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Charles Dickens: introduzione alla critica utilitarista di fine Ottocento

di Francesca Papagni

L’articolo che oggi vi presento sarà il primo di una serie di riflessioni da me elaborate su quel periodo storico meglio noto col nome di Vittorianesimo. Gli articoli a seguire abbracceranno tematiche e autori interconnessi tra loro, con lo scopo di rendere più chiara e interessante una primavera oscura del pensiero umano, nata con i raggi dell’aurora utilitarista, e tramontata con la moderna ideologia positivista e marxista.

Charles Dickens (Porthsmouth, 1812 – Gad’s Hill, Kent, 1870) è stato uno scrittore, giornalista e reporter di viaggio britannico. Famoso per le sue prove umoristiche (“Il circolo Pickwick”) e per i suoi romanzi sociali (“David Copperfield”, “Tempi difficili”), è considerato uno dei romanzieri più popolari di tutti i tempi.
Nato in una famiglia piccolo borghese oppressa dai debiti (per tal motivo il padre finì in carcere), fu costretto a interrompere gli studi e a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe, ancora adolescente: questa precoce esperienza di umiliazione e abbandono rivivrà in molti dei suoi romanzi. Fu dapprima commesso e impiegato, poi cronista e collaboratore di romanzi umoristici, finché si ritrovò a vestire i panni dello scrittore di successo con “Il Circolo Pickwick” (1836) e “David Copperfield” (1849), pubblicati a cadenza mensile, legati entrambi allo scenario del primo industrialismo e ai suoi problemi sociali, ai gusti melodrammatici e ai pregiudizi moralistici della borghesia urbana, e caratterizzati da un vivo senso dello humor e da una pungente mistura di tragico e comico, grottesco e quotidiano. Le sue opere successive acquisteranno poi un tono più pessimistico e incisivo, – si pensi a “Casa desolata” (1852) e “Hard Times” (1854) – uno spessore psicologico più profondo, fino al cupo espressionismo de “Il nostro comune amico” (1864), il suo romanzo più complesso e disperato. A dispetto della straordinaria popolarità dei suoi romanzi, la fortuna critica di Dickens è stata piuttosto discontinua; riconosciuto ora come il massimo narratore inglese, egli crea una nuova forma letteraria, il romanzo sociale (industrial novel), nel quale si fondono due grandi filoni della narrativa inglese: quello picaresco e avventuroso e quello sentimentale.
Oppresso da eventi burrascosi, nel 1848 riesce comunque a mandare in porto il progetto del giornale periodico “Household Words”, con l’intento di mescolare la narrativa e la polemica contro i mali del suo tempo. Nel 1859 fonda il periodico “All the Year Round”, il quale ottiene uno strepitoso successo grazie a un nobile dell’epoca. Nel giugno del 1865 rimane coinvolto nell’incidente ferroviario di Staplehurst, evento che non riuscirà mai a cancellare dalla sua mente. Morirà nel 1870, a seguito di una lunga serie di affanni. Nel corso degli anni ha diviso in due la critica per la sua tendenza di ingigantire il già complesso problema della filosofia dell’utile, massimamente in voga ai suoi tempi, ma oggi è giustamente collocato nell’olimpo degli scrittori vittoriani.

Una delle sue opere in cui emerge a pieno il motivo dell’utilitarismo e della eradicazione dei valori morali e delle emozioni è la dedica al filosofo scozzese Thomas Carlyle “Tempi difficili (Hard Times)”, del 1854. “Hard Times, for these times”, come precisa il sottotitolo, vuole essere dunque un’anatomia di quel presente storico; l’aggettivazione «hard» introduce una indicazione critica nella fase centrale del Vittorianesimo, e rimanda sia alla pochezza dei fatti che costituiscono la base gnoseologica del positivismo, del pragmatismo e dell’utilitarismo inglese, sia alla durezza e inumanità delle condizioni di vita e di lavoro di chi subisce quel sistema economico: la classe operaia. Tuttavia Dickens stesso si rifiutò di riconoscere nel tema operaio la chiave unica della narrazione: non vi è una linea narrativa che abbia assoluta priorità rispetto alle altre, non vi è un eroe o un eroina su cui trasferire l’urgenza del suo messaggio e della sua visione. È lo Stato che nel suo processo di burocratizzazione diviene bersaglio della critica dickensiana, e se la vicenda operaia occupa la parte centrale della narrazione, la nota dominante, che ci presenta lo stato come “sovrastruttura” è quella che risuona per prima nei due capitoli iniziali, in cui la nozione di vita sociale coincide con i “fatti”, conoscenza vuol dire scienza, misurabilità del reale, e di fronte a questo ogni soggettività umana (sentimento, immaginazione, amore verso il prossimo) diventa irrilevante.

Leggilo anche su Parole d’Assenzio.

Francesca Papagni

Sono Francesca Papagni, studentessa di Lettere, e scrivo di arte, musica, letteratura, teatro, non a caso le mie più grandi passioni. Sono alla continua ricerca di una personale «folle condizione ideale» per evadere da quell'immobilismo ristretto che pervade talvolta la realtà. La mia vita è un filosofico mix tra un film alleniano e un quadro escheriano: frenetica, sottosopra e in bianco e nero. Sensibile e riflessiva, a volte prolissa ed enigmatica, ironica e sarcastica al punto giusto, sogno di poter lavorare un giorno nell'immenso mondo dell'"Ars Litterae", adattandomi a qualsiasi sfaccettatura professionale ad essa correlata, per condividere con gli altri quel senso di «curiositas» che muove il mondo.

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