Scienza e Medicina

Cocktail di 54 farmaci a due soldati

di Kelly Patricia O’Meara, per la Commissione dei cittadini sui diritti umani (CCHR)

Prescritti cocktail di 54 farmaci a due soldati: il “trattamento” di salute mentale militare diventa Frankenfarmacia

Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani annuncia il secondo di quattro articoli della giornalista Kelly Patricia O’Meara che esplorano l’epidemia di suicidi nelle forze armate USA e la loro correlazione con il drammatico aumento delle prescrizioni di

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Una nuova metrica analizza l’economia globalizzata

dal Cnr
Sviluppando concetti della scienza dei sistemi complessi, un gruppo di ricercatori guidati da Luciano Pietronero, direttore dell’Isc-Cnr, ha ‘misurato’ il potenziale produttivo dei vari paesi in base al concetto di fitness, che considera qualità e complessità dei prodotti esportati. I risultati dello studio, pubblicato su ‘Scientific Reports’, indicano Brasile e Russia in calo rispetto a Cina e India e l’Italia al terzo posto nel mondo

In uno studio pubblicato sull’ultimo numero di ‘Scientific Reports’ (la nuova rivista interdisciplinare del gruppo “Nature”), un gruppo di ricercatori dell’Istituto dei sistemi complessi del Consiglio nazionale delle ricerche (Isc-Cnr) guidato da Luciano Pietronero rivela che l’elemento dominante dell’economia reale è la diversificazione dei prodotti e non la specializzazione, come invece prevede la teoria standard della crescita economica.
“Analizzando i database dell’export si osserva che a ogni paese corrisponde un limite massimo per la qualità o complessità dei suoi prodotti, al di sotto del quale esiste una vasta e variegata distribuzione di prodotti, anche molto semplici”, osserva Luciano Pietronero, direttore dell’Isc-Cnr. “La diversificazione, come strategia economica, richiama i concetti della biologia sull’adattabilità delle specie. Si potrebbe quindi ipotizzare che in un contesto statico la specializzazione costituisca un elemento prioritario, mentre in un contesto fortemente dinamico come quello dato dalla globalizzazione, la maggiore competitività derivi al contrario dalla diversificazione”.
Per verificare tale ipotesi e quantificare l’effetto della diversificazione, il gruppo ha sviluppato una metrica non monetaria, che definisce il potenziale industriale di ciascun paese (fitness) come somma dei prodotti esportati, ciascuno dei quali ‘pesato’ per qualità o complessità. “Il confronto tra fitness e Pil pro capite consente di definire il potenziale inespresso (intangibile) di un paese e quindi di prevederne lo sviluppo economico. Ci si aspetta che un paese con alta fitness e basso Pil pro capite sia destinato a crescere, mentre uno caratterizzato da condizioni opposte sia in una situazione di rischio, salvo che non sia ricco di materie prime destinate all’esportazione”, prosegue il direttore dell’Isc-Cnr.
“All’interno della generale diminuzione del potenziale industriale misurato nei paesi sviluppati, l’Italia conserva una fitness molto elevata, la terza al mondo dopo Germania e Cina. L’economia industriale italiana appare infatti fortemente diversificata e comprende prodotti di notevole complessità, anche se i volumi di esportazione risultano limitati, riflettendo l’organizzazione in piccole e medie imprese che ci caratterizza”, osserva Pietronero. “Applicata alle dinamiche economiche osservate tra il 1995 e il 2010 nei quattro paesi Bric, la nuova metrica rivela poi grandi e finora non apprezzate differenze: al contrario di quanto avvenuto in India e Cina, il potenziale industriale di Brasile e Russia è diminuito nel corso degli anni e l’aumento del Pil pro capite in questi paesi è il risultato dell’aumento dell’esportazione di materie prime”.
Conclude il direttore dell’Isc-Cnr: “Partendo dai moltissimi dati ‘sperimentali’ disponibili si possono introdurre nuove metriche e misurare nuove quantità. Questo tipo di analisi può fornire una nuova prospettiva per la pianificazione industriale di un paese, permettendo di predirne la crescita e di analizzarne i rischi”.

