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Omicidio Agitu, Suleiman “non risponde”

di Michel Emi Maritato

Si è avvalso della facoltà di non rispondere Adams Suleiman, il 32enne ghanese reo confesso per l’omicidio di Agitu Ideo Gudeta, l’imprenditrice etiope di 42 anni uccisa a martellate per una mensilità non pagata nella sua casa in Trentino, località Frassilongo. Il 2 gennaio si è svolto a Trento l’interrogatorio di garanzia e il giudice ha confermato la misura di custodia cautelare in carcere. Adams Suleiman, che si occupava di accudire gli animali nella stalla della Valle dei Mocheni, ha deciso di non rispondere, spiega il suo avvocato, perché aveva già ricostruito i fatti e fornito tutti gli elementi utili in sede di interrogatorio. Inoltre rievocare la vicenda lo mette in una situazione che è “già compromessa psicologicamente, una condizione di panico”, spiega il difensore Fulvio Carlin. Proprio per la situazione di prostrazione in cui si trova, il 32enne è in cella con altri due detenuti e non in isolamento. Al suo legale Adams continua ad esprimere il proprio pentimento. Per Agitu continua a pronunciare parole di elogio, di apprezzamento e di affetto. La sua disperazione deriva proprio dal fatto di aver commesso il fatto nei confronti di una persona che gli era stata tanto vicina, lo aveva accolto nella sua casa e gli aveva dato un lavoro. Ma la dinamica dei fatti lascia atterriti, ripensando alla vita della protagonista, donna coraggiosa fuggita dal suo Paese dopo le continue minacce causate dal suo impegno contro le multinazionali che volevano fare incetta di terreni etiopi. Paradossalmente, Agitu si è salvata dai predatori venuti da fuori per rimanere vittima di una persona che aveva in casa, che proteggeva, aveva messo al sicuro e inserito nell’ambiente di lavoro. Scherzi del destino. Aveva tante idee, tanti progetti Agitu. Per questo nella valle del Trentino era benvoluta da tutti e tutti ora, arrivano a portarle un omaggio, ora che non c’è più, che non può più ampliare la sua amata azienda, proteggere la razza di capre in via di estinzione. Si sono radunati in centinaia in Piazza Santa Maria Maggiore. Chi con un fiore, chi con una candela, chi semplicemente perché voleva esserci per ricordarla. Lei che, trasferitasi a Frassilongo, in Val dei Mocheni, ha cominciato una crescente attività di allevamento, ed è stata uccisa senza pietà nella mattinata di lunedì 29 dicembre. Attorno alle 17 del 1° gennaio, nonostante la festività e le restrizioni dovute alle misure anti Covid, la centrale piazza del capoluogo ha visto radunarsi gradualmente un numero sempre più alto di persone. Un silenzio rispettoso e un grande cordoglio hanno caratterizzato il corteo, diretto verso piazza Duomo e da lì verso piazza Veneziasede del negozio che l’allevatrice aveva aperto a inizio giugno. Qui, nel rispetto del distanziamento sociale, uno ad uno i partecipanti sono passati per lasciare un fiore, una candela o un pensiero. Non si capacita, questo popolo operoso, della ferocia con cui una mano apparentemente amica ha inferto colpi mortali a una donna volitiva, entusiasta, impegnata a valorizzare una terra che ora la piange con dolore. Drammatica la ricostruzione del delitto. I carabinieri della compagnia di Borgo Valsugana, insieme ai colleghi del reparto operativo del comando provinciale, guidati dal sostituto procuratore Giovanni Benelli e dal procuratore Sandro Raimondi, indagando sull’omicidio hanno trovato subito l’arma del delitto: un martello con cui Adams Suleiman avrebbe colpito, nella camera da letto la donna. I militari hanno ricostruito quei tremendi minuti della presunta discussione tra i due. Da poco più di tre anni Agitu aveva preso con sé il presunto colpevole, un ghanese di 32 anni, pastore che lei aveva deciso di aiutare offrendogli una occupazione. Il giovane è stato immediatamente fermato, nella serata dopo la macabra scoperta. Portato in caserma, dopo ore e ore di uno stringente interrogatorio avrebbe confessato. Nonostante sia stato chiarito il possibile movente del delitto – una mensilità di stipendio non pagata dalla imprenditrice – permangono ancora molte ombre. Come, ad esempio, la presunta violenza sessuale sulla donna agonizzante. Un particolare raccapricciante che potrebbe nascondere altre verità finora non emerse dagli interrogatori. Di fatto, Agitu laureata in sociologia nella storica facoltà universitaria di Trento, persona aperta, solare, disponibile, era diventata un simbolo in Trentino e non solo. Numerosi sono stati i servizi giornalistici sulla brillante avventura di questa donna che, fuggita da un Paese a rischio ha saputo integrarsi e ha provato a integrare. La realtà però non è stata generosa con lei, infierendo un ferale colpo a tutte le più buone intenzioni. Se all’inizio, alcuni esponenti politici della zona hanno tentato di colorare il delitto con venature razziste, la realtà poi si è rivelata completamente diversa, ribaltando un luogo comune troppo facile da rappresentare. E ora, non resta che attendere i risultati dell’autopsia che entro 80 giorni dovrà vedere la consegna della relazione del medico legale.