi. Intervista alla mamma della giornalista uccisa in Somalia. Depistaggi e stranezze: “Sulla Toyota arrivata in Italia c’era del sangue, ma non era di Ilaria”.

di Giovanni Lucifora

Il coraggio è qualcosa di innato, che si ha dentro sin dalla nascita e forse prima. Il coraggio delle proprie idee ma soprattutto delle proprie azioni. Lo sapeva Ilaria e per questo è stata uccisa, un colpo alla nuca, come il suo operatore Miran. Era il 1994 e un commando di assassini somali tese un agguato alla troupe della Rai che era lì per testimoniare le feroci violenze in corso e seguire quella che è passata alla storia come l’operazione ‘Restore hope’ ma soprattutto è passata alla storia come l’ennesimo intervento umanitario che non è servito a nulla.

Per questo Ilaria era andata a Bosaso e a Mogadiscio quell’anno, e per essere in quel posto di coraggio ce ne voleva, ma era il suo sogno, la passione che l’aveva portata a diplomarsi al liceo ‘Lucrezio Caro’ di Roma, nella città dove era nata il 24 maggio del 1961. Poi il percorso accademico, la laurea in lingue e letterature straniere ma più importante fu la specializzazione in lingue orientali. Così iniziò la professione giornalistica con collaborazioni in alcuni giornali come l’Unità e Paese Sera e la vocazione diventò una professione ma non una professione da scrivania e telefono ma di viaggi e situazioni a volte estreme, pericolose. Ed è la natura stessa del report che porta a confrontarsi quotidianamente con il proprio coraggio. Nel 1990 Ilaria approda alla Rai come corrispondente dall’estero per il Tg3.

Viaggia molto e la Somalia la conosce bene per questo ci torna durante l’operazione delle Nazioni Unite. Ci va con Miran Hrovatin, l’operatore friulano affidabile e un po’ orso. L’inchiesta che sta portando avanti è di una tale delicatezza e complessità da richiedere una conoscenza non improvvisata del posto e la capacità di muoversi abilmente sul territorio. Il contesto è devastante con scontri sanguinari senza tregua.

Da tempo Ilaria indaga sulla ‘malacooperazione’, termine coniato dai giornalisti per inquadrare una vicenda di sprechi e potere oscuro.

In particolare la reporter della Rai si concentra su un presunto traffico di armi fra l’Italia e la Somalia, e su una compagnia italo-somala, la Shifco, che aveva avuto in prestito dalla Cooperazione italiana alcuni pescherecci. Ilaria ha capito, o meglio ‘ha percepito’ che la Somalia è un luogo appetibile per effettuare traffici loschi di armi e rifiuti tossici. Ilaria sta raccogliendo prove evidenti su questo vortice di interessi che sembra toccare più piani.

Negli ultimi giorni si avvicina sempre più alla soluzione. Si avvicina sempre più alla verità. Talmente vicino che non le viene permesso di fare un ulteriore passo. E’ il 20 marzo 1994, ‘il più crudele dei giorni’ come titolò il film su questa drammatica vicenda Ferdinando Vicentini. Luciana è la mamma di Ilaria e assieme al marito, da quel giorno ha sempre lottato per la verità; nel 2005 Giorgio è morto e lei è rimasta sola a combattere, sola con le persone che le vogliono bene e che l’aiutano perché quello che è accaduto è troppo oscuro a partire dai terribili momenti della duplice esecuzione.

“Ci sono due versione – dice mamma Luciana con quella rabbia che solo una mamma può far comprendere, una rabbia non cieca, certamente non violenta, decisamente giusta. – Secondo alcuni testimoni la macchina di Ilaria e Miran sarebbe stata seguita dall’hotel Sahafi che è a sud di Mogadiscio; altri invece dicono che li stavano aspettando davanti all’hotel Amana che è a nord della città e proprio qui alcune donne che avevano un banchetto, hanno servito il the a delle persone che si sono poi rivelate essere i killer, perché all’arrivo dell’auto di Ilaria e Miran queste persone hanno gettato le tazze, hanno seguito l’auto e dopo pochi secondi hanno iniziato a sparare”.