NET Cancer Day 2012

Medici e pazienti italiani in prima linea contro i tumori neuroendocrini
Per la prima volta l’Italia partecipa alla Giornata mondiale dedicata ai tumori neuroendocrini, che si celebra il 10 novembre in tutto il mondo per aumentare la conoscenza di queste neoplasie rare e di difficile diagnosi.
Nel segno della zebra, mascotte dell’evento, le iniziative promosse in 50 Centri specializzati da NET Italy, l’Associazione Pazienti da poco costituita, e da It.a.net, il network degli specialisti italiani impegnati su questi tumori.
Per riconoscere e trattare queste malattia è fondamentale l’approccio multidisciplinare  assicurato ai pazienti italiani dalla rete dei Centri Specializzati. Sul fronte delle terapie la nuova frontiera sono i farmaci a bersaglio molecolare in grado di raddoppiare la sopravvivenza.

Il 10 novembre si celebra in tutto il mondo il NET Cancer Day, la Giornata mondiale dei tumori neuroendocrini dedicata all’informazione e alla conoscenza su questi tumori rari e di difficile diagnosi.
Per la prima volta anche l’Italia partecipa alla Giornata, indetta a Berlino nel 2010: sabato prossimo in circa 50 Centri italiani specializzati nella cura di questi tumori, operatori sanitari, pazienti e volontari indosseranno una T-shirt con la zebra, mascotte della Giornata, per richiamare l’attenzione di medici, visitatori e cittadini sui NET e manifestare solidarietà, vicinanza e condivisione a tutti i pazienti.
Le iniziative italiane sono promosse da NET Italy, l’Associazione Pazienti che si è recentemente costituita e che opera in stretta collaborazione con It.a.net, il network indipendente degli specialisti italiani impegnati sui NET, per offrire un punto di riferimento scientifico e informativo a tutti i pazienti.
«Con la partecipazione al NET Cancer Day, l’Italia entra ufficialmente a far parte della comunità internazionale dei NET – dichiara Filippo Filippi, Presidente di NET Italy – è il primo importante risultato raggiunto dalla nostra Associazione, nata per promuovere l’educazione sanitaria e l’informazione su queste malattie e soprattutto per condividere le nostre esperienze e darci coraggio, riducendo il senso di solitudine che una diagnosi di NET, in quanto patologie rare, può scatenare».
I tumori neuroendocrini (NET, Neuroendocrine Tumours) sono patologie rare, con un’incidenza di circa 4-5 nuovi casi all’anno ogni 100.000 abitanti. Crescono lentamente e hanno di solito una prognosi più favorevole rispetto ad altre neoplasie.
I riflettori su questi tumori si sono accesi improvvisamente lo scorso anno in occasione della morte di Steve Jobs, che ha combattuto per circa 7 anni contro un tumore neuroendocrino del pancreas.
«Sono neoplasie infrequenti e complesse che si manifestano nell’apparato digerente e in quello polmonare – afferma Gianfranco Delle Fave, Presidente di It.a.net, Professore ordinario di Gastroenterologia presso la Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università degli Studi di Roma
“La Sapienza” e Direttore dell’U.O.C. Malattie dell’Apparato Digerente e del Fegato presso l’Ospedale Sant’Andrea di Roma – la caratteristica cellulare che li contraddistingue è un sistema, identificato attraverso l’Istologia, adatto a produrre ormoni o specifici neuropeptidi: le cellule endocrine possono proliferare in maniera abnorme e formare masse tumorali. Tre quarti dei pazienti non presenta alcun sintomo o motivo per sospettare di avere una neoplasia di questo tipo. La ricerca oggi è concentrata sulle alterazioni molecolari e oggi abbiamo dei farmaci a bersaglio molecolare come everolimus che ci permettono di intervenire direttamente sui meccanismi di crescita delle cellule tumorali».
I NET danno segni solo quando la malattia è molto progredita, fino alla fase metastatica. Quando presenti, i sintomi dei NET sono aspecifici e spesso non vengono subito riconosciuti.
La rarità, la prevalente asintomaticità e l’aspecificità dei sintomi sono un ostacolo per la diagnosi tempestiva: il motto che accompagna il NET Cancer Day nelle iniziative promosse in 19 Paesi, dal Canada all’Australia, dal Giappone all’Europa è “Pensa alla zebra – Se non lo sospetti, non puoi trovarlo”, un invito rivolto ai medici a considerare l’ipotesi diagnostica meno banale e scontata, di fronte al rischio che tali patologie passino inosservate e non individuate.
Per via della loro complessità, i NET rendono necessaria una conoscenza specifica della loro tipologia, esatte procedure nel percorso diagnostico-terapeutico e un approccio multidisciplinare che coinvolga tutti gli specialisti e che oggi viene assicurato nei Centri di riferimento specializzati nella diagnosi e cura di questa malattie, costituiti con l’impulso determinante del network It.a.net.
«La diagnosi presuppone un approccio integrato che include le competenze di diverse figure professionali. Oltre all’esame clinico e alla diagnostica di laboratorio, un aiuto ci viene dalle tecniche di diagnostica per immagini – sottolinea Aldo Scarpa, Direttore del Dipartimento di Patologia e Diagnostica e del Centro di Ricerca Applicata sul cancro ARC-NET presso l’Università degli Studi di Verona – per avere una diagnosi certa c’è bisogno di un campione di tessuto delle cellule, per cui una biopsia o un ago aspirato per citologia possono essere sufficienti per riconoscere questi tumori: importante il contributo dell’Immunoistochimica che ci permette di mettere in luce delle proteine che sono specifiche della differenziazione neuroendocrina».
La prima opzione terapeutica nel trattamento dei NET è la Chirurgia, che in alcuni casi può essere risolutiva: Massimo Falconi, Direttore dell’U.O.C. di Chirurgia del Pancreas dell’Università Politecnica delle Marche, A.O.U. Ospedali Riuniti Umberto I ad Ancona, sottolinea che «i NET sono tumori che hanno una certa estensione e quindi la Chirurgia aperta rimane l’opzione principalmente percorsa. Nell’ambito dei tumori neuroendocrini la Chirurgia ha più variabili rispetto alle neoplasie a più comune frequenza e offre un risultato funzionale a lungo termine: il suo ruolo è nella direzione della guarigione, laddove lo stato della patologia lo consente».
L’altra opzione è rappresentata dalla terapia farmacologica: il trattamento di scelta sono gli analoghi della somatostatina, che nelle forme ben differenziate offrono un vantaggio significativo di sopravvivenza rispetto al semplice placebo, mentre nelle forme più aggressive si usano anche i trattamenti chemioterapici.
Nuova frontiera nel trattamento farmacologico dei NET sono i farmaci a bersaglio molecolare, come everolimus, che agiscono a livello di bersagli specifici. «I risultati delle nuove opzioni terapeutiche a bersaglio molecolare, come quelli prodotti da everolimus, evidenziano un significativo aumento della sopravvivenza – afferma Stefano Cascinu, Presidente AIOM e Direttore della Clinica di Oncologia Medica presso l’Università Politecnica delle Marche, A.O.U. Ospedali Riuniti Umberto I di Ancona – everolimus è un farmaco piuttosto maneggevole ed è uno dei farmaci che ci rassicura di più dal punto di vista della tollerabilità e della sicurezza. Attualmente si è dimostrato efficace per i pazienti con tumori neuroendocrini del pancreas a stadio mediamente differenziato e con attività proliferativa medio-bassa».
I pazienti italiani possono contare su una tradizione di eccellenza nell’esperienza sui NET. «L’Italia è al primo posto per numero di pubblicazioni scientifiche di alto livello su questo settore e l’anatomia patologica e la farmacologia italiana sono al vertice – afferma Delle Fave – su queste basi si è potuto costituire il network It.a.net che si è adoperato affinché i pazienti venissero indirizzati ai Centri di riferimento, dove avere la garanzia di un trattamento omogeneo, e per favorire il confronto e l’interazione dei Centri, fattore che ha molto incrementato la qualità della ricerca».
Il NET Cancer Day è organizzato dalla Worldwide NET Cancer Awareness Day Alliance (WNCADA), un’Alleanza informale che riunisce Organizzazioni di volontariato e Associazioni Pazienti che si occupano di NET provenienti da numerosi Paesi.

LIFTING DEL NASO: L’ALTERNATIVA ALLA RINOPLASTICA TRADIZIONALE

Milano, La rinoplastica è un intervento chirurgico che viene eseguito al fine di migliorare la funzione e l’aspetto del naso di una persona. Quando il problema, però, è soltanto estetico e non funzionale, la correzione può anche non passare per la rinoplastica ma avvalersi di uno nuova tecnica chirurgica denominata “ lifting del naso ”, ed eseguita dal dott. De Fazio, specialista in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica a Milano, Modena, Reggio Emilia e Bologna .

Il lifting del naso è una nuova procedura che permette di correggere deformità a carico del gibbo e di ridurre o innalzare la punta mediante una sola piccola incisione invisibile.
Le indicazioni elettive riguardano i casi in cui vi sia l’esigenza di sollevare una punta cadente – caratteristica somatica di una persona o esito di una rinoplastica precedente – oppure quando sia necessario stringere la punta o modificarne la proiezione e la rotazione.
Anche la presenza di un gibbo – la cosiddetta “gobba” del naso – può essere corretta per mezzo di questa nuova tecnica, laddove non vi sia un’ eccessiva proiezione del dorso.

Il rimodellamento avviene tramite particolare filo di sutura per via percutanea, applicato attraverso un punto di accesso di piccolissime dimensioni, mediante un ago a doppia punta, basandosi sul principio della sospensione verticale: le cartilagini alari della punta vengono avvicinate e ruotate superiormente in direzione verticale verso la radice del naso, per cui è possibile correggere le deformità nasali senza lasciare cicatrici .

Il filo utilizzato è in polipropilene, lo stesso materiale inerte adottato da anni per suturare nel corso di interventi chirurgici, e perciò non vi è rischio di allergie.
L’intervento di lifting del naso viene eseguito in sala operatoria mediante anestesia locale. Agendo soltanto sui tessuti molli e sulla cartilagine, non dà alcun tipo di dolore nel post-operatorio. Si presenta pertanto come una procedura mini-invasiva, con rapidi tempi di recupero , che consente di raggiungere un risultato soddisfacente, naturale e a lunga durata.

Ritardo mentale sporadico: qualche notizia in più sulle mutazioni genetiche associate

 

di Cristina Caruso

Il ritardo mentale è definito come la riduzione delle funzioni cognitive e di adattamento, ha inizio nella fanciullezza ed ha una prevalenza stimata dell’1,5 -2 %, considerando che le stime di frequenza di lieve disabilità intellettiva differiscono tra i vari studi.

La maggior parte dei ricercatori concorda sul fatto che il ritardo mentale grave (quoziente di intelligenza inferiore a 50) ha una prevalenza dello 0,3 -0,4%. Studi genetici  hanno portato all’identificazione di mutazioni in molti geni sul cromosoma X ed alcuni geni autosomici. Tuttavia, la base genetica della malattia non è ancora chiara nei bambini affetti da ritardo mentale non sindromico e non genetico. Le difficoltà nello stabilire se c’è una base genetica potrebbero essere dovute alla eterogeneità dei loci e all’ereditarietà autosomica dominante. Ciò dà un grande svantaggio riproduttivo ed ostacola l’uso di analisi di linkage e la successiva clonazione posizionale. Il sequenziamento dei geni candidati e l’impiego di una nuova generazione di tecniche di sequenziamento hanno permesso di dimostrare che una grande percentuale di casi potrebbe essere dovuta a mutazioni puntiformi de novo ed inserzioni di piccole dimensioni o delezioni. Recentemente è stato pubblicato, sulla nota rivista scientifica The Lancet, uno studio avente come scopo quello di individuare mutazioni genetiche de novo in individui con ritardo mentale non sindromico e sporadico. Per fare ciò, sono stati arruolati bambini con disabilità intellettiva e i loro genitori provenienti da dieci centri in Germania e Svizzera. I criteri d’inclusione sono stati: grave disabilità intellettiva con funzione motoria grossolana conservata, assenza di malformazioni, assenza di anomalie minori sindrome-specifici, assenza di specifici segni neurologici, assenza di varianti del numero di copie da causativi cariotipo alta risoluzione molecolare, genitori non consanguinei, e malattia sporadica . Sono state poi confrontate le sequenze geniche tra i pazienti ed i loro genitori per individuare le mutazioni presenti. Il DNA è stato estratto dai leucociti del sangue periferico e analizzato mediante exome sequencing. In tutto, i partecipanti allo studio sono stati 213. Sono stati arruolati 51 individui dalla rete tedesca Ritardo Mentale, 32 ragazze e 19 ragazzi. Tutti avevano un ritardo mentale non specifico, con quoziente intellettivo inferiore a 60. 45 (88%) nel gruppo caso e 14 (70%) nel gruppo di controllo avevano mutazioni genetiche de novo. Sono state identificate 87 mutazioni nel gruppo caso, con un tasso di mutazione di 1,71 per ogni individuo a generazione. Nel gruppo di controllo, sono state identificate 24 varianti de novo, con 1,2 eventi ogni individuo per generazione. Altri partecipanti al gruppo caso hanno avuto una perdita di funzione genica rispetto al gruppo di controllo (20/51 vs 2/20; p = 0.022), suggerendo come tale fenomeno contribuisca allo sviluppo della malattia. 16 pazienti presentavano mutazioni dei geni STXBP1, SYNGAP1 e SCN2A, geni notamente correlati con il ritardo mentale. Sono state considerate mutazioni causa di disabilità intellettiva, sei geni loss-of-function (ARIH1, CDH2, HIVEP2, SETD5, SLC6A1 e SYNCRIP) e alcuni dei geni rimanenti affetti da mutazioni missense (KCNQ3, CUX2, ZNF238, STAG1, DEAF1 e EIF2C1). Quindi mutazioni puntiformi de novo sono associate a grave, sporadico e non sindromico ritardo mentale, e coinvolgono il 45-55% dei pazienti. Una trasmissione autosomica recessiva dei geni sembra caratterizzare la popolazione studiata. Il gran numero di varianti geniche de novo, già noti essere alla base di disabilità intellettuale, è solo in parte attribuibile a fenotipi specifici. Molti pazienti non presentavano la manifestazione sindromica prevista, il che dimostra che solo il  sequenziamento su larga scala è in grado di caratterizzare l’intera gamma clinica associata a mutazioni in geni specifici. Questo studio è stato finanziato dal Ministero tedesco dell’Istruzione e della Ricerca, dalla Commissione Europea e dalla Swiss National Science Foundation.

Parole chiave: Medicina 30-09-2012 ritardo mentale-the lancet-geni-trasmissione

 

 

 

 

 

 

 

Contraccezione e trombosi: no al cerotto

 

di Cristina Caruso

Molti studi precedenti avevano affermato il rischio trombotico in donne che facevano uso di contraccettivi orali.

Un recente studio ha riportato che donne con anello vaginale avevano il 48% in più di rischio trombo embolico rispetto a coloro che impiegavano un terapia combinata con contraccettivi orali contenenti levonorgestrel. Partendo dai dati contenuti in quattro registri nazionali in Danimarca, è stato studiato il rischio trombo embolico assoluto e relativo in donne danesi in trattamento con contraccettivi non-orali. Si tratta di uno studio retrospettico di follow-up, coordinato dall’Università di Copenaghen e pubblicato di recente sul British Medical Journal. Ben 1 626 158 le partecipanti: tutte donne danesi non in gravidanza, non a rischio in base all’anamnesi di malattie tromboemboliche o neoplastiche, seguite dal 2001 al 2010. L’outcome principale è stato il tasso di incidenza di eventi tromboembolici in chi utilizzava metodi contraccettivi ormonali per via trasdermica, vaginale, intrauterina o sottocutanea. È stato valutato anche il rischio relativo di trombosi, comparato con le non-users, e la rate ratio di trombosi confrontato con chi utilizzava contraccettivi orali a base di levonorgestrel e 30-40 mcg di estrogeni. Alla diagnosi di trombo embolia, dopo essere stata accertata, seguivano almeno quattro settimane di terapia anticoagulante. Su un totale di 9 429 128 anni complessivi di contraccezione di tutte le donne studiate, gli eventi tromboembolici registrati sono stati 5287, di cui 3434 accertati. Nelle non-users, l’incidenza del tasso di eventi è stata di 2.1 in 10 000 anni. Rispetto alle non-users, e dopo aggiustamenti in base all’età e alla cultura, il rischio relativo delle tromboembolie confermate nelle donne che facevano uso di una contraccezione per via trasdermica è stato 7.9 (95% IC 3.5 – 17.7) e tramite anello vaginale 6.5 (4.7 – 8.9). Questi dati corrispondono ad un’incidenza per 10 000 anni d’esposizione di 9.7 e 7.8 eventi. Il rischio relativo era aumentato nelle donne con trattamento per via sottocutanea (1.4, 0.6 – 3.4) ma non in coloro le quali utilizzavano levonogestrel per via intrauterina IUS (0.6, 0.4 – 0.8). In rapporto a chi impiegava contraccettivi orali a base di levonorgestrel, il rischio relativo di trombosi nelle utilizzatrici del cerotto è stato di 2.3 (1.0 – 5.2) e nelle users anello vaginale è stato 1.9 (1.3 – 2.7). Questi ultimi due gruppi analizzati hanno un rischio di eventi tromboembolici aumentato rispettivamente di 7.9 e 6.5 volte rispetto alle coetanee non-users, corrispondente a 9.7 e 7.8 eventi per 10 000 anni d’esposizione. Il rischio era incrementato del 40% nelle donne che avevano effettuato contraccezione per via sottocutanea ma non in quelle con levonogestrel IUS, che forse ha addirittura un ruolo protettivo.

Osteoporosi ed intervallo di densità ossea

di Cristina Caruso

È di qualche giorno fa la pubblicazione sulla rivista The New England Journal of Medicine di uno studio per valutare il corretto intervallo di densità ossea che segna il passaggio all’osteoporosi, in donne anziane.

Nonostante il test Bone Mineral Density – BMD – quale test di screening per l’osteoporosi (BMD T score, -250 o <) è raccomandato a tutte le donne dai 65 anni in su, ci sono dati diversi sull’intervallo del BMD test da prendere come riferimento.

