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FAB: il rock inglese nel pop italiano di oggi

Il nuovo disco di FAB si intitola “Maps for moon lovers”. In rete il video ufficiale.

Eccoci a due passi da quel rock inglese che ha scritto buona parte della storia main stream della discografia mondiale. Ed è di quello stile che si è sempre nutrita l’ispirazione del cantautore rock calabrese FAB – al secolo Fabrizio Squillace. Un rock mai esuberante di chitarre elettriche e di elettronica evanescente e lisergica, ingredienti costanti e mai sfacciati nelle estetiche solistiche, come d’altronde non ci aspetteremo mai di sentirle in un buon disco degli U2 – tanto per citarne alcuni. In questo lavoro dal titolo “Maps for moon lovers”, il nostro decanta la condizione umana di amore e fedeltà a se stessi, la consapevolezza e la rabbia. Sono 8 inediti che suona assai bene anche grazie al mastering proveniente, manco a dirlo, dai leggendari Abbey Road Studios di Londra. E poi l’elettronica, dicevamo, che ha quel concorso di colpa negli arrangiamenti che producono visioni, attese e sospensioni. A breve un nuovo video in arrivo. Per ora il singolo “How high the moon” con il suo video dimostra coerenza, maturità e disequilibrio: esattamente il non-equilibrio (forse) comporta inquietudine e quel certo modo di sentirsi la rivoluzione dentro, anticamera di una scrittura se si è artisti di canzoni come queste che nel rock cercano il romanticismo del pop internazionale.

FABCOVER

Un nuovo disco per Fabrizio Squillace. Quanto amore c’è tra queste canzoni? E che tipo di amore?
Si tratta di un amore insolito, lontano dai canoni usuali, un amore che si veste di mille sfaccettature, interpretato dai diversi personaggi che animano le canzoni del disco. C’è l’amore di una figlia per il proprio padre, un tema a me caro che ho già affrontato in “Bless”, l’amore scuro e rabbioso, che genera conflitti e alimenta rancore, l’amore smodato e attualissimo per il consenso “social”, e ancora quello che celebra le ferite “emozionali” del nostro vissuto. A guardarlo dall’alto si tratta di una sorta di amore universalmente concepito, lungi dal concetto di “particolare”. L’occhio che scruta tenta di abbozzare un’idea generale che si riconnetta al chiarore della luna e al calore “emozionale” da questa generato.

Rispetto al tuo esordio, sbaglio o ci trovo una misura più consapevole della rabbia?
E’ un approccio in definitiva più distaccato, legato ad un’ottica letteraria che prova a mettere in scena otto diverse storie con otto protagonisti differenti. Gli episodi in cui la rabbia pare esplodere sono “How high the moon” e “Minuteman”, brani dall’atmosfera tesa e agitata, ma i testi dicono altro, puntano dritti al contenimento della rabbia e quindi al suo superamento. C’è una sofferta autoanalisi, un laceramento interiore che si fa elaborazione consapevole, condita di sarcasmo, e l’ira diviene inutile, quasi anacronistica. Si tratta di brani profondamente diversi rispetto a “Bless”, un lavoro che risultava decisamente più soggettivo e istintivo.

Come a dire che nelle tue canzoni hai saputo dimostrarti più per quello che sei…
Non sono pienamente convinto di questo. Come ti dicevo prima, a differenza del primo disco, “Maps for moon lovers” è decisamente meno istintivo e autobiografico, nasce dall’osservazione della realtà attuale e dal tentativo di raccontare storie figlie di questi tempi. E’ innegabile che in molte delle storie alla base dei nuovi brani ci sia qualcosa di me, una parte del mio pensiero e del mio modo di intendere le cose, ma direi che è un atteggiamento marginale rispetto a quello adottato per dare un senso compiuto al disco. E cioè quello di sedersi su una panchina, non troppo distante, e osservare cosa accade in mezzo alla piazza. E poi provare a raccontarlo. Direi che questo disco è nato così’.

E sono canzoni che devono molto alla tua storia personale?
Come dicevo poc’anzi ben poco. Forse l’unico brano in cui qualcosa del mio passato si svela e’ “Shoreditch girl”, canzone a cui sono molto legato e che adoro cantare dal vivo. E’ il racconto bislacco di questa donna dall’aria trasandata ed allo stesso tempo elegante, che rincorre il futuro celebrando il passato, che si muove lungo la strada attirando lo sguardo di tutti i passanti. Ho provato ad utilizzare la metafora di una ragazza proprio per descrivere Londra, città simbolo del nuovo mondo e crocevia di idee, persone e religioni. Luogo che mi ha sedotto e ispirato, suggerendomi decine di storie legate alle musica. Shoreditch in questo senso è l’icona della Londra del nuovo millennio, capace di rinascere come una fenice dalle sue stesse ceneri e reinventarsi giorno dopo giorno tra club ricolmi di ragazzi e mille luci colorate.

– E cerchiamo l’indiscrezione… a breve un nuovo video?
Si tratta di un lavoro visivo differente rispetto ai primi due già pubblicati, nato da un’ottica più giocosa e disincantata, che non rinuncia però a scavare nel profondo delle dinamiche odierne. In questo senso direi che completa una sorta di trilogia, partita con “How high the moon” e proseguita con “The same floor”. L’unica cosa che posso dire è che mi sono divertito moltissimo a girarlo e interpretarlo, e’ stato un po’ come tornare ad essere bambini per un giorno.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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