polakke

Le “polonaises” di Fryderyk Chopin: fra sentimentalismo giovanile e patriottismo

di Francesca Papagni

La polaccapolonaise era una danza in tempo ternario le cui origini, in Polonia, risalivano al Cinquecento, ma che si era diffusa nella musica colta nel corso del Settecento e, agli inizi del XIX secolo, aveva già dato origine a due generi, uno più intimista sentimentale, che ebbe in Michael Kleofas Oginski, principe e diplomatico, il maggior rapppresentante; l’altro, più brillante, ispirato al pianismo concertistico di Weber, Hummel, Schubert. Chopin scrisse numerose polacche, sin dagli anni giovanili: il genere lo accompagnò per tutta la vita; l’ultima, la Polacca-Fantasia op. 61 fu composta tra il 1845 e il 1846. Le polacche giovanili risultano più vicine al modello di Oginski, mentre quelle pubblicate si possono ascrivere al genere brillante, anche se Chopin non esegue pedissequamente alcun modello, ma mette in queste opere tutta la sua originalità, sempre più personale con il passare del tempo, fino a raggiungere la complessità anche strutturale dell’op. 61, dando al genere un carattere quasi epico.

https://www.youtube.com/watch?v=ISzqefuXiJ4

Queste polacche, come scrisse Franz Liszt, «non richiamano affatto quelle leziose e imbellettate […] come ce le hanno volgarizzate le orchestre nei balli e i virtuosi nei concerti, come le ha sfruttate il repertorio della musica manierata e stucchevole dei salotti. I ritmi energici delle polacche chopiniane fanno trasalire e galvanizzano i torpori della nostra indifferenza. I più nobili sentimenti tradizionali della vecchia Polonia vi sono raccolti; e un sentimento di ferma determinazione ci colpisce subito, unito alla gravità che, come si dice, era l’appannaggio dei suoi grandi uomini di un tempo.»
Le polacche che Chopin pubblicò sono state tutte composte dopo il trasferimento a Parigi nel 1831, e sono spesso chiamate “polacche politiche“, a voler indicare un intento patriottico nel musicista lontano dalla patria, sotto il controllo del potere della Russia zarista. In realtà Chopin, a parte un breve diario tenuto nel 1830 mentre si trovava a Stoccarda, durante l’insurrezione polacca contro il regime zarista, in attesa di un passaporto per la Francia, non espresse mai esplicite convinzioni politiche e, l’amore che professò per la terra natale sembra più che altro nostalgia di quel piccolo pezzo di Polonia che erano la casa di famiglia e i suoi familiari.

https://www.youtube.com/watch?v=pXuY-ux9fq8

Ha scritto il critico e musicologo Marco Beghelli: «Occorre sfatare il luogo comune che lo vuole cantore delle miserie polacche, di un popolo travolto dalla violenza della guerra e privato della sua libertà: leggendo attentamente l’epistolario chopiniano emerge invece l’immagine di una nazione ideale, irreale, che impregna di sé, per quanto possibile, anche la produzione musicale. Due sono le Polonie di Chopin: una è quella storica, mitica e poetica, la gloriosa Polonia del passato sulla cui grandezza vive ancora la speranza del presente, la nazione ideale cui s’ispirano le grandi opere epiche, dalle ballate alle ultime polacche, nelle quali Chopin vorrebbe ricreare un mondo ormai di favola, così diverso dalla realtà; l’altra, la Polonia del presente, è altrettanto stravolta da una visione circoscritta alla sua famiglia, ai suoi amici, tutt’al più alla sua città. Questa è la patria di Chopin: le lettere dei familiari, la prediletta immagine con uno scorcio della sua città, l’eco delle musiche udite durante le vacanze estive che ritorneranno con insistenza nella sessantina di mazurke composte fin sul letto di morte. Il resto, la Polonia reale che prima soffrì sulle barricate bombardate dai russi, poi ne sopportò la dominazione, ricopre un ruolo marginale nel suo animo, che non fu mai quello del patriota attivista […]».

