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Falliti gli accordi, muore il TTIP

Il TTIP è morto. Nel silenzio (quasi) totale dell’Occidente e nei trafiletti sui giornali, quel che doveva essere l’accordo commerciale per eccellenza fra Unione Europea e Stati Uniti si è definitivamente arenato sulla crisi economica del 2008, sull’ondata populista di entrambe le parti e -scoglio tra gli scogli- sulla Brexit che pare aver portato ai mercati extraUK più problemi che altro.


Certo non hanno aiutato le imminenti elezioni in moltissimi Paesi al centro delle trattative per il TTIP, non ultimi gli USA che vedono il Paese spaccato sul dibattito Clinton-Trump, ma anche i populismi emersi negli altri Paesi. A dare il “colpo di grazia” alle trattative è stato il Ministro Tedesco dell’Economia e Vicecancelliere Sigmar Gabriel, che in un’intervista ha rivelato: «I negoziati con gli Usa sono de facto falliti, perché noi europei non ci vogliamo assoggettare alle richieste americane. Le cose su questo fronte non si stanno muovendo!».

Ma il Vicecancelliere Gabriel non si è fermato e ha rivelato che durante la tornata di trattative all’inizio dell’estate non è stata trovata l’intesa su nessuno dei 27 capitoli in discussione. Come se ciò non bastasse, Washington sembrerebbe risentita per l’accordo CETA concluso da Bruxelles col Canada, concernente vari aspetti ritenuti inaccettabili dagli USA. Il vice di Angela Merkel è socialdemocratico, ed è dunque sensibile alle obiezioni di un elettorato non maggioritario nel Governo e in Germania, motivo che ha portato sicuramente alla sempre più difficile gestione delle trattative nei giorni scorsi. Di fatto nessuno crede più che l’accordo possa essere raggiunto prima della fine dell’amministrazione Obama, o in ogni caso prima delle elezioni in Germania e Francia.

Ma sulla carta, di cosa staremmo parlando? Il TTIP è il trattato per la liberalizzazione dei commerci fra i due blocchi economici più grandi del mondo, che secondo i suoi promotori aggiungerebbe ben 119 miliardi di euro al Pil dell’Europa, 95 miliardi a quello degli Usa e 100 a quello del resto del globo. Le trattative finora sono state condotte in segreto, ma alcuni documenti ottenuti da Greenpeace hanno rivelato i punti più contesi. Gli europei, fra le altre cose, rimproverano agli americani di voler imporre i loro standard sull’agricoltura, la salute, l’ambiente, ad esempio eliminando ogni sostegno statale, abbassando le protezioni dall’uso dei pesticidi, favorendo i cibi OGM. Le grandi multinazionali, poi, avrebbero il diritto di fare causa ai governi per contestare le loro regole, aggirando così le leggi per fare i propri interessi. Poi ci sono dispute sulla protezione della cultura e vari altri dettagli contestati.

 

Il presidente Barack Obama e la cancelliera Merkel hanno sostenuto il TTIP perché avrebbe vantaggi economici per tutti, ma il negoziato è durato troppo e nel frattempo il clima politico è cambiato e ormai “globalizzazione” è diventata per molti una parola che non si dice. Donald Trump ha impostato la campagna elettorale contro quelli che chiama “globalist”, denunciando tutti i trattati commerciali che costano posti di lavoro e profitti all’America, ma lo stesso ha fatto anche Bernie Sanders, il quale ha basato il suo successo sulla denuncia della disuguaglianza economica favorita da questi accordi. Ora l’affossamento del TTIP avvantaggia de facto Hillary Clinton perché la toglie dall’impaccio con l’opposizione interna di Sanders e priva l’avversario Trump di una forte arma di propaganda.

 

La stessa Hillary, già promotrice dei trattati quando era segretaria di Stato, ha preso ora posizione contro l’altro accordo -che l’amministrazione Obama ha negoziato con gli alleati asiatici- ma rischia di essere bocciata dal Congresso. In Europa un duro colpo al TTIP è venuto dalla Brexit, essendo Cameron un sostenitore forte dell’intesa, e al tavolo degli accordi gli USA contavano sulla Gran Bretagna per spingere gli altri europei a cedere. Ora che Londra non è più al tavolo, e il populismo preme ovunque, il presidente francese Hollande ha detto che nella forma attuale non accetterà l’accordo, e Gabriel ha preso una posizione a cui forse sarà presto costretta anche la Merkel, se non altro per ragioni elettorali.

Simone Dei Pieri

Simone Dei Pieri. Classe '93. Si parla di quel che si può, semplicemente.

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