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Covid19: nel Lazio materiali non conformi

A cura di Michel Emi Maritato

Mascherine, ventilatori polmonari e barelle: la certificazione non è idonea. Ė il flop forniture.

Dispositivi sanitari: un altro flop per la Regione Lazio. Sembra un sortilegio ma, a partire dalle mascherine fantasma ordinate, pagate con congruo anticipo di ben 13 milioni e mai arrivate, l’amministrazione guidata da Nicola Zingaretti è incappata in altri imbarazzanti incidenti di percorso.
L’aspetto più grave, oltre ai mancati rifornimenti di dispositivi di protezione individuale (Dpi) necessari agli operatori per non infettarsi, è che ora c’è penuria di strumentazioni mediche indispensabili per la sopravvivenza dei pazienti, come i ventilatori polmonari. Sui 320 ordinati ne sarebbero arrivati soltanto 4 perché c’è il sospetto che non siano a norma. Non solo problemi di irregolarità amministrative. A togliere il sonno alla giunta presieduta dal segretario del Pd sarebbero state per prime le contestate consegne delle tanto sospirate mascherine, sulla base di indagini svolte dalla Guardia di finanza e da rapporti dell’Agenzia delle dogane. Ordinati per i dipendenti delle strutture sanitarie del Lazio, i dispositivi non sarebbero gravati soltanto da inadempienze della società fornitrice ma, secondo quanto rilevato da rigidi controlli, non disporrebbero di apposita certificazione di idoneità, rilasciata in base a quanto stabilito dall’apposito regolamento Ue 425 Dpi del 2016. Anzi, c’è di peggio. Allegati alle bolle di consegna, ci sarebbero certificati validati da enti che non avrebbero alcuna autorizzazione per rilasciarli. Insieme agli ordinativi per gli ospedali, sotto la lente di ingrandimento sarebbero decine di migliaia di mascherine distribuite da Federfarma ai propri associati, con certificato di conformità di ben 41 pagine a cui però, tutte le dettagliate informazioni non hanno fornito una patente di validità. Il documento infatti è rilasciato dalla “Act Testing Technology”, un ente cinese che non si sarebbe mai occupato di dispositivi di protezione individuale anzi, la società sarebbe stata individuata in un “libro nero” ovvero, l’elenco delle ditte che producono certificazioni false, pubblicato dall’”European Safety Federation”. Ergo, le mascherine a disposizione dei farmacisti non sarebbero a norma. E la storia non finisce qui. In alcune Asl e ospedali, si sente ogni tanto parlare di restituzione di protezioni non conformi a quanto stabilito dalla normativa europea. Le disposizioni sono dettagliate e rigide, basta andare sul sito “Accredia”, l’ente italiano di accreditamento ed emerge tutto lo stato confusionale in cui si trovano le istituzioni e le strutture sanitarie investite dal ciclone coronavirus. “Stiamo ricevendo numerose richieste di conferma, validità, affidabilità di documenti che dovrebbero attestare la conformità dei Dpi alle norme applicabili”. Ė l’esordio del capitolo mascherine sull’austero sito, che si sofferma a elencare “tutti gli elementi essenziali che il certificato deve contenere, per essere conforme al regolamento Ue 425/2016”. A partire dal nome e indirizzo del fornitore e il numero di identificazione del dispositivo, fino alla attestazione che il tipo di Dpi soddisfa i “requisiti essenziali di salute e sicurezza”, passando  per le caratteristiche tecniche, la classe di protezione, le date di rilascio, scadenza, rinnovo. Insomma una babele di norme che scoraggerebbero il più paziente fornitore del mondo, tanto che il decreto “Cura Italia” avrebbe fornito una scappatoia rimettendo la valutazione finale di conformità ai tecnici dell’Inail. Nel caso dei dispositivi arrivati nel Lazio neanche questo è servito a dipanare l’intricata matassa. I dirigenti dello stesso istituto sembra abbiano candidamente ammesso di limitarsi ad esaminare autocertificazioni prodotte dagli stessi laboratori che non sarebbero accreditati. Un vero ginepraio, in cui si trovano coinvolte le tre società interpellate con “somma urgenza” dalla Protezione civile regionale e dai funzionari dell’assessorato alla Sanità, per fornire nel più breve tempo possibile l’agognato materiale di protezione: la Eco.Tech, la Wisdom Glory Holdings Ltd, la Worldwide Luxury Corner. Ditte che non si sarebbero mai occupate prima d’ora di dispositivi medici, prontamente riconvertite all’uso causa emergenza pandemia. Non meno problematica la situazione dei 320 ventilatori polmonari, anche questi bloccati dalla Guardia di finanza in quanto sospetti di non conformità. Ordinati il 19 marzo all’azienda di Arezzo “Seco Spa” – che avrebbe agito da intermediario – al prezzo di 4.259.922, sono stati bloccati da un’indagine coordinata dal pm aretino Roberto Rossi, a carico di persone ignote, con contestazione di reati per frode nelle pubbliche forniture, falsità materiale in certificati o autorizzazioni amministrative. Ultima perla di tutto l’assemblage due barelle di biocontenimento, ordinate all’esplodere della epidemia per il trasporto di pazienti altamente infettivi. Sarebbero troppo lunghe rispetto alle ambulanze in cui dovrebbero entrare e perfino per il trasporto in eliambulanza. In questo caso, la spesa è di 46mila euro, un nulla rispetto ai milioni di mascherine e ventilatori, comunque sempre uno spreco se non sarà possibile modificare la fornitura. In compenso, la struttura di biocontenimento dello Spallanzani, da poco attivata con alcuni posti letto – dopo 16 anni di inattività – potrebbe vedere entro breve l’intervento di una grande firma dell’architettura, Massimiliano Fuksas che con una “superfetazione” all’ingresso creerebbe una pensilina per riparare le ambulanze in arrivo dalla pioggia e dal sole, con finanziamento regionale. Sicuramente sarà stato ispirato dai piedi sporgenti dei poveri pazienti caricati sulle lettighe “monstre”.