https://www.youtube.com/watch?v=F_e9WGmZf7k

Tutto ciò non toglie ovviamente alcun valore alle polacche chopiniane, che sono fra le cose più belle che abbia composto e scritto. Quella in la maggiore, op. 40 n. 1, composta alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento, che qualcuno vuole ispirata alla vittoria dei polacchi di Re Giovanni sui turchi, alle porte di Vienna nel 1683, è quella in cui il ritmo della polonaise si può sentire meglio (in particolare nella parte centrale) ed è di una bellezza esemplare, compatta e capace di catturare al primo ascolto, senza introduzione e senza coda, tanto più epica e potente proprio per la sua essenzialità. La successiva, l’op. 40 n. 2, come le due dell’op. 26 e quella dell‘op. 44, sono polacche in tonalità minore: in tutte il ritmo della danza tende a nascondersi e sfumarsi, mentre prevale un senso di maggiore mestizia, senza però mai scadere nel languido o nel manierato.  L’op. 53, l’ultima polacca in senso stretto composta da Chopin, si riallaccia in qualche modo all’op. 40 n. 1 per il suo carattere epico, ma con una maggiore complessità strutturale e una maggore ricchezza armonica, con numerosi cambiamenti di tonalità che non lasciano mai vacillare l’attenzione. La parte centrale, il “trio”, con una figura ripetuta ostinatamente al basso, che ha per noi un sapore molto moderno, è uno dei punti in cui il virtuoso della tastiera strappa più facilmente l’entusiasmo degli ascoltatori, abbinato al crescendo che accumula costantemente sonorità, e ai cambiamenti di tonalità. È giustamente uno dei brani più famosi di tutta la produzione di Chopin.

https://www.youtube.com/watch?v=8QT7ITv9Ecs

L’op. 61, che solo nella parte iniziale, dopo un’introduzione lenta, ripropone un po’ il ritmo della polacca, è una delle ultime composizioni di Chopin, che si rendeva ben conto della sua originalità e rimase a lungo incerto sul titolo da darle. Finìper ripiegare sulla “fantasia“, senza rinunciare alla “polacca“, per denunciare ancora le sue radici ma sapendo bene che la struttura, decisamente inusuale per l’epoca, avrebbe potuto suscitare perplessità. I contemporanei in effetti rimasero più che perplessi e attribuirono la sua scrittura allo squilibrio mentale prodotto dalla malattia e alle difficoltà della sua relazione sentimentale con George Sand (pseudonimo della scrittrice Aurore Dupine Dudevant), durata dal 1839 al 1847. Quello che agli ascoltatori e ai critici della metà dell’Ottocento poteva sembrare squilibrio, a noi appare invece come grande lucidità inventiva e originalissima capacità di organizzazione interna di una materia che appare ricchissima di spunti variamente disposti, richiamantisi anche a notevole distanza.

https://www.youtube.com/watch?v=ehm_kDU563Q

Riferimenti bibliografici: Virginio Sala

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Francesca Papagni

Sono Francesca Papagni, studentessa di Lettere, e scrivo di arte, musica, letteratura, teatro, non a caso le mie più grandi passioni. Sono alla continua ricerca di una personale «folle condizione ideale» per evadere da quell'immobilismo ristretto che pervade talvolta la realtà. La mia vita è un filosofico mix tra un film alleniano e un quadro escheriano: frenetica, sottosopra e in bianco e nero. Sensibile e riflessiva, a volte prolissa ed enigmatica, ironica e sarcastica al punto giusto, sogno di poter lavorare un giorno nell'immenso mondo dell'"Ars Litterae", adattandomi a qualsiasi sfaccettatura professionale ad essa correlata, per condividere con gli altri quel senso di «curiositas» che muove il mondo.

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