Vendita illegale di organi nelle carceri pakistane

Vendita illegale di organi nelle carceri pakistaneLa situazione nelle carceri pakistane è piuttosto grave, ma lo è ancor di più in quelle prigioni dove vengono incarcerati i prigionieri di guerra, i quali vi trascorrono una vita piena di dolore, poiché spesso chi vi viene rinchiuso è sottoposto a torture disumane. Stando a numerose fonti di informazione, i prigionieri vengono picchiati e trattati peggio di animali: questi trattamenti non rappresentano una punizione, ma un lento deperimento simile ad un avvelenamento deliberato. In Pakistan molti sono a conoscenza del fatto che quando un detenuto muore in carcere, del suo corpo non rimane nulla: i suoi organi vengono venduti per ricavarne denaro. Alcune fonti parlano addirittura di un saccheggio compiuto sui detenuti ancora in vita: il traffico di organi umani è infatti molto diffuso all’interno delle carceri pakistane. Secondo un rapporto pubblicato online, sono quasi 270 i cittadini indiani nelle prigioni del Pakistan; secondo questo rapporto, “sono stati imprigionati, dall’inizio di quest’anno, 215 pescatori indiani e altri 55 cittadini dell’India, secondo quanto annunciato dal Ministero degli Affari Esteri”. La situazione di questi prigionieri è tale da far pensare che nessuno sarà restituito al suo Paese, non perlomeno “nella sua totalità”.

La vendita e l’acquisto di organi umani non è un problema limitato alle carceri del Pakistan; già il film The Island mostra, seppur in forma distopica, un mondo in cui i ricchi e potenti si possono permettere di mantenere un clone con la finalità esclusiva di fornire “organi di ricambio”: un’idea non così lontana da quello che già succede oggi nel mondo. È facile intuirlo semplicemente leggendo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui il 5-10% dei 100.000 organi trapiantati ogni anno sono stati acquistati illegalmente, spesso da uomini disperati e alla ricerca di denaro (in particolare dalla Cina) ma anche rimossi a forza da prigionieri e detenuti, per alimentare un lucroso business definito “turismo dei trapianti”.

Tornando alla situazione dei detenuti in Pakistan, è molto noto il recente caso di Sarabjit Singh, cittadino indiano accusato di terrorismo da un tribunale pakistano e condannato a morte dalla Corte Suprema. Quando le televisioni hanno diffuso le notizie su come veniva trattato, o meglio maltrattato, le condizioni della sua prigionia hanno scioccato il mondo: è morto in carcere il 2 maggio 2013, dopo 22 anni di prigionia ed in circostanze non ancora chiarite. Solo durante la seconda autopsia che gli è stata fatta è emerso che alcuni organi erano stati espiantati dal suo corpo ed erano quindi spariti. Secondo un portale di notizie online, “L’India vive come un oltraggio la brutale uccisione di Sarabjit Singh, e le nuove rivelazioni emerse potrebbero aggravare il rapporto fra India e Pakistan. La seconda autopsia è stata condotta al Patti Hospital di Amritsar in India per accertare la causa della morte e compiere un controllo incrociato con i risultati ottenuti da quella disposta dallo Stato pakistano, in particolare riguardo all’ora del decesso e alla terribile assenza di alcuni organi vitali come cuore, reni e stomaco, non rinvenuti nel cadavere. La seconda autopsia sul corpo di Sarabjit è stata compiuta da un’equipe di cinque medici, in particolare dai primari del Dipartimento Forense, di Anestesia, di Ortopedia, di Chirungia e di Patologia”.

Il rapporto ha ribadito che “l’equipe medica ha scoperto che organi vitali come cuore, reni e stomaco erano assenti dal corpo di Sarabjit”. Nell’autopsia si afferma anche chiaramente che la morte è dovuta a una forte emorragia interna causata da una ferita alla testa, in accordo con l’autopsia iniziale richiesta da autorità pakistane. Risulta quindi che una ferita di 5 centimetri sulla parte superiore del cranio di Sarabjit Singh sia il motivo o uno dei motivi del suo decesso.

Un disegno di legge del governo pakistano permette di capire quanto la situazione sia allarmante e disperata: esso prevede che nelle carceri pakistane sia obbligatorio esporre un documento contro il commercio illegale di organi. Secondo la legge pakistana, chi si rende colpevole di questo reato viene condannato a cinque anni di reclusione oltre al pagamento di una multa di 500.000 rupie. Per garantire un maggior controllo riguardo ai trapianti, si specifica che “l’intero processo di trapianto dev’essere regolato da un organismo di controllo e da un comitato di valutazione composto dai maggiori esperti in materia. Ciò deve garantire che nessun organo o tessuto venga rimosso da donatori viventi senza previa autorizzazione del comitato di valutazione. Inoltre, dev’essere prima verificato che non ci siano possibili parenti donatori e che non ci sia minaccia per la vita del donatore”.

Fonte: http://www.sudasianews.it

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