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Stand with Standing Rock: cosa rischiano i Sioux?

Silenziosamente, ma neanche troppo. Così sta evolvendosi l’ormai ribattezzata “Protesta in difesa di Standing Rock”, la riserva indiana che minaccia di essere sventrata territorialmente dalle condutture del Dakota Access Pipeline.

Il Dakota Access Pipeline richiede il passaggio dalla riserva di Standing Rock, che già in passato ha subito minacce del genere dalle multinazionali che volevano appropriarsi del loro territorio. La situazione degli indiani d’America, relegati in riserve a seguito della “cacciata” avvenuta molti decenni fa ha portato il malcontento a crescere sottopelle per poi, una volta presentatasi l’occasione, esplodere in sit-in e manifestazioni. Gli indiani Sioux non ci stanno.

E con loro tantissimi uomini e donne, VIP e non, che hanno diffuso l’hashtag #standwithStandingRock per mostrare solidarietà a chi sta cercando di proteggere la riserva. Ma non ci si è fermati ai sit-in e alle manifestazioni, nonostante i numerosi ammonimenti e l’avvio di indagini sugli attivisti.

Alle manifestazioni cd. fisiche si uniscono negli ultimi giorni anche le manifestazioni “virtuali”: la nuova forma di protesta virtuale che sta conquistando l’America (e il mondo) non è infatti solo un modo di esprimere solidarietà ai Sioux, da mesi sul piede di guerra. È una nuova forma di disobbedienza civile che oppone un trucco tecnologico a quello che in tanti considerano un abuso, anch’esso tecnologico. Il milione di persone che nelle ultime 48 ore ha infatti sostenuto su Facebook di essere a Standing Rock non ha in realtà mai lasciato la propria casa, ma vuol confondere la polizia che indaga sugli attivisti. Soprattutto tenendo d’occhio i social network.

Ad ogni azione corrisponde una reazione. L’azione che avrebbe causato questo atto di ribellione e disobbedienza sarebbe partita proprio dallo sceriffo della contea di Morton, dove si trova Standing Rock appunto, che ha identificato gli attivisti usando contro di loro il check-in online. Detto fatto, milioni di registrazioni (false) confondono le indagini e rendono inutilizzabili i metodi 2.0. Una degna risposta allo sceriffo “Grande Fratello”.

Intanto lo sceriffo smentisce il monitoraggio dei check in su Facebook, ammettendo solo che “vengono tenute d’occhio alcune attività sui social”. Ma i contestatori non si fidano.

Le proteste, finora pacifiche, mirano a denunciare la pericolosità del “Dakota Access”, un progetto da 3,7 miliardi di dollari che prevede la costruzione di un oleodotto sotterraneo lungo più di 2000 km, che dovrebbero passare sotto le terre degli ultimi Sioux, 4100 nativi che abitano nella contea. Il progetto, come sottolineato dai nativi Sioux, eroderebbe i territori sacri ma -ancor peggio- rischierebbe di provocare serissimi disastri ambientali: è sufficiente un piccolo guasto ambientale a provocare perdite capaci di inquinare irrimediabilmente il terreno, nonché le falde acquifere di un bacino importante come quello del Mississippi.

Quanto successo nelle scorse settimane ha però rotto l’equilibrio delle proteste: uno degli accampamenti allestiti dagli attivisti è stato preso d’assalto dalla polizia e da alcuni personaggi arruolati dalle quattro società petrolifere che stanno finanziando il progetto e che, logicamente, avrebbero solo da perdere se la protesta proseguisse, magari ottenendo risultati rilevanti attraverso l’opinione pubblica.

Durante l’assalto circa 141 persone a quanto riporta Repubblica sono state arrestate e brutalmente picchiate anche una volta arrivate in carcere, con una durezza che ha sollevato perfino le proteste degli osservatori delle Nazioni Unite, che hanno denunciato la violazioni dei diritti umani. Ora, secondo gli attivisti, la polizia starebbe cercando di identificare gli altri contestatori proprio monitorando i loro profili Facebook.
La protesta dei check in serve dunque a questo: a sommergere di informazioni sbagliate le forze dell’ordine.

Un’idea funzionale, che però nessuno rivendica e che gli stessi manifestanti pensano si sia autogenerata grazie al copia e incolla diventato virale di un post interno a uno dei loro gruppi su Facebook. Lo ha detto al Washington Post il portavoce di Sacred Stone Camp, una delle associazioni sul campo: “Il post ci sta dando una grossa mano ma nemmeno noi sappiamo come sia nato. Sembra la riproduzione di alcuni messaggi interni. Di sicuro è un’ottima tattica. Sta proteggendo i nostri compagni e diffondendo la nostra causa nel mondo”.

Intanto il movimento dei check in cresce. “Stand with Standing Rock” senza allontanarsi dal PC.

Simone Dei Pieri

Simone Dei Pieri. Classe '93. Si parla di quel che si può, semplicemente.

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