Ma le zone d’ombra sono tante.

“Appena la salma di Ilaria è arrivata in Italia – ricorda mamma Luciana, – ci sono state altre strane situazioni. Ad esempio non è stata fatta l’autopsia sul corpo di Ilaria mentre su Miran fu fatta a Trieste (città nella quale era nato e dove viveva con la moglie e il figlio, ndr) inoltre non ci fu il riconoscimento del corpo…”

Non ve l’hanno fatta vedere?

“A noi avevano detto che Ilaria aveva il corpo massacrato di colpi di kalashnikov, allora con mio marito non ce la siamo sentita così abbiamo deciso di non vederla. Ci andò però il marito di mia sorella e mio fratello. Quando tornarono ci assicurarono che ‘assolutamente’ non era massacrata, aveva solo la testa fasciata perché Ilaria aveva solo un colpo alla nuca. Praticamente avevano iniziato da subito a falsificare le notizie ”.

Ma la storia dei presunti depistaggi prosegue. Dopo alcuni mesi infatti arriva in Italia anche una Toyota, quella dell’attentato.

“Ci hanno telefonato chiedendoci se volevamo ‘visionarla’. Noi ci siamo rifiutati ma dopo un po’ di tempo abbiamo saputo che i periti della polizia avevano svolto delle indagini sulla macchina trovando il sangue di un uomo e di una donna”.

Il sangue di Ilaria e Miran? “Per verificarlo, io e mio marito, abbiamo chiesto di essere sottoposti all’esame del Dna per confermare che il sangue attribuito alla donna fosse effettivamente di nostra figlia. Non ci hanno mai risposto, mai. Allora abbiamo scritto una lettera chiedendo, questa volta alla procura di Roma, di farci fare l’esame del Dna. Per noi era importante sapere se quella era l’auto sulla quale erano stati uccisi Ilaria e Miran. Anche in questo caso non ci fu nessuna risposta. Dopo alcuni mesi invece arrivò la richiesta definitiva di archiviazione”.

A quel punto vi siete opposti. “ Certamente. Ci siamo rivolti al nostro avvocato e il giudice per le indagini preliminari, che ringrazierò sempre, il dottor Emanuele Cersosimo ha sospeso immediatamente la decisione di archiviazione e in più ha chiesto di approfondire 26 punti dell’inchiesta, 26! e ha disposto che fossimo sottoposti all’esame del Dna”.

Quindi a quel punto avete avuto la conferma che il sangue sulla Toyota era di Ilaria? “No. E’ risultato che il sangue non era di Ilaria”.

Troppe stranezze, troppe situazioni che non quadrano e troppo buio attorno a questa vicenda. Addirittura si arrivò all’arresto di un somalo indicato dall’autista di Ilaria come componente del commando di fuoco. Ma questa presunta svolta

tale non era e mamma Luciana è sempre stata convinta che lui non c’entrasse nulla con questa storia: “Lo hanno arrestato facendolo venire in Italia con un tranello. Doveva testimoniare per le violenze subite dai soldati italiani in Somalia e avrebbe avuto diritto a un risarcimento. Appena giunto in Italia però fu fermato e arrestato”.

Che le responsabilità della duplice esecuzione di Mogadiscio possano coinvolgere non solo somali ma anche italiani è da accertare ma uno spunto (che forse è più di uno spunto) lo hanno dato anche due pentiti, Carmine Schiavone e Francesco Fonti, che nelle loro dichiarazioni hanno fatto riferimento ai traffici illeciti sui pescherecci della Shifco donati dall’Italia.

Luci e molte, troppe, ombre. Ecco come si creano i cosiddetti ‘misteri d’Italia’, il caso Alpi-Hrovatin ne è un esempio per questo non deve essere dimenticato e soprattutto è d’obbligo arrivare alla verità, senza sosta e senza sconti per nessuno.

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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