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L’Europa è fatta, ora facciamo gli europei!

E’ ormai trascorso un quarto di secolo da un accordo, definito all’epoca “storico” e fondamento dell’Unione monetaria Europea: il Trattato di Maastricht festeggia oggi i suoi 25 anni.

Ma a dispetto della sua utilità pratica e del suo valore storico, è diventato arma fondamentale di una politica anti-europeista e a tratti populista, non essendo stati capaci i posteri di darvi applicazione sotto numerosi ed importanti aspetti, divenuti col tempo polverosi retaggi del secolo scorso. Proprio per questa ragione, negli ultimi anni è finito nell’occhio di un ciclone socio-politico che sta mettendo a dura prova la tenuta di quell’Unione nata per volontà di dodici leader europei che volevano dare una risposta alla nuova realtà geopolitica scaturita dalla caduta del muro di Berlino, ma incapaci di sostenere adeguatamente i flussi migratori e le crisi economiche, mostrando il fianco ai leader dell’opposizione anti-europeista.

Purtroppo l’idea che la moneta unica trascinasse verso l’Unione economica e politica non ha funzionato“, riconosce l’ambasciatore Rocco Cangelosi, una lunga e brillante carriera diplomatica conclusa al Quirinale come consigliere del presidente della Repubblica e che lo portò, all’inizio degli anni ’90, a essere tra gli ‘sherpa’ che negoziarono Maastricht. Nel corso di questi 25 anni, osserva Cangelosi, “non si è riusciti ad armonizzare le politiche economiche e fiscali e quando è arrivata la crisi le tensioni e i problemi sono esplosi” (fonte: ANSA). I

Il problema di fondo, oltre la mancata armonizzazione accusata da Cangelosi è dato dal fatto che l’Unione politica prefigurata nel Trattato è rimasta sulla carta, dando vita ad una ‘zoppia’, denunciata peraltro da Carlo Azeglio Ciampi negli anni.

Naturalmente come avrebbero potuto il cancelliere tedesco Helmut Kohl, il presidente francese Francois Mitterand e il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, principali artefici dell’intesa trovata a Maastricht nel vertice del 9-10 dicembre ’91 (il Trattato fu poi firmato a febbraio del ’92), immaginere che cosa sarebbe successo un quarto di secolo dopo, con la pressante minaccia del terrorismo, con l’incalzante crisi economica e con gli egoismi nazionali dei Paesi facenti parte dell’Unione stessa -tra cui Germania e Francia-.

Il Trattato di Maastricht ha segnato una svolta estremamente importante nella storia dell’integrazione europea, nata per aprirsi ai Paesi dell’Est. Nel ’91, con l’introduzione di due parametri (rapporto deficit-PIL e debito-PIL) si sono ristrette le possibilità di accedere all’esclusivo “Club” europeo. Ma è anche vero che non basta fare “i compiti a casa”, perché il “ce lo chiede l’Europa” è passato dall’essere un elemento di responsabilità nazionale all’essere una minaccia per i propri confini nazionali, ingerenza di un organismo terzo (un’Europa tutta banche e banchieri) avverso uno stato sovrano (sia esso l’Italia, il Regno Unito o la Francia). I cittadini europei sono andati in visibilio con la Brexit, arrivata sull’onda di un processo anti-federalista avviato fin da allora da Margaret Thatcher e John Major. Due premier che diedero filo da torcere ai colleghi dell’allora CEE. Prima opponendosi all’avvio della conferenza intergovernativa, aperta nel ’90 sotto presidenza italiana nonostante il voto contrario della Thatcher. E poi negoziando gli opt-out ottenuti da Mayor nel dicembre ’91 su moneta unica e carta sociale.

L’unica opportunità per riconquistare la fiducia degli europei, passa attraverso il rilancio dell’Europa stessa, più vicina ai cittadini e con una struttura da “Unione Sociale” che fondi su welfare, lotta alla disoccupazione e faccia fronte comune davanti alle grandi minacce, come il terrorismo, ma anche davanti alle grandi sfide, come i flussi migratori di cui da tempo si fanno carico pochi Paesi, sopra tutti Grecia ed Italia.

Ma certo, a causa della crisi politica apertasi, le speranze che la spinta propulsiva possa venire proprio dall’Italia in occasione del vertice convocato per celebrare a Marzo i sessant’anni del Trattato di Roma si sono assai ridimensionate, non ci si crede più e ormai il guanto di sfida è lanciata ai partiti anti-europeisti.

E gli appuntamenti elettorali europei del 2017 saranno dei nuovi, difficile banchi di prova per la tenuta dell’UE.

Simone Dei Pieri

Simone Dei Pieri. Classe '93. Si parla di quel che si può, semplicemente.

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