Ilaria Alpi

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Dopo 20 anni nessuna verità. Intervista a Gianni Minà: “Fu un’esecuzione ordinata dall’Italia”.

di Giovanni Lucifora

Il giorno in cui Ilaria Alpi e Miran Hrovatin furono uccisi in Somalia, Gianni Minà era sul palco di piazza san Giovanni a presentare un concerto. Il più ‘sudamericano’ dei giornalisti italiani non sapeva ancora cosa era accaduto a migliaia di chilometri da Roma, un fatto terribile.

“Mi comunicarono la notizia e chiesi aiuto a Piero Pelù, il cantante dei Litfiba. Salimmo sul palco davanti ai ragazzi in festa e dopo aver saputo che due giornalisti erano stati uccisi, nella piazza calò il silenzio poi partì un applauso prima timido e poi sempre più grande. Dicevo il nome della giornalista e i ragazzi lo ripetevano…”

La drammatica vicenda di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ha fatto avvicinare Gianni Minà ai genitori della giornalista uccisa in Somalia, un legame ancora stretto oggi con mamma Luciana alla ricerca della verità e non di una verità. Per questo negli anni, da quel maledetto 20 marzo del 1994, non si è mai risparmiato e ha dedicato molto tempo alla ricerca soprattutto dei motivi che hanno portato un commando di somali a fare fuoco contro la Toyota di Ilaria e Miran, e per Minà (non solo per lui) si è trattato di un’esecuzione vera e propria. Lo ha scritto nella prefazione del libro ‘Carte false’ sostenendo che “l’ordine di uccidere Ilaria e Miran partì dall’Italia”. Ci abbiamo parlato tempo fa e ha confermato la sua tesi.

“L’Italia craxiana – racconta il giornalista – aveva concesso al dittatore somalo Siad Barre cinque navi per il traffico del pesce per aiutare un paese che ora è più in crisi di allora, un paese senza governo. Quelle navi erano diventate il contenitore di traffici di armi e rifiuti tossici e la centrale era in Italia nella forma dei famosi aiuti che l’Italia dava ai paesi del terzo mondo. Ilaria era andata molto vicino alla verità, aveva intervistato il sultano di Bosaso che sapeva molto di questa storia ed è chiaro che qualcuno dall’Italia disse ‘levatemela dai piedi’. Fu un’esecuzione ma si parlò di un assalto, in realtà Ilaria ebbe un colpo alla nuca come Miran, quindi un’esecuzione.”

Ci sono molte zone d’ombra sui fatti anche immediatamente successivi all’agguato. Ma cosa accadde quel giorno a Mogadiscio?

“Subito dopo l’esecuzione arrivò un uomo, uno di quelli che fa traffici commerciali… Caricò i corpi sulla sua jeep e li trasportò al porto vecchio dove c’era la nave Garibaldi che si trovava in Somalia per gli aiuti che in teoria l’Italia in quel momento stava dando al paese africano, la cosiddetta ‘Cooperazione’, ma nessuno inviò un elicottero a prendere due cittadini italiani che si seppe subito che erano stati assassinati”.

Una vicenda drammatica dai risvolti oscuri…

“Sì, una brutta storia perché poi il capo del corpo di spedizioni in Somalia comunicò alla famiglia Alpi una serie di imprecisioni tra cui il fatto che Ilaria e Miran erano rimasti sfigurati; in realtà avevano subito un solo colpo alla nuca. Ci si chiede allora perché il capo del corpo di spedizione italiano abbia scritto una lettera di bugie ai genitori delle vittime. Non si capisce al servizio di che cosa. Per questo ho scritto che fu ordinato dall’Italia, perché c’è un’autostrada fatta di

rifiuti tossici in Somalia e le navi che abbiamo donato per la pesca sono sempre state usate per altri scopi.”

Gianni Minà è un protagonista di questa storia, si deve infatti a lui il reperimento delle immagini immediatamente successive agli omicidi. Nel 1998 mandò in onda le immagini di una tv svizzera. Cosa mostravano, cosa smentivano e cosa accadde dopo il trasporto dei corpi sulla nave Garibaldi?

