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“6Bianca” tra pubblici fedeli e appuntamenti al buio: guida all’approccio della serialità teatrale

di Elena Sparacino

Ho voluto fare un esperimento. Era gennaio quando vidi la locandina promozionale dell’opera drammaturgica seriale affissa in un angolo di Piazza Vittorio, e non poté non catturare la mia attenzione. Da telefilm addicted quale sono, trovo inconcepibile slegare un singolo episodio dal frame contestuale della sua storia, dalla sua continuità; ma questo era teatro! Ho avuto modo di trovarmi a Torino solo in occasione dell’ultimo episodio: non ci ho pensato due volte.

Non ambisco a poter parlare di 6Bianca, la sperimentale opera reduce di una writers’ room tra allievi e della scuola di scrittura Holden, gioiello e fucina di penne nel cuore del capoluogo piemontese. Il progetto, che avevamo introdotto ancora a febbraio, nasce espressamente per il teatro, storia unica divisa in sei capitoli pensata dall’americano Stephen Amidon, autore e sceneggiatore de Il Capitale Umano di Virzì. Come accade per le serie tv, anche 6Bianca è frutto di un lavoro collettivo, reinterpretato poi in itinere dal genio scenico della regista milanese Serena Sinigaglia, alla quale il copione definitivo pare sia stato consegnato all’ultimo, sfornato fresco dal gruppo di lavoro drammaturgico che Amidon presiede alla Holden. Ho dunque voluto leggere le soluzioni della settimana enigmistica pur non avendo avuto modo di tentare i cruciverba.

11350122_983972458289359_1414337280_nIl mio, nella fattispecie, è un appuntamento al buio. Quando mi presento in via Rossini 8, nella sontuosa e antica anticamera del teatro Gobetti, attendendo di fare la conoscenza di Bianca Ferraris, non sono sicura di chi mi troverò di fronte. Le nozioni in mