Sanità

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Un nuovo studio rivela le proprietà dell’aglio per combattere le infezioni

Una ricerca condotta da un team di scienziati dell’Università di Copenaghen (Danimarca) rivela che l’aglio ha la capacità di combattere i batteri resistenti come terapia per combattere le infezioni croniche come la fibrosi cistica, o lesioni subite dai pazienti diabetici. L’aglio è stato tradizionalmente considerato un alimento favorevole per prevenire e curare le infezioni nel corpo umano. Ippocrate, considerato il padre della medicina nella Grecia antica, ne raccomandava l’uso come terapia contro varie malattie e infezioni, e certamente in più di un’occasione si è parlato dell’aglio come un rimedio naturale per vari disturbi, come ad esempio quello di eliminare l’herpes labiale. La ricerca è stata svolta da un team guidato da Michael Givskov, uno scienziato che ha analizzato gli effetti dell’aglio sui batteri dal 2005. Questi ricercatori hanno identificato il responsabile di questa azione antibatterica nel 2012. È un composto solforoso attivo chiamato ajoene che è in grado di distruggere componenti importanti nei sistemi di comunicazione dei batteri che coinvolgono le molecole regolatrici dell’RNA. Inoltre, attacca anche lo strato protettivo che copre il microrganismo, chiamato biofilm. Il nuovo studio, pubblicato su diverse riviste scientifiche, ha rivelato attraverso un esame più approfondito e documentato, la capacità che hanno le piccole molecole di inibire l’ajoene RNA normativo in due tipi di batteri, Staphylococcus aureus e Pseudomonas aeruginosa. La sostanza dell’aglio può combattere contemporaneamente e pertanto potrebbe essere usata per rafforzare l’effetto degli antibiotici. “Crediamo davvero che questo metodo possa portare al trattamento di quei pazienti che altrimenti hanno poche prospettive”, afferma Tim Holm, uno dei membri del team. “Abbiamo abbastanza conoscenze per continuare a sviluppare un farmaco a base di aglio e testarlo nei pazienti”. Nel caso in cui gli studi clinici avranno buoni risultati, è possibile iniziare a commercializzare il farmaco. Per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” questa scoperta potrebbe dare agli scienziati un nuovo bersaglio contro cui sviluppare farmaci anti-infettivi in particolare i batteri multi-resistenti.

PERSONALE INFERMIERISTICO

L’INFERMIERE COS’è MA SOPRATTUTTO CHI è? DAL 1955 AL 2006 ECCO GLI STEP STORICI DELLA PROFESSIONE “IN ROSA”

… “L’infermiere è un professionista sanitario dell’area delle scienze infermieristiche,che secondo i requisiti previsti dalla normativa è responsabile dell’assistenza infermieristica generale in Italia (Decreto Ministeriale n. 739/1994) e nel resto di Europa con le direttive Europee 2005/36 e 2006/100”…

È il 1955, gli italiani allontanano i ricordi della guerra e si preparano, senza saperlo, agli anni del boom economico. In questo clima nascono i Collegi delle infermiere professionali, vigilatrici d’infanzia e assistenti sanitarie visitatrici, voluti da un decreto governativo dell’ottobre 1954. E voluti soprattutto da quelle operatrici della sanità consapevoli di essere preziose, ma che non avevano ancora ottenuto uno specifico riconoscimento professionale, poiché il decreto del 1946 sulle professioni sanitarie si era limitato a ripristinare gli Ordini dei medici chirurghi, dei veterinari dei farmacisti e ad istituire i Collegi delle ostetriche. Da questo momento in poi i Collegi e la Federazione Ipasvi avranno un continuo sviluppo, registrando tutte le tappe della crescita e dei cambiamenti che hanno visto protagonista la professione infermieristica. Un primo passo importante fu convincere le infermiere, le assistenti sanitarie visitatrici e le vigilatrici d’infanzia, religiose e laiche, ad iscriversi negli Albi professionali: i dati registrati nel 1959, in occasione del Censimento nazionale degli esercenti le professioni sanitarie, mostrano i buoni risultati raggiunti, ma segnalano anche il perdurare di alcune difficoltà.Più benessere più possibilità di movimento, anche grazie al diffondersi delle automobili. Così finalmente la Federazione dei Collegi Ipasvi per il Paese e vi può indire il suo primo Congresso nazionale, svoltosi a Roma dal 31 maggio al 2 giugno del 1965.

La sede scelta per la cerimonia inaugurale fu il Palazzo degli Uffici all’Eur e registrò la partecipazione di tutte le “massime autorità religiose, militari e civili”, come recitavano abitualmente i giornali dell’epoca. Anche se le fotografie sembrano raccontarci una realtà molto rigida e formale, il discorso di apertura dell’allora presidente Laura Sterbini Gaviglio non fu affatto rituale: ripercorrendo le tappe dei dieci anni di vita dei Collegi, sottolineò tutte le difficoltà con le quali la professione si doveva confrontare, dalla mancanza di scuole statali e gratuite per la formazione, ai problemi di inquadramento contrattuale, alla più generale difesa della dignità della professione infermieristica, concludendo con l’affermazione di essere ormai in tempi “maturi per il raggiungimento di un sistema di sicurezza sociale”.

“Estensione al personale maschile dell’esercizio della professione di infermiere professionale”: recita così la legge n. 124 del 25 febbraio 1971, con la quale si sancisce una vera rivoluzione nel mondo infermieristico. La storia della professione era stata fino a questo momento esclusivo appannaggio delle donne: una santa per proteggerle, quella matrona Fabiola che si dedicava all’assistenza nell’antica Roma, una donna come modello ideale, ovvero Florence Nightingale, e poi tante altre donne negli ospedali, nelle visite igieniche alle zone più difficili del Paese, nell’assistenza all’infanzia. Il lavoro infermieristico, visto come “ausiliario” e “vocazionale”, era giudicato particolarmente adatto alle donne e soprattutto alle religiose, che furono per molti anni la maggior parte del corpo infermieristico.

Una situazione che produceva, come conseguenza forse non voluta, la curiosa “anticipazione” di un protagonismo femminile anche in ruoli di vertice, si pensi ad esempio alle due rappresentanti infermieristiche chiamate, di diritto, nel 1957 a far parte del Consiglio superiore di Sanità. Ma lo sviluppo della società porta progressivamente ad una radicale trasformazione del ruolo delle infermiere, che acquistano sempre più competenza e autonomia professionale.

Dunque, anche per ragioni di equità sociale, la professione non può più essere preclusa agli uomini, ai quali oltretutto era invece già consentita la funzione di infermiere generico (e proprio sulla distinzione tra infermiere professionale e infermiere generico si aprirà un non facile dibattito tra i legislatori, interessati a reclutare personale, e i Collegi Ipasvi, preoccupati della tutela di una qualificazione professionale acquisita attraverso molti anni di studio). L’immissione degli uomini nei ruoli professionali produrrà anche un’accelerazione del cambiamento dei percorsi formativi, a cominciare dai Convitti che dovranno derogare all’internato per i nuovi allievi.

L’Italia recepisce l’Accordo europeo sull’istruzione e formazione degli infermieri professionali (legge 15 novembre 1973, n. 795). Si tratta di una tappa importante nella storia della professione infermieristica: il documento sarà il punto di riferimento di tutto il processo di riordino normativo che si svilupperà dagli anni Settanta ad oggi.

L’Accordo di Strasburgo indica infatti i punti essenziali per una revisione dei programmi d’insegnamento e definisce la funzione educativa del tirocinio pratico degli allievi. Per uniformarsi alle indicazioni europee, che prevedono 4600 ore di insegnamento, saranno elaborati nuovi programmi di studio e la durata dei corsi passerà da due a tre anni. L’obiettivo è duplice: far crescere la qualità della formazione e consentire la possibilità per gli infermieri di lavorare nei vari Stati firmatari dell’Accordo.

A definire il campo delle attività e le competenze degli infermieri nel 1974 interviene il Dpr 225, il cosiddetto “mansionario”, che modifica le precedenti norme di regolamentazione della professione risalenti al lontano 1940.

La riforma del Servizio sanitario, che vedrà la luce nel 1978 con l’approvazione della 833, è preceduta da un lungo periodo preparatorio in cui si pone mano al riordino delle attività delle professioni sanitarie. Nel complesso il “nuovo” mansionario viene accolto con favore dagli organismi di rappresentanza della professione che, pur sottolineandone alcune contraddizioni, al momento dell’emanazione lo considerano una tappa importante del processo evolutivo dell’assistenza infermieristica.

Il testo tende a stabilire un diverso approccio con l’assistito, non più visto solo come un malato con dei problemi clinici, ma come una persona che esprime bisogni psichici, fisici e sociali. In questa logica diventano fondamentali gli aspetti relazionali dell’attività infermieristica, che viene valorizzata nelle sue funzioni, come evidenzia la stessa terminologia che viene usata nel Dpr. Ad esempio, il termine “eseguire”, presente nel dettato normativo precedente, viene quasi sempre corretto con “programmare” e “promuovere … iniziative”; inoltre viene introdotto il termine “coordinare” e soppresso “dipendere”.

Il mansionario estende il campo di attività infermieristica dall’ospedale ai servizi di sanità pubblica e abbraccia i settori della prevenzione, della cura, della riabilitazione e dell’assistenza sanitaria. Viene riconosciuto anche il ruolo didattico dell’infermiere in rapporto all’assistito e alle famiglie, ma anche nei confronti di altri operatori e degli allievi.

In sintesi con il Dpr 225 l’infermiere acquista una propria caratterizzazione professionale più adeguata ai tempi, a cui corrispondono il riconoscimento di una certa autonomia operativa e precise responsabilità relative alle attività individuate dal legislatore come specifiche: un elenco destinato, comunque, a invecchiare ben presto nell’impatto con le trasformazioni indotte dal progresso scientifico e tecnologico.

Nel 1978 a dieci giorni dal Natale, presidente del Consiglio Giulio Andreotti, ministro della Sanità Tina Anselmi – uno schieramento parlamentare vastissimo, che in tempi recenti si è potuto rivedere solo in occasione dell’elezione di Ciampi a Presidente della Repubblica, dopo anni di dibattiti e scontri diceva sì all’istituzione di un Servizio sanitario nazionale pubblico con i soli voti contrari del Movimento sociale, del Partito Liberale e l’astensione dei repubblicani (in tutto meno del 15% degli elettori dell’epoca). Con una maggioranza quasi plebiscitaria, quindi, anche l’Italia entrava nel club di quei Paesi che avevano scelto di dotarsi di un sistema nazionale di tutela della salute ponendo la prevenzione, la cura e la riabilitazione delle malattie tra i primi compiti della Repubblica.

Le vecchie mutue, caratterizzate da evidenti sperequazioni tra le diverse categorie di assistiti, lasciavano il posto alle Usl, Unità sanitarie locali, che assumevano a proprio carico tutte le competenze in materia di assistenza sanitaria. Il finanziamento del sistema sarà assicurato dalla fiscalità generale (ma occorrerà attendere quasi un ventennio prima dell’effettiva fiscalizzazione dei vecchi contributi malattia) e viene istituito il Fondo sanitario nazionale che entra a far parte di un apposito capitolo di spesa del Ministero del Tesoro.

La riforma del 1978 sarà oggetto di moltissimi provvedimenti di modifica e integrazione, culminati nella prima grande riforma della riforma (quella del biennio 1992/93) che trasformò le Usl in “Aziende sanitarie locali” dotate di autonomia giuridica dando il via alla cosiddetta “aziendalizzazione” del sistema e dalla “riforma ter” (più nota come riforma Bindi dal ministro della sanità che la mise a punto) varata nel 1999, ma rimasta in gran parte ancora inattuata, soprattutto a causa del cambio di maggioranza seguito alle elezioni politiche del 2001 e dal contemporaneo avvio della riforma federalista dello Stato che ha rafforzato ulteriormente il ruolo delle Regioni nel governo della sanità.

Sono circa mille i primi studenti che nell’anno accademico 1992/93 varcano le soglie dell’Università per frequentare i corsi di diploma universitario per infermiere, avviati in 18 Atenei italiani. L’ingresso della formazione nell’Università è il punto d’arrivo di un decennio di battaglie portate avanti da tutta la professione per adeguare i percorsi formativi al ruolo di grande responsabilità svolto dagli infermieri in ogni struttura del sistema sanitario italiano e per entrare a pieno titolo in Europa. Questa esigenza si integra perfettamente con il complessivo disegno di riforma dell’Università, varato nel 1990, che istituisce anche nel nostro Paese le “lauree brevi”. Alla fine del 1992 viene emanato il Dlgs 502 (poi 517) che, oltre a definire le competenze dell’Università, delle Regioni e delle Aziende del Ssn in materia di formazione infermieristica, stabilisce come requisito per l’accesso alle scuole a ai corsi il possesso del diploma di scuola secondaria superiore di secondo grado di durata quinquennale. La nuova norma si prefigge di salvaguardare il patrimonio di esperienza didattica delle precedenti Scuole, prevedendo l’accreditamento delle sedi idonee con l’Università. Nel 1996/97 il periodo di transizione al nuovo sistema formativo si conclude con il passaggio definitivo di tutta la formazione di base in ambito universitario. Sul diploma, accanto alla firma del Responsabile del corso, figura ora quella del Rettore dell’Università.

Il 1° luglio del 1994, per le strade di Roma sfilano 50mila lavoratori della sanità, infermieri professionali per la gran parte. Una manifestazione che chiedeva più attenzione per il sistema sanitario pubblico, in anni in cui la ricetta privatistica sembrava la soluzione di ogni problema, e soprattutto interventi per una migliore qualificazione delle professioni sanitarie, ovvero i nuovi profili professionali sui quali si discuteva da tempo ma che tardavano ad arrivare.

Ma il lungo corteo romano rappresentò anche un momento di passaggio fondamentale per la costruzione di una nuova e più forte identità professionale: striscioni, cartelli, migliaia di palloncini mostrarono a tutti che gli infermieri di oggi erano lontani e diversi dagli stereotipi del passato.Tutti gli slogan ruotavano intorno a questa consapevolezza: “Infermiere qualificato, paziente tutelato”, “Vogliamo migliorare per assistere e curare”, ed anche, in una polemica ironica ma non priva di fondamento, “Signor dottore ho commesso un gran reato, ho pensato, ho pensato”. Senza dimenticare anche gli obiettivi immediati: “Costa, Costa, vogliamo una risposta”. E la risposta arrivò rapidamente, perché pochi mesi dopo, a settembre, l’allora ministro della Sanità Raffaele Costa firmò il decreto ministeriale che definiva ruolo e funzioni degli infermieri professionali.

Il profilo professionale è la pietra miliare nel processo di professionalizzazione dell’attività infermieristica. Il decreto ministeriale 739/94 riconosce l’infermiere responsabile dell’assistenza generale infermieristica, precisa la natura dei suoi interventi, gli ambiti operativi, la metodologia del lavoro, le interrelazioni con gli altri operatori, gli ambiti professionali di approfondimento culturale e operativo, le cinque aree della formazione specialistica (sanità pubblica, area pediatrica, salute mentale/psichiatria, geriatria, area critica).

Il profilo disegnato dal decreto è quello di un professionista intellettuale, competente, autonomo e responsabile. Analoga definizione dei campi di attività e delle competenze verrà successivamente stabilita anche per l’infermiere pediatrico (Dm 70/97) e per altri 20 profili professionali, tra cui figurano quello dell’assistente sanitario, dell’ostetrica, del terapista della riabilitazione, del tecnico di laboratorio ecc. L’attivazione del profilo si presenta come il banco di prova per verificare la compliance tra le aspirazioni e le potenzialità degli infermieri, che sono chiamati ad assumere – anche formalmente – la responsabilità di gestire autonomamente il processo assistenziale, dal momento decisionale a quello attuativo, valutativo e di confronto.

Non più “professione sanitaria ausiliaria”: finalmente questa anacronistica e impropria definizione attribuita agli infermieri viene definitivamente cancellata da una legge dello Stato. La legge 42/99 (Disposizioni in materia di professioni sanitarie) sancisce che il campo proprio di attività e di responsabilità della professione infermieristica è determinato dai contenuti del decreto istitutivo del profilo, dagli ordinamenti didattici dei rispettivi corsi di diploma universitario e di formazione post base, nonché dai Codici deontologici che la professione si dà.

A fissare gli ultimi tasselli al percorso di riordino della professione è la 251/2000 (Disciplina delle professioni sanitarie infermieristiche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione nonché della professione ostetrica). Questa legge stabilisce che gli infermieri in possesso dei titoli di studio rilasciati con i precedenti ordinamenti possono accedere alla laurea di secondo livello in Scienze infermieristiche.

Passa così, dopo una lunga battaglia della Federazione Ipasvi, il principio dell’equipollenza dei titoli ai fini della prosecuzione degli studi. Ma l’importanza della 251 consiste soprattutto nel riconoscimento “formale” della dirigenza: per gli infermieri si aprono così le porte per l’accesso alla nuova qualifica unica di dirigente del ruolo sanitario. In attesa dell’entrata a regime della specifica disciplina concorsuale, disposizioni transitorie stabiliscono che le Aziende sanitarie possono comunque procedere all’attribuzione degli incarichi di dirigente dei Servizi dell’assistenza infermieristica e ostetrica “attraverso idonea procedura selettiva tra i candidati in possesso di requisiti di esperienza e qualificazione professionale predeterminati”. A tali figure sono attribuite la responsabilità e la gestione delle attività di assistenza infermieristica e delle connesse funzioni, nonché la revisione dell’organizzazione del lavoro incentivando modelli di assistenza personalizzata.

I decreti del 2 aprile del 2001 sulla determinazione delle classi di laurea delle professioni sanitarie si inquadrano nel generale processo di riforma dell’Università, che va avanti per armonizzarsi con lo scenario europeo: i corsi di diploma universitario per infermiere si trasformano così in laurea triennale e viene prevista la laurea specialistica nelle Scienze infermieristiche e ostetriche, a cui accedere sulla base dei crediti acquisiti nella formazione di base.

Nella specifica classe di laurea riservata alle professioni sanitarie infermieristiche e alla professione sanitaria ostetrica sono collocati i profili dell’infermiere, dell’ostetrica e dell’infermiere pediatrico.

Il 2002 si apre con l’emanazione di una legge che riguarda gli infermieri, la n. 1 dell’8 gennaio (Conversione in legge, con modificazioni del decreto legge 12 novembre 2001, n. 402, recante disposizioni urgenti in materia di personale sanitario). Il provvedimento, nato sulla spinta dell’emergenza infermieristica, in realtà fissa alcuni principi di carattere più generale:

– riconosce agli infermieri dipendenti del Ssn la possibilità di svolgere attività libero-professionale all’interno delle strutture della loro Amministrazione per garantire attraverso “prestazioni aggiuntive … gli standard assistenziali nei reparti di degenza e l’attività delle sale operatorie”;

– prevede la possibilità di riammettere in servizio infermieri che abbiano volontariamente risolto il rapporto di lavoro, stipulando contratti a tempo determinato;

– definisce le funzioni dell’operatore socio-sanitario, ribadendo che esso svolge le sue attività “conformemente alle direttive del responsabile dell’assistenza infermieristica od ostetrica o sotto la sua supervisione”;

– valorizza la formazione complementare e attribuisce valore di titolo valutabile ai fini della carriera ai Master e agli altri corsi post base.

Con decreto del 9 luglio 2004 il Miur fissa le modalità e i contenuti delle prove di ammissione ai corsi di laurea specialistica in Scienze infermieristiche e con decreto del 27 luglio definisce i posti per le immatricolazioni. Il 1° ottobre, con un ulteriore decreto, riconosce ai fini dell’ammissione “in deroga al superamento dell’apposita prova” la posizione degli infermieri già in possesso dei titoli rilasciati dalle Scuole dirette a fini speciali e titolari, da almeno due anni, dell’incarico di direttore dei Servizi infermieristici o di direttore o coordinatore dei corsi di Laurea.

Così, nell’anno accademico 2004-2005  la Laurea specialistica diventa finalmente una realtà concreta e i corsi partono in 15 Atenei italiani.

Un obiettivo che la Federazione e i Collegi Ipasvi hanno perseguito con tenacia, con il fine di offrire agli infermieri la possibilità di intraprendere percorsi formativi sempre più articolati e diversificati, che li rendano protagonisti attivi e competenti di un mondo sanitario in continuo sviluppo.

La Laurea specialistica (o magistrale) non è una tappa formativa obbligatoria, ma un’opportunità per gli infermieri che intendano acquisire il livello professionale necessario ad esercitare specifiche funzioni nell’area clinico-assistenziale avanzata, nella gestione, nella formazione e nella ricerca.

 

Partono i primi dottorati in Scienze infermieristiche: è la tappa che completa il percorso accademico della professione infermieristica nel nostro Paese.

Il conseguimento dell’importante obiettivo si deve alla sensibilità di alcune prestigiose Università, ma anche al sostegno della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi concretizzatosi, nella fase conclusiva, con il finanziamento di alcune borse di studio.

Il primo bando ad essere pubblicato è stato quello dell’Università romana di Tor Vergata, a cui ben presto si è aggiunta Firenze.

 

MILANO MICHELE

sanità

SANITA’, COORDINAMENTO FI PROVINCIA DI ROMA: “A LAVORO PER UNA SANITA’ A MISURA DI CITTADINO”

“Ieri si è svolto a Roma il tavolo tecnico, convocato dal Coordinamento Sanità FI Provincia di Roma, guidato da Filippo Fordellone, a cui hanno preso parte il consigliere regionale del Lazio e coordinatore FI Provincia di Roma, Adriano Palozzi, e il senatore di Forza Italia, Francesco Aracri. Presenti autorevoli professionisti del comparto sanitario: Gianfranco Sorgente igienista dentale, Antonio Domenichetti radiologo, Daniele Maria Panichelli fisico medico, Patrizia Pellegrini Naturopata, Federica Rendo odontoiatra, Alessandro Spalletta commercialista, Francesco Di Mattia farmacista,  Francesco Maria Milella laureando in medicina, e Aldo Marsico medico del 118. “Insieme abbiamo fatto il punto sulle criticità e sulle problematiche della sanità nella nostra regione, individuando al contempo le possibili soluzioni per risollevare un comparto oggi in forte crisi – ha spiegato Filippo Fordellone -. Ringrazio il consigliere Palozzi e il senatore Aracri per aver presenziato a questo incontro”.

Un incontro importante e utile, durante il quale gli autorevoli relatori – professionisti che ogni giorno vivono sul campo le criticità sanitarie – hanno sottolineato la necessità di costituire un nuovo modello di gestione delle cure, della prevenzione e delle prestazioni: “Un modello più dinamico, concreto, efficiente e snello, che soddisfi in qualità e quantità la richiesta dell’utenza, del paziente. Un modello nuovo per una sanità realmente a misure di cittadino – hanno aggiunto Palozzi e Aracri -. Un modello radicalmente opposto alle politiche, adottate in questi 5 anni dal presidente Zingaretti: politiche fatte di tagli lineari, di chiusura dei reparti, riduzione dei servizi e promesse non mantenute. Tipo le case della salute, il vero fallimento del centrosinistra regionale”. Il tavolo di esperti e professionisti, coordinati da Fordellone, continuerà il ciclo di incontri e nelle prossime settimane produrrà un documento con proposte precise e suggerimenti mirati all’implementazione e al miglioramento della sanità del Lazio.

NIGUARDA PRESENTAZIONE ATTIVITA_ PRELIEVO E TRAPIANTOD_ ORGANO E

SANITA’, PALOZZI(FI): “INCREMENTARE CENTRI DI RIABILITAZIONE PIANO PERINEALE”

“In sanità esistono problematiche delicate, complesse e spesso non adeguatamente pubblicizzate sui media, come l’incontinenza urinaria, che tuttavia incidono in modo profondamente negativo sulla qualità di vita del paziente. Pur interessando circa 5 milioni di cittadini nel Paese, rimane ancora oggi un problema sanitario e sociale di enorme importanza, nonostante sia trattabile e spesso curabile. Tra le diverse modalità di trattamento, la riabilitazione del piano perineale, pur rappresentando una forma di prevenzione e cura riconosciuta a livello internazionale e presente nelle principali linee guida urologiche, è ancora una terapia di “nicchia”. Si prenda Roma, ad esempio, dove l’offerta di riabilitazione perineale è oggettivamente carente, soprattutto nel sesso maschile, sia nelle strutture centrali, ospedaliere e universitarie, sia in quelle periferiche presenti sul territorio. L’incontinenza urinaria è uno delle condizioni per le quali il servizio sanitario spende di più in termini di presidi e visite specialistiche, ma non solo: le limitazioni che crea nelle relazioni sociali e nella stessa produttività delle persone colpite la rendono a pieno titolo una vera e propria patologia sociale. Inoltre, i tempi di attesa sono purtroppo decisamente lunghi se si considera, a titolo di esempio, che presso il Nuovo Regina Margherita, centro di riferimento col il maggior numero di pazienti trattati nella nostra Regione, bisogna attendere, per le sedute di ginnastica di gruppo, più di 3 mesi per gli uomini e un anno per le donne mentre si arriva a un anno e a due anni, rispettivamente, per le sedute individuali con l’elettrostimolazione. Appare chiaro dunque che la Regione Lazio deve fare molto di più, comprendendo la necessità di un network assistenziale moderno, uniforme e coordinato al suo interno e con i centri ospedalieri cittadini e regionali, alla luce soprattutto della recente integrazione della rieducazione del piano perineale nei Lea”.

 

sanità

Un calendario d’autore per raccontare la malasanità nel Lazio

Un calendario choc. Ma dalla denuncia nasce una iniziativa: Il ricavato delle vendite devoluto per un progetto per gli abitanti del territorio reatino martoriato dal sisma dell’agosto 2016.

Scarafaggi nei reparti. Servizi igienici indecenti. Sovraffollamento degli spazi ospedalieri. Sono soltanto alcuni degli scatti contenuti nel calendario denuncia “Sanità in codice rosso”, patrocinato dall’Assi Onlus e realizzato dalla fotografa Tiziana Luxardo. Non bastano dodici mesi per denunciare tutti i mali della sanita laziale, sono sufficienti però per dare un’idea dei problemi che quotidianamente vivono operatori del settore e cittadini. Problemi che riguardano tutti, perché tutti noi possiamo aver bisogno di un pronto soccorso o in un reparto di ospedale. Preferiamo non pensarci, perché la malattia fa paura ma tutti noi una volta – o per una visita a un parente o per altro – abbiamo varcato quelle soglie. E non è stato piacevole. Come appunto non è piacevole non è sfogliare il 2018, ammirando nella drammaticità gli scatti di autore – tratti da notizie di cronaca e da sopralluoghi nelle strutture ospedaliere – dell’artista Luxardo. Già al terzo mese dell’anno avete chiare tutte le contraddizioni, le carenze, i disservizi, la disperazione di operatori e pazienti. A Dicembre avrete netta la sensazione di essere stati colpiti con un pugno nello stomaco.

“Era ed e’ proprio questo l’obiettivo – spiega Paolo Dominici, vicepresidente della Onuls e segretario regionale con delega, tra le altre, alla sanità – Carpire in quegli scatti alcune criticità del nostro servizio sanitario, rappresenta infatti uno strumento per dare voce a chi nella sanità ci lavora e  chi della sanità ha bisogno. La nostra è una provocazione, una energica provocazione, un modo per sensibilizzare le istituzioni affinché qualcosa effettivamente migliori”.

Ma c’è altro. L’Assi Onlus da questa denuncia trae linfa per mettere in campo progetti di solidarietà concrteti. “Infatti – conclude Dominici – il ricavato delle vendite del calendario sarà interamente devoluto direttamemte agli abitanti meno abbienti di un paesino del reatino colpito dal sisma dello scorso anno. Stiamo scegliendo una realtà che fino ad oggi è rimasta esclusa dal circuito mediatico, ma dove il sisma ha avuto gli stessi effetti  che hanno sconvolto la vita all’intera comunità”.

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SPORT, CAMMINARE, CORRERE, NUOTARE ALMENO TRE VOLTE ALLA SETTIMANA: L’ATTIVITA’ FISICA ALLUNGA LA VITA E PREVIENE LA MORTE IMPROVVISA

Sport sì o no? Con quale frequenza? E quale tipo di sport? L’argomento è stato molto discusso fino a oggi, ma adesso i cardiologi di tutto il mondo sono concordi: almeno tre volte alla settimana, bisogna camminare, correre o nuotare per fare stare bene il cuore e per assicurarci una vita più longeva. Anche senza esagerare, perché per raggiungere questi e altri obiettivi è necessario camminare a passo sostenuto con regolarità settimanale. E farlo sempre, fino a tarda età per verificare i benefici sul piano respiratorio, cardiologico, ortopedico e, non ultimo, psicologico. Tuttavia, non senza uno screening preventivo delle condizioni di salute, ciò al fine di prevenire la morte improvvisa, un problema cardiaco apparentemente poco visibile, ma che, nella realtà, si manifesta in eventi inaspettati e drammatici che coinvolgono soggetti di ogni età.

A discuterne, in cinque diverse sezioni di PLACE, il summit di settore che richiamerà a Roma oltre 3 mila cardiologi di fama internazionale, ci saranno, insieme i professori Fiorenzo GAITA e Leonardo CALÒ, presidenti del Congresso, cardiologi di fama mondiale come, tra gli altri:

il prof. Fabio PIGOZZI, Rettore dell’Università Foro Italico di Roma, tra i massimi esperti di doping e di identificazione di sostanze dopanti particolarmente complesse;

il prof. Domenico CORRADO, Ordinario dell’Università di Padova per le tematiche relative alla morte improvvisa nello sport;

il prof. Sanjay SHARMA dell’Università St.George di Londra, esperto delle tematiche connesse alla morte improvvisa.

 

La cardiologia dello sport sarà trattata in cinque sessioni a Palazzo Colonna:

 

Giovedì 23 novembre: ore 12:10 e 17:05, Sala Plenaria; ore 14:30, Sala Marinetti; ore 18:25, Sala delle Sculture.

Venerdì 24 novembre: ore 15:50, Sala Plenaria.

 

NIGUARDA PRESENTAZIONE ATTIVITA_ PRELIEVO E TRAPIANTOD_ ORGANO E

L’INFERMIERE COS’è MA SOPRATTUTTO CHI è? DAL 1955 AL 2006 ECCO GLI STEP STORICI DELLA NOSTRA PROFESSIONE CHE NASCE COME PROFESSIONE “IN ROSA”

”L’infermiere è un professionista sanitario dell’area delle scienze infermieristiche,che secondo i requisiti previsti dalla normativa è responsabile dell’assistenza infermieristica generale in Italia (Decreto Ministeriale n. 739/1994) e nel resto di Europa con le direttive Europee 2005/36 e 2006/100.”………..

È il 1955, gli italiani allontanano i ricordi della guerra e si preparano, senza saperlo, agli anni del boom economico. In questo clima nascono i Collegi delle infermiere professionali, vigilatrici d’infanzia e assistenti sanitarie visitatrici, voluti da un decreto governativo dell’ottobre 1954. E voluti soprattutto da quelle operatrici della sanità consapevoli di essere preziose, ma che non avevano ancora ottenuto uno specifico riconoscimento professionale, poiché il decreto del 1946 sulle professioni sanitarie si era limitato a ripristinare gli Ordini dei medici chirurghi, dei veterinari dei farmacisti e ad istituire i Collegi delle ostetriche. Da questo momento in poi i Collegi e la Federazione Ipasvi avranno un continuo sviluppo, registrando tutte le tappe della crescita e dei cambiamenti che hanno visto protagonista la professione infermieristica. Un primo passo importante fu convincere le infermiere, le assistenti sanitarie visitatrici e le vigilatrici d’infanzia, religiose e laiche, ad iscriversi negli Albi professionali: i dati registrati nel 1959, in occasione del Censimento nazionale degli esercenti le professioni sanitarie, mostrano i buoni risultati raggiunti, ma segnalano anche il perdurare di alcune difficoltà.Più benessere più possibilità di movimento, anche grazie al diffondersi delle automobili. Così finalmente la Federazione dei Collegi Ipasvi per il Paese e vi può indire il suo primo Congresso nazionale, svoltosi a Roma dal 31 maggio al 2 giugno del 1965.

La sede scelta per la cerimonia inaugurale fu il Palazzo degli Uffici all’Eur e registrò la partecipazione di tutte le “massime autorità religiose, militari e civili”, come recitavano abitualmente i giornali dell’epoca. Anche se le fotografie sembrano raccontarci una realtà molto rigida e formale, il discorso di apertura dell’allora presidente Laura Sterbini Gaviglio non fu affatto rituale: ripercorrendo le tappe dei dieci anni di vita dei Collegi, sottolineò tutte le difficoltà con le quali la professione si doveva confrontare, dalla mancanza di scuole statali e gratuite per la formazione, ai problemi di inquadramento contrattuale, alla più generale difesa della dignità della professione infermieristica, concludendo con l’affermazione di essere ormai in tempi “maturi per il raggiungimento di un sistema di sicurezza sociale”.

“Estensione al personale maschile dell’esercizio della professione di infermiere professionale”: recita così la legge n. 124 del 25 febbraio 1971, con la quale si sancisce una vera rivoluzione nel mondo infermieristico. La storia della professione era stata fino a questo momento esclusivo appannaggio delle donne: una santa per proteggerle, quella matrona Fabiola che si dedicava all’assistenza nell’antica Roma, una donna come modello ideale, ovvero Florence Nightingale, e poi tante altre donne negli ospedali, nelle visite igieniche alle zone più difficili del Paese, nell’assistenza all’infanzia. Il lavoro infermieristico, visto come “ausiliario” e “vocazionale”, era giudicato particolarmente adatto alle donne e soprattutto alle religiose, che furono per molti anni la maggior parte del corpo infermieristico.

Una situazione che produceva, come conseguenza forse non voluta, la curiosa “anticipazione” di un protagonismo femminile anche in ruoli di vertice, si pensi ad esempio alle due rappresentanti infermieristiche chiamate, di diritto, nel 1957 a far parte del Consiglio superiore di Sanità. Ma lo sviluppo della società porta progressivamente ad una radicale trasformazione del ruolo delle infermiere, che acquistano sempre più competenza e autonomia professionale.

Dunque, anche per ragioni di equità sociale, la professione non può più essere preclusa agli uomini, ai quali oltretutto era invece già consentita la funzione di infermiere generico (e proprio sulla distinzione tra infermiere professionale e infermiere generico si aprirà un non facile dibattito tra i legislatori, interessati a reclutare personale, e i Collegi Ipasvi, preoccupati della tutela di una qualificazione professionale acquisita attraverso molti anni di studio). L’immissione degli uomini nei ruoli professionali produrrà anche un’accelerazione del cambiamento dei percorsi formativi, a cominciare dai Convitti che dovranno derogare all’internato per i nuovi allievi.

L’Italia recepisce l’Accordo europeo sull’istruzione e formazione degli infermieri professionali (legge 15 novembre 1973, n. 795). Si tratta di una tappa importante nella storia della professione infermieristica: il documento sarà il punto di riferimento di tutto il processo di riordino normativo che si svilupperà dagli anni Settanta ad oggi.

L’Accordo di Strasburgo indica infatti i punti essenziali per una revisione dei programmi d’insegnamento e definisce la funzione educativa del tirocinio pratico degli allievi. Per uniformarsi alle indicazioni europee, che prevedono 4600 ore di insegnamento, saranno elaborati nuovi programmi di studio e la durata dei corsi passerà da due a tre anni. L’obiettivo è duplice: far crescere la qualità della formazione e consentire la possibilità per gli infermieri di lavorare nei vari Stati firmatari dell’Accordo.

A definire il campo delle attività e le competenze degli infermieri nel 1974 interviene il Dpr 225, il cosiddetto “mansionario”, che modifica le precedenti norme di regolamentazione della professione risalenti al lontano 1940.

La riforma del Servizio sanitario, che vedrà la luce nel 1978 con l’approvazione della 833, è preceduta da un lungo periodo preparatorio in cui si pone mano al riordino delle attività delle professioni sanitarie. Nel complesso il “nuovo” mansionario viene accolto con favore dagli organismi di rappresentanza della professione che, pur sottolineandone alcune contraddizioni, al momento dell’emanazione lo considerano una tappa importante del processo evolutivo dell’assistenza infermieristica.

Il testo tende a stabilire un diverso approccio con l’assistito, non più visto solo come un malato con dei problemi clinici, ma come una persona che esprime bisogni psichici, fisici e sociali. In questa logica diventano fondamentali gli aspetti relazionali dell’attività infermieristica, che viene valorizzata nelle sue funzioni, come evidenzia la stessa terminologia che viene usata nel Dpr. Ad esempio, il termine “eseguire”, presente nel dettato normativo precedente, viene quasi sempre corretto con “programmare” e “promuovere … iniziative”; inoltre viene introdotto il termine “coordinare” e soppresso “dipendere”.

Il mansionario estende il campo di attività infermieristica dall’ospedale ai servizi di sanità pubblica e abbraccia i settori della prevenzione, della cura, della riabilitazione e dell’assistenza sanitaria. Viene riconosciuto anche il ruolo didattico dell’infermiere in rapporto all’assistito e alle famiglie, ma anche nei confronti di altri operatori e degli allievi.

In sintesi con il Dpr 225 l’infermiere acquista una propria caratterizzazione professionale più adeguata ai tempi, a cui corrispondono il riconoscimento di una certa autonomia operativa e precise responsabilità relative alle attività individuate dal legislatore come specifiche: un elenco destinato, comunque, a invecchiare ben presto nell’impatto con le trasformazioni indotte dal progresso scientifico e tecnologico.

Nel 1978 a dieci giorni dal Natale, presidente del Consiglio Giulio Andreotti, ministro della Sanità Tina Anselmi – uno schieramento parlamentare vastissimo, che in tempi recenti si è potuto rivedere solo in occasione dell’elezione di Ciampi a Presidente della Repubblica, dopo anni di dibattiti e scontri diceva sì all’istituzione di un Servizio sanitario nazionale pubblico con i soli voti contrari del Movimento sociale, del Partito Liberale e l’astensione dei repubblicani (in tutto meno del 15% degli elettori dell’epoca). Con una maggioranza quasi plebiscitaria, quindi, anche l’Italia entrava nel club di quei Paesi che avevano scelto di dotarsi di un sistema nazionale di tutela della salute ponendo la prevenzione, la cura e la riabilitazione delle malattie tra i primi compiti della Repubblica.

Le vecchie mutue, caratterizzate da evidenti sperequazioni tra le diverse categorie di assistiti, lasciavano il posto alle Usl, Unità sanitarie locali, che assumevano a proprio carico tutte le competenze in materia di assistenza sanitaria. Il finanziamento del sistema sarà assicurato dalla fiscalità generale (ma occorrerà attendere quasi un ventennio prima dell’effettiva fiscalizzazione dei vecchi contributi malattia) e viene istituito il Fondo sanitario nazionale che entra a far parte di un apposito capitolo di spesa del Ministero del Tesoro.

La riforma del 1978 sarà oggetto di moltissimi provvedimenti di modifica e integrazione, culminati nella prima grande riforma della riforma (quella del biennio 1992/93) che trasformò le Usl in “Aziende sanitarie locali” dotate di autonomia giuridica dando il via alla cosiddetta “aziendalizzazione” del sistema e dalla “riforma ter” (più nota come riforma Bindi dal ministro della sanità che la mise a punto) varata nel 1999, ma rimasta in gran parte ancora inattuata, soprattutto a causa del cambio di maggioranza seguito alle elezioni politiche del 2001 e dal contemporaneo avvio della riforma federalista dello Stato che ha rafforzato ulteriormente il ruolo delle Regioni nel governo della sanità.

Sono circa mille i primi studenti che nell’anno accademico 1992/93 varcano le soglie dell’Università per frequentare i corsi di diploma universitario per infermiere, avviati in 18 Atenei italiani. L’ingresso della formazione nell’Università è il punto d’arrivo di un decennio di battaglie portate avanti da tutta la professione per adeguare i percorsi formativi al ruolo di grande responsabilità svolto dagli infermieri in ogni struttura del sistema sanitario italiano e per entrare a pieno titolo in Europa. Questa esigenza si integra perfettamente con il complessivo disegno di riforma dell’Università, varato nel 1990, che istituisce anche nel nostro Paese le “lauree brevi”. Alla fine del 1992 viene emanato il Dlgs 502 (poi 517) che, oltre a definire le competenze dell’Università, delle Regioni e delle Aziende del Ssn in materia di formazione infermieristica, stabilisce come requisito per l’accesso alle scuole a ai corsi il possesso del diploma di scuola secondaria superiore di secondo grado di durata quinquennale. La nuova norma si prefigge di salvaguardare il patrimonio di esperienza didattica delle precedenti Scuole, prevedendo l’accreditamento delle sedi idonee con l’Università. Nel 1996/97 il periodo di transizione al nuovo sistema formativo si conclude con il passaggio definitivo di tutta la formazione di base in ambito universitario. Sul diploma, accanto alla firma del Responsabile del corso, figura ora quella del Rettore dell’Università.

Il 1° luglio del 1994, per le strade di Roma sfilano 50mila lavoratori della sanità, infermieri professionali per la gran parte. Una manifestazione che chiedeva più attenzione per il sistema sanitario pubblico, in anni in cui la ricetta privatistica sembrava la soluzione di ogni problema, e soprattutto interventi per una migliore qualificazione delle professioni sanitarie, ovvero i nuovi profili professionali sui quali si discuteva da tempo ma che tardavano ad arrivare.

Ma il lungo corteo romano rappresentò anche un momento di passaggio fondamentale per la costruzione di una nuova e più forte identità professionale: striscioni, cartelli, migliaia di palloncini mostrarono a tutti che gli infermieri di oggi erano lontani e diversi dagli stereotipi del passato.Tutti gli slogan ruotavano intorno a questa consapevolezza: “Infermiere qualificato, paziente tutelato”, “Vogliamo migliorare per assistere e curare”, ed anche, in una polemica ironica ma non priva di fondamento, “Signor dottore ho commesso un gran reato, ho pensato, ho pensato”. Senza dimenticare anche gli obiettivi immediati: “Costa, Costa, vogliamo una risposta”. E la risposta arrivò rapidamente, perché pochi mesi dopo, a settembre, l’allora ministro della Sanità Raffaele Costa firmò il decreto ministeriale che definiva ruolo e funzioni degli infermieri professionali.

Il profilo professionale è la pietra miliare nel processo di professionalizzazione dell’attività infermieristica. Il decreto ministeriale 739/94 riconosce l’infermiere responsabile dell’assistenza generale infermieristica, precisa la natura dei suoi interventi, gli ambiti operativi, la metodologia del lavoro, le interrelazioni con gli altri operatori, gli ambiti professionali di approfondimento culturale e operativo, le cinque aree della formazione specialistica (sanità pubblica, area pediatrica, salute mentale/psichiatria, geriatria, area critica).

Il profilo disegnato dal decreto è quello di un professionista intellettuale, competente, autonomo e responsabile. Analoga definizione dei campi di attività e delle competenze verrà successivamente stabilita anche per l’infermiere pediatrico (Dm 70/97) e per altri 20 profili professionali, tra cui figurano quello dell’assistente sanitario, dell’ostetrica, del terapista della riabilitazione, del tecnico di laboratorio ecc. L’attivazione del profilo si presenta come il banco di prova per verificare la compliance tra le aspirazioni e le potenzialità degli infermieri, che sono chiamati ad assumere – anche formalmente – la responsabilità di gestire autonomamente il processo assistenziale, dal momento decisionale a quello attuativo, valutativo e di confronto.

Non più “professione sanitaria ausiliaria”: finalmente questa anacronistica e impropria definizione attribuita agli infermieri viene definitivamente cancellata da una legge dello Stato. La legge 42/99 (Disposizioni in materia di professioni sanitarie) sancisce che il campo proprio di attività e di responsabilità della professione infermieristica è determinato dai contenuti del decreto istitutivo del profilo, dagli ordinamenti didattici dei rispettivi corsi di diploma universitario e di formazione post base, nonché dai Codici deontologici che la professione si dà.

A fissare gli ultimi tasselli al percorso di riordino della professione è la 251/2000 (Disciplina delle professioni sanitarie infermieristiche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione nonché della professione ostetrica). Questa legge stabilisce che gli infermieri in possesso dei titoli di studio rilasciati con i precedenti ordinamenti possono accedere alla laurea di secondo livello in Scienze infermieristiche.

Passa così, dopo una lunga battaglia della Federazione Ipasvi, il principio dell’equipollenza dei titoli ai fini della prosecuzione degli studi. Ma l’importanza della 251 consiste soprattutto nel riconoscimento “formale” della dirigenza: per gli infermieri si aprono così le porte per l’accesso alla nuova qualifica unica di dirigente del ruolo sanitario. In attesa dell’entrata a regime della specifica disciplina concorsuale, disposizioni transitorie stabiliscono che le Aziende sanitarie possono comunque procedere all’attribuzione degli incarichi di dirigente dei Servizi dell’assistenza infermieristica e ostetrica “attraverso idonea procedura selettiva tra i candidati in possesso di requisiti di esperienza e qualificazione professionale predeterminati”. A tali figure sono attribuite la responsabilità e la gestione delle attività di assistenza infermieristica e delle connesse funzioni, nonché la revisione dell’organizzazione del lavoro incentivando modelli di assistenza personalizzata.

I decreti del 2 aprile del 2001 sulla determinazione delle classi di laurea delle professioni sanitarie si inquadrano nel generale processo di riforma dell’Università, che va avanti per armonizzarsi con lo scenario europeo: i corsi di diploma universitario per infermiere si trasformano così in laurea triennale e viene prevista la laurea specialistica nelle Scienze infermieristiche e ostetriche, a cui accedere sulla base dei crediti acquisiti nella formazione di base.

Nella specifica classe di laurea riservata alle professioni sanitarie infermieristiche e alla professione sanitaria ostetrica sono collocati i profili dell’infermiere, dell’ostetrica e dell’infermiere pediatrico.

Il 2002 si apre con l’emanazione di una legge che riguarda gli infermieri, la n. 1 dell’8 gennaio (Conversione in legge, con modificazioni del decreto legge 12 novembre 2001, n. 402, recante disposizioni urgenti in materia di personale sanitario). Il provvedimento, nato sulla spinta dell’emergenza infermieristica, in realtà fissa alcuni principi di carattere più generale:

– riconosce agli infermieri dipendenti del Ssn la possibilità di svolgere attività libero-professionale all’interno delle strutture della loro Amministrazione per garantire attraverso “prestazioni aggiuntive … gli standard assistenziali nei reparti di degenza e l’attività delle sale operatorie”;

– prevede la possibilità di riammettere in servizio infermieri che abbiano volontariamente risolto il rapporto di lavoro, stipulando contratti a tempo determinato;

– definisce le funzioni dell’operatore socio-sanitario, ribadendo che esso svolge le sue attività “conformemente alle direttive del responsabile dell’assistenza infermieristica od ostetrica o sotto la sua supervisione”;

– valorizza la formazione complementare e attribuisce valore di titolo valutabile ai fini della carriera ai Master e agli altri corsi post base.

Con decreto del 9 luglio 2004 il Miur fissa le modalità e i contenuti delle prove di ammissione ai corsi di laurea specialistica in Scienze infermieristiche e con decreto del 27 luglio definisce i posti per le immatricolazioni. Il 1° ottobre, con un ulteriore decreto, riconosce ai fini dell’ammissione “in deroga al superamento dell’apposita prova” la posizione degli infermieri già in possesso dei titoli rilasciati dalle Scuole dirette a fini speciali e titolari, da almeno due anni, dell’incarico di direttore dei Servizi infermieristici o di direttore o coordinatore dei corsi di Laurea.

Così, nell’anno accademico 2004-2005  la Laurea specialistica diventa finalmente una realtà concreta e i corsi partono in 15 Atenei italiani.

Un obiettivo che la Federazione e i Collegi Ipasvi hanno perseguito con tenacia, con il fine di offrire agli infermieri la possibilità di intraprendere percorsi formativi sempre più articolati e diversificati, che li rendano protagonisti attivi e competenti di un mondo sanitario in continuo sviluppo.

La Laurea specialistica (o magistrale) non è una tappa formativa obbligatoria, ma un’opportunità per gli infermieri che intendano acquisire il livello professionale necessario ad esercitare specifiche funzioni nell’area clinico-assistenziale avanzata, nella gestione, nella formazione e nella ricerca.

 

Partono i primi dottorati in Scienze infermieristiche: è la tappa che completa il percorso accademico della professione infermieristica nel nostro Paese.

Il conseguimento dell’importante obiettivo si deve alla sensibilità di alcune prestigiose Università, ma anche al sostegno della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi concretizzatosi, nella fase conclusiva, con il finanziamento di alcune borse di studio.

Il primo bando ad essere pubblicato è stato quello dell’Università romana di Tor Vergata, a cui ben presto si è aggiunta Firenze.

MILANO MICHELE

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Il Processo di assistenza infermieristica

Il processo di nursing è un modello logico e si basa sulla metodologia scientifica del problem-solving presentando una sequenza logica di diverse fasi:

  • La raccolta dati
  • il processo diagnostico
  • la formulazione diagnosi infermieristica
  • la definizione degli obiettivi specifici del paziente
    • La pianificazione
  • l’individuazione degli interventi infermieristici più idonei
    • L’attuazione degli interventi
    • La valutazione

Il processo diagnostico, è l’insieme delle competenze che l’infermiere acquisisce allo scopo di formulare un giudizio clinico circa i problemi di salute di competenza infermieristica. È opportuno precisare, ancora una volta, il particolare significato che si attribuisce in ambito infermieristico al termine “diagnosi”: se nella patologia indica “l’inserimento di un quadro clinico o sintomatico nel sistema della scienza medica ordinata in senso tassonomico”, nell’assistenza infermieristica con esso ci si riferisce all’individuazione, in ragione degli assunti di un modello concettuale dell’assistenza infermieristica e nel rispetto dei criteri fissati dal metodo adottato, dei problemi di salute attribuiti allo specifico infermieristico, non affatto coincidenti con le malattie conosciute e classificate dalla scienza medica. L’intervento specialistico realizzato dall’infermiere, cioè la scelta e l’attuazione di azioni infermieristiche in risposta a bisogni identificati, deve essere inquadrato in un processo di indagine, realizzato a partire da una raccolta di informazioni e da una loro classificazione. La situazione entro cui si sviluppa il processo diagnostico richiede innanzitutto che si comprenda la persona assistita nella sua integrità. Infatti i bisogni, così come gli altri aspetti utili alla pianificazione dell’assistenza infermieristica (l’eventuale malattia, le aspettative di salute, il background familiare e sociale, ecc.), non possono essere analizzati come realtà indipendenti. All’infermiere, per la particolarità dei bisogni ai quali risponde, interessa la persona in sé, nella sua totalità e non un unico organo o apparato o un aspetto particolare del carattere o del temperamento della persona. Tale interesse, tuttavia, non deve contravvenire alla necessità di una rigorosa selezione delle informazioni. La particolare natura del bisogno di assistenza infermieristica richiede la raccolta di dati quantitativi e qualitativi. L’identificazione di un bisogno di assistenza infermieristica si fonda infatti sia sulla misurazione di segni appartenenti alla dimensione bio-fisiologica (ad esempio, la quantità di zuccheri assunta in un dato intervallo di tempo), sia sulla raccolta di informazioni appartenenti alle dimensioni psicologica e socioculturale (ad esempio, gli stili e le abitudini alimentari culturalmente appresi). Il processo diagnostico comprende lo studio delle principali tecniche per la raccolta dei dati. La prima fase, nell’identificazione della diagnosi infermieristica è proprio l’accertamento, che consiste nella raccolta dei dati attraverso l’intervista, l’osservazione e l’esame fisico. Le informazioni ottenute riguardano i dati anagrafici, le abitudini di vita, i problemi sanitari pregressi, i sintomi soggettivi e i dati obiettivi (temperatura, polso, pressione, pattern respiratorio). La raccolta dei dati avviene solitamente, attraverso la compilazione di apposite schede (che compongono la cartella infermieristica) che, pur avendo alcuni elementi di base comuni come ad esempio la parte anagrafica, possono essere in parte costruite sulla base dell’esperienza e delle esigenze delle singole unità operative.

Milano Michele

sanità

Assotutela: “A Ladispoli ambulanza del 118 a mezzo servizio”

“Ormai è chiaro a tutti che la sanità di Zingaretti guarda molto più alla quadratura dei conti che alla salute delle persone. Sospendere però il servizio notturno di ambulanza, in un’area densamente popolata e priva di servizi è qualcosa di più grave di una riorganizzazione o una oculata gestione delle spese”. Lo dichiara il presidente di AssoTutela Michel Emi Maritato che aggiunge: “Mentre Zingaretti va diffondendo ai quattro venti presunti risultati positivi sulla sanità, ricavati da fantasiosi indici, i cittadini si scontrano ogni giorno con mille difficoltà. A Ladispoli e dintorni, in un territorio densamente popolato da ottantamila anime e privo di ogni servizio sanitario, guai ad ammalarsi dopo le 20 e fino al mattino: non c’è soccorso. L’ambulanza di via della luna è stata soppressa nel turno di notte, nonostante i numerosi soccorsi effettuati nel 2017, almeno ottocento. Per non parlare del sovrappopolamento estivo, quando la località si riempie di villeggianti. Niente da fare, alla Regione Lazio non interessano le evidenze statistiche che individuano l’emergenza come servizio strategico. Si agisce provocando una interruzione di pubblico servizio e AssoTutela andrà fino in fondo a questa triste vicenda”, chiosa il presidente.

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“La Cri di via Ramazzini priva di bagno per disabili”

“Il palazzo, tra Monteverde e la via Portuense, fu realizzato alla fine degli anni Cinquanta e destinato a centro di educazione motoria per assistere disabili anche gravi. Purtroppo, ad oggi, non è stato adeguato e manca di bagni per portatori di handicap proprio dove dovrebbero stare, al piano terra che fra l’altro, è attualmente sede di ambulatori e servizi della Asl Roma 3”. Lo dichiara il presidente di AssoTutela Michel Emi Maritato che spiega: “Da tempo riceviamo numerose segnalazioni da parte di cittadini con difficoltà motorie e dalle loro famiglie. Chiunque si rechi agli ambulatori della Asl, al Cup, ai vari servizi ospitati – a pagamento – nello stabile di via Ramazzini 31, se non è normodotato non può andare in bagno se non prendendo l’ascensore e arrivando al 7° piano: un assurdo. Come mai lo stabile non è stato adeguato? Dal 2012 la Croce rossa provinciale è stata privatizzata, trasformandosi da ente pubblico in Associazione volontaria privata per il soccorso e l’assistenza. Da allora nulla è più uguale a prima e i cittadini incontrano mille difficoltà per accedere ai servizi. Questo ultimo episodio, legato a difficoltà per persone disabili è forse il più grave di tutti perché esistono precise norme per adeguare le strutture ma, evidentemente, i vari commissari della Cri che si sono succeduti forse avevano altro a cui pensare”, chiosa Maritato.

Sanità - Soldi

Il Lazio è la Caporetto dei centri per la riabilitazione

“Centri di riabilitazione in ginocchio, strozzati dal taglio delle tariffe dei rimborsi e dagli alti costi di gestione e manutenzione. La Regione Lazio non è estranea a tale carneficina”. Lo dichiara il presidente di AssoTutela Michel Emi Maritato che spiega: “dal 2007 ad oggi queste strutture, che assistono bambini, adulti, anziani con gravi patologie, hanno avuto un 60% di aumento dei costi a fronte di continui abbassamenti delle tariffe dal 7 al 12% e costanti spese per gli adeguamenti agli standard previsti dall’ente locale per ottenere l’acccreditamento. Disagio fisico, psichico e sensoriale di pazienti di tutte le età, autismo, ritardo mentale, riabilitazione fisica e cardiologica, audiolesi, motulesi, pazienti affetti da pluripatologie, trattamento degli ictus sono solo alcune delle affezioni trattate dai centri che svolgono una preziosa opera nel campo sociosanitario. Purtroppo, per la miopia di pochi,  rischiano di chiudere i battenti”, insiste Maritato. “La cosa più grave è che la Regione li associa al peggior privato, attento solo al profitto mentre gli stessi sono nella maggioranza dei casi associazioni senza fini di lucro, dedite alla gravosa assistenza di 12.500 persone che altrimenti sarebbero lasciate al proprio destino”, chiosa il presidente.

sanità

A Fiumicino mammografo in tilt da tempo. Addio prevenzione

“Tempi duri per la prevenzione, per le frottole raccontate da Zingaretti sui miglioramenti della sanità e per i fantomatici indici di gradimento che, a suo avviso, sarebbero stati raggiunti dai servizi. Questa volta a fare flop una fondamentale prestazione che l’ambulatorio di via Coni Zugna, a Fiumicino, appartenente alla Asl Roma 3 non è in grado di offrire: la mammografia”. Lo dichiara il presidente di AssoTutela Michel Emi Maritato che spiega: “Ci hanno chiamato tante donne indignate, sollecitate dalla Asl a presentarsi per l’esame di controllo al seno e rimandate indietro perché da almeno una settimana l’apparecchio non funziona e nessuno sembra in grado di rimediare. Brutto biglietto da visita per la direzione del distretto sanitario insediatasi di recente. Ė evidente che il cambio non ha giovato alla struttura. Così stanno saltando tutti i programmi di screening, uno degli obiettivi posti dall’Azienda sanitaria su cui dovrebbero essere valutati i direttori generali – in questo caso il commissario Legato (si chiama proprio così) – e, via via tutti i dirigenti. Ci auguriamo che i premi di produttività siano commisurati all’offerta, in questo caso piuttosto scarsa e vigileremo perché alle donne sia assicurata la massima assistenza il più presto possibile”, chiosa Maritato.     

sanità

Assotutela: “Nel Lazio la salute mentale è al capolinea”

“Salute mentale: nel Lazio non è garantita nemmeno l’assistenza minima a migliaia di persone e questo può costituire un serio rischio con pesanti ricadute a livello sociale”. Lo dichiara il presidente di AssoTutela Michel Emi Maritato che spiega: “I servizi territoriali sono decimati, nel campo delle risorse umane, a causa di costanti e ripetuti tagli. Non è più possibile  operare per garantire il minimo delle attività istituzionali . continua Maritato – non si possono prendere in carico i delicatissimi casi di fragilità in età evolutiva, che finiscono naturalmente sotto la protettiva ala del privato. Tutto comprensibile, quando si hanno liste per la riabilitazione con oltre due anni di attesa. Negli ultimi cinque anni si è assistito a un lento ma inesorabile smembramento dei dipartimenti di Salute Mentale, in particolare della Asl Roma 1 e Roma 2 in spregio alla normativa nazionale. Sono stati completamente abbandonati i soggetti più fragili, che versano in condizioni di disagio. Non si comprende dove vadano a finire le risorse destinate a questi dipartimenti, la cui elargizione ogni tanto è millantata da Zingaretti, nei suoi improbabili proclami”, chiosa il presidente.

Michel Emi Maritato - AssoTutela

GUARDIA MEDICA DI LATINA SCALO INVASA DAI TOPI

“La misura è colma, i servizi sanitari di emergenza sono allo stremo e nelle strutture delle province i lavoratori sono esposti a rischi di qualsiasi tipo”. Lo dichiara il presidente di AssoTutela Michel Emi Maritato che spiega: nella notte tra lunedì e martedì i medici in servizio presso la guardia medica di Latina scalo hanno scovato alcuni topi nella propria sede di lavoro e non sarebbe la prima volta di tali ‘avvistamenti’. Purtroppo l’igiene e la sicurezza dei presidi sanitari lasciano molto a desiderare ma le direzioni aziendali sembrano non accorgersene. Si pensa ai grandi progetti per l’edilizia sanitaria, per cui piovono miliardi, si ignorano gli interventi di piccola manutenzione che eviterebbero tante nefaste conseguenze negli anni. Il caso di Latina scalo è emblematico: una sede assolutamente inadeguata alle esigenze istituzionali e di servizio ma la Regione e l’azienda Asl sembrano non accorgersi di nulla, nonostante le numerose segnalazioni pervenute perfino dal Prefetto. La verità è che la Regione Lazio è ormai in campagna elettorale e pensa solamente a diffondere voci sul supposto, grande miracolo delle assunzioni, ovvero le stabilizzazioni di lavoratori per anni rimasti nel precariato e ora graziati nell’imminenza del voto”, chiosa Maritato.

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ASSOTUTELA: “PUNTI DI PRIMO INTERVENTO PEGGIO DELLE CASE DELLA SALUTE”

“Sul flop delle Case della Salute siamo intervenuti da tempo, ripetutamente. Sui cosiddetti punti di primo intervento (Ppi), altra artificiosa creatura voluta da Zingaretti, tutti tacciono ma non lo faremo certo noi. Presso queste strutture, che dovevano essere pronto soccorso di primo livello, spesso non è possibile neanche ricevere un punto di sutura a una ferita. Che cosa ci stanno a fare? Questa è l’ennesima dimostrazione del fallimento della sanità territoriale proposta dalla Regione Lazio e la testimonianza che la chiusura degli ospedali con servizi di emergenza nella provincia è stata un provvedimento criminale”. Così il presidente di AssoTutela Michel Emi Maritato che insiste: “Vediamo, ad esempio i  Ppi di via Canova, Fiumicino, Montefiascone. Nel primo non è possibile curare un’otite, nella località balneare c’è la chiusura notturna e a Montefiascone non si può fare nemmeno un’antitetanica. Addio posti di primo soccorso, come li avevano all’inizio pomposamente chiamati, qui non si soccorre proprio nessuno, come nessuno soccorrerà Zingaretti alle prossime regionali”, chiosa Maritato.