“Nel mondo moderno – racconta Minà – c’è sempre qualcuno che filma se sei dentro un evento. E’ accaduto ad esempio per le violenze di alcuni poliziotti a Los Angeles. In questo caso mi rivolsi a colleghi internazionali per sapere se avessero immagini delle esecuzioni e la tv di Stato svizzera le aveva perché il suo operatore fu uno dei primi giornalisti ad arrivare sul posto. E fu agghiacciante perché si vedeva questo incaricato d’affari, Giancarlo Marocchino che faceva import-export e che abbiamo scoperto lavorare per i servizi segreti italiani, che trasportava i corpi sul suo fuoristrada e si notava chiaramente che usciva ancora sangue dal naso di Ilaria; significava che, anche se non avrebbe mai più ripreso le funzioni vitali, era comunque ancora viva. Il padre medico di Ilaria, Giorgio (morto nel 2010) mi disse che se esce il sangue il cuore pulsa ancora.”

Nelle immagini cosa si vede, cosa accadde dopo?

“Marocchino li caricò sulla sua jeep e parlava al telefono, forse con la nave Garibaldi perché poi disse: ‘Questi bastardi non vengono, hanno paura’ e li portò lui. C’è da chiedersi a che titolo Marocchino arrivò per primo sul luogo dell’agguato e portò i corpi sulla nave italiana; io non lo so, spero che qualcuno sia riuscito a chiederglielo…”

Per questa duplice esecuzione ha pagato un giovane somalo, ma anche in questo caso la vicenda è confusa: spunta un testimone, l’autista della Toyota a bordo della quale c’erano Ilaria e Miran, tale Ahmed Ali Rage (detto Gelle) che riconosce uno dei componenti del commando. E’ un ragazzo, Hashi Omar Hassan che viene accompagnato in Italia e arrestato dopo aver deposto davanti alla commissione parlamentare istituita per il caso Alpi-Hrovatin. Intanto Gelle sparisce e per Omar Hassan si aprono le porte del carcere, nel 2002 viene infatti condannato a 26 anni di reclusione.

“E’ stato indicato come partecipante all’eccidio ma non lo era assolutamente – precisa Minà. – Fu fatto venire in Italia e arrestato con un tranello. Ricordo il colonnello ora generale Luca Raiola che rischiò l’incriminazione per falsa testimonianza. Raiola era il capo dei servizi segreti italiani in Somalia e le sue risposte erano evasive. Non mostravano una volontà di chiarire le cose poi divenne capo della sicurezza a palazzo Chigi, questo per dire quanto sia aleatorio per una parte dei potentati d’Italia la non volontà di conoscere la verità”.

Un punto fondamentale e mai chiarito poi è anche il trasporto delle salme dalla Somalia in Italia

“Questa è la storia più immonda. Un aereo portò i corpi dalla Somalia in Egitto poi a Luxor dovettero cambiare aereo. Per un caso della vita a Luxor un operatore filmò i bagagli che salivano sull’aereo dell’aviazione italiana che era andato a prendere i corpi e si vedevano chiaramente i bagagli chiusi con una corda e la cera lacca. Quando l’aereo atterrò a Ciampino, dove ovviamente

c’erano i genitori delle vittime, ‘cuore di mamma’, Luciana, si accorge che i bagagli non avevano più ne la corda ne la cera lacca. Qualcuno andando contro la legge si era arrogato il diritto di aprirli in volo”.

Chi c’era su quell’aereo?

“C’erano I servizi segreti italiani, il corpo di spedizione italiano in Somalia, personale dell’aviazione militare, funzionari della Rai e funzionari del ministero degli Esteri. Qualcuno tra queste cinque ‘entità’ aveva avuto l’ardire di aprire i bagagli di Ilaria e Miran cosa che avrebbe potuto fare solo un giudice istruttore. Allora, chi doveva nascondere qualcosa e cosa cercavano quelli che hanno aperto i bagagli? E perché chi era su quell’aereo ha visto ma non ha mai denunciato colui che ha violato la legge? E’ chiaro che l’assassinio di Ilaria fu ordinato dall’Italia. Una delle pagine più tristi della storia moderna del nostro paese.”

E in effetti parte del materiale girato da Ilaria e Miran sparì, compresa un’intervista, della quale in Italia arrivò un breve stralcio, fondamentale per comprendere la vicenda, quella al (cosiddetto) sultano di Bosaso, Abdullahi Bogor Muse, che fa chiari riferimenti alle navi della Cooperazione e ad alcuni personaggi locali e non solo (ma di questo ne parleremo in un altro articolo). Ma c’è una domanda che rappresenta l’eredità di Ilaria e che è scritta su un quaderno che aveva a Mogadiscio, un dubbio fondamentale che la stessa giornalista pone in un servizio del tg tre: “Che fine hanno fatto i 1.400 miliardi della Cooperazione italiana in Somalia?” Forse, rispondendo a questa domanda, l’enigma potrebbe essere risolto, anche a distanza di vent’anni.

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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