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Marco Cantini: il romanzo della Morante nelle sue canzoni

Si intitola “La febbre incendiaria” il nuovo disco di Marco Cantini. Un focus in canzone sul romanzo della Morant.

Eccolo il bellissimo disco del cantautore toscano Marco Cantini che torna in scena con una seconda prova ancora più ambiziosa e, forse, riuscita ancora meglio della precedenza. Si intitola “La febbre incendiaria” pubblicata dalla RadiciRecords di Aldo Coppola Neri, sempre attenta ai contenuti e, serve dirlo, all’estetica dei suoi prodotti. Questo disco è bellissimo anche come oggetto, con un booklet di opere pittoriche prodotte dal padre del nostro, Massimo Cantini. E del disco va detto che siamo di fronte alla più spietata canzone d’autore. Spietata in senso ironico laddove la canzone stessa è al servizio del solo contenuto. Parole cesellate a dovere come fosse un antico mestiere artigiano, strofe in forme canzoni che non si piegano al dovere di fare “cassetta”, ne all’obbligo di chissà quali regole istituzionali. Marco Cantini ha sempre intrapreso un cammino, se mi si concede la parola, “anarchico” nei confronti delle mode. La sua canzone, semplice e pulita, di un pop leggero e raffinato prodotto artisticamente da Francesco Moneti (Modena City Ramblers) e Claudio Giovagnoli (Funk Off), in una magistrale ripresa live in studio condotta da Gianfilippo Boni, è canzone da ascoltare e da assimilare, difficile spesso nel linguaggio: Cantini analizza il famoso romanzo di Elsa Morante “La Storia”, non lo giudica ne lo commenta ma solo lo racconta, canzone dopo canzone, personaggio dopo personaggio. Di questo lavoro se ne potrebbe parlare a lungo. In rete peschiamo “Un figlio”, il singolo immortalato dal video ufficiale a cura di Lorenzo Ci e Giacomo De Bastiani. Un ascolto importante.

Un nuovo disco. Un concept per raccontarci il romanzo “La Storia” di ELSA MORANTE. Dalle tue canzoni che romanzo viene fuori? La tua lirica vuole dare un’interpretazione del romanzo o ne fai solamente cronaca?
“La febbre incendiaria” restituisce sotto forma di canzoni alcuni episodi fondamentali, e certi personaggi, che ho ritenuto opportuno focalizzare per divulgare del romanzo la mia personale interpretazione: quest’ultima non si discosta dalla decodificazione universalmente riconosciuta della critica letteraria contemporanea.
L’aspetto cronachistico, laddove sussiste anche nelle mie canzoni (e penso ad esempio alla parte finale de “L’anarchia”), mi è servito per dare un necessario inquadramento storico ai fatti narrati, e ad accennare alla stessa concezione degli annali presente ne “La Storia”, che riassumono tra un capitolo e l’altro gli avvenimenti storici oggettivi.

Perché questa scelta di non seguire l’estetica della forma canzone pop diciamola “normale”? Insomma, da parte tua c’è poca attenzione verso questo tipo di forma… molto verso altre direzioni, come mai?
Se ho ben compreso la domanda, non sono del tutto d’accordo. Oggettivamente, al contrario di quanto possa sembrare, credo che le mie canzoni abbiano costantemente – salvo rarissimi casi – una struttura standardizzata. In questo (non lo ritengo né un pregio né un difetto, la mia è una semplice constatazione), allineata a quella che viene spesso definita canzone pop (se proprio vogliamo ingabbiare le canzoni in categorie). Nei miei brani, a ben vedere, ci sono sempre delle strofe che spesso precedono dei “bridge”, che infine aprono ai ritornelli. Anche ne “La febbre incendiaria” ciò è palesemente riscontrabile. Ciò nonostante, è ovvio che ci siano certamente dei contenuti e delle forme non propriamente sanremesi (passatemi il neologismo), dei ritornelli non classicamente orecchiabili, ma come ho sempre detto questo deriva dal mio modo di intendere la musica: innegabilmente condizionata dai miei incorruttibili riferimenti della canzone d’autore italiana, e non solo.

Se ti dicessi Claudio Lolli? In generale che grandi ispirazioni hanno contaminato e contribuito a costruire la tua espressione musicale?
Ascolto e seguo Claudio Lolli dai primi anni novanta, l’ho sempre considerato tra i più grandi in assoluto. Tutti i suoi dischi degli anni settanta raggiungono i livelli dei migliori De Andrè, Guccini o De Gregori: una poetica sconfinata che apparteneva ad un uomo di enorme spessore umano e intellettuale. Sciascia diceva che la canzone, per essere utile, deve essere scritta da una persona di grande cultura ma che sappia esprimersi in modo popolare: posso affermare che Lolli e i sopracitati sono tra i pochissimi che conosco che hanno soddisfatto questi requisiti, traducendoli in capolavori oggi inimmaginabili.

Nel futuro? Stai già pensando ad un nuovo progetto?
Sto già scrivendo nuove cose, ma per adesso penso a portare dal vivo questo disco, e a legarlo ad un progetto di teatro canzone che conto di svelare a breve.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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