Questo studio ha arruolato ben 4957 donne, di 67 anni o più, con un BMD normale (T scire al collo del femore e anca, -1.00 o >) o osteopenia (T score, tra -1.01 e -2.49) e senza antecedenti di fratture vertebrali o dell’anca oppure precedente trattamento per l’osteoporosi. Tutte le pazienti sono state seguite per 15 anni. L’intervallo del BMD test è stato definito come una stima del tempo di passaggio all’osteoporosi nel 10% delle donne, prima di eventuali fratture, con assunzione di estrogeni e fattori di rischio clinici. La transizione dal normale BMD e da quello dei tre gruppi di osteopenia (lieve, moderata e grave) è stata valutata mediante in modello d’incidenza a parametri cumulativi. Fratture d’anca e vertebrali e l’inizio della terapia a base di bisfosfonati, calcitonina o raloxifene sono stati considerati quali concomitanti rischi nel corso dello studio.
I risultati danno una stima del BMD testing interval pari a 16.8 anni (95% IC, da 11.5 a 24.6) in donne con normale BMD; 17.3 anni (95% IC, da 13.9 a 21.5) in donne con osteopenia live; 4.7 anni (95% IC, da 4.2 a 5.2) se l’osteopenia è moderata; e 1.1 anno (95% IC, da 1.0 a 1.3) nei casi di osteopenia grave.
Il guadagno in termini di anni tra una donna con BMD normale e una con osteopenia lieve è di ben più di dieci anni.
I dati, in conclusione, indicano quindi che l’osteoporosi potrebbe svilupparsi in meno del 10% delle donne anziane, in postmenopausa durante lo screening, in un intervallo di tempo di circa 15 anni se BMD normale o lieve osteopenia, 5 anni se osteopenia moderata e 1 anno se l’osteopenia è già ad uno stadio avanzato.

Olaparib: una nuova speranza per il tumore dell’ovaio

di Cristina Caruso

Uno studio in fase II multicentrico, in aperto e non randomizzato, condotto da un gruppo di medici di diverse Università canadesi, ha valutato la sicurezza e la tollerabilità di Olaparib (AZD2281) in pazienti con carcinoma della mammella avanzato, negativo al BRCA-1 e BRCA-2 (triplo negativi), o tumore ovarico indifferenziato o sieroso di alto grado. Il farmaco oggetto di studio consiste in una piccola molecola che svolge una potente azione inibente la Poli(ADP-ribosio) polimerasi (PARP), un’enzima coinvolto nella riparazione del DNA.

Sono state arruolate 91 pazienti, per un arco di tempo che va dall’8 luglio 2008 al 24 settembre 2009, con tumore ovarico sieroso di alto grado e/o indifferenziato (65) o con tumore della mammella avanzato triplo negativo (26). Le pazienti sono state poi stratificate in base alla presenza o meno di una mutazione del BRCA1 o BRCA2 o nessuna delle due. Il trattamento sperimentale si è basato sull’assunzione di 400 mg di Olapanib per due volte al giorno. Obiettivo primario è stato il tasso di risposta obiettivamente dimostrato secondo il RECIST – Response Evaluation Criteria In Solid Tumors. È stata svolta anche un’analisi sulla ricerca degli effetti tossici.
Nel gruppo con k ovaio, 64 pazienti hanno ricevuto il trattamento. 63 delle quali avevano una lesione target e sono state valutate secondo i criteri RECIST: risposte obiettive sono state confermate in 7 pazienti (41%; 95% CI 22 – 64) su 17 con mutazione del BRCA1 o BRCA2 e in 11 (24%; 14 – 38) su 46 senza mutazione. Nessuna risposta obiettiva è stata però confermata in pazienti con k mammella. Tra gli eventi avversi, i più comuni sono stati l’affaticamento (45 =70% delle pazienti con k ovaio, 13 = 50% delle pazienti con k mammella), nausea (42 = 66% e 16 =62%), vomito (25 = 39% e 9 = 35%) e calo dell’appetito (23 = 36% e 7 = 27%).
Tali risultati suggeriscono che l’Olaparib è un potenziale farmaco per il trattamento di donne con tumore ovarico, anche se al momento sono necessari ulteriori trial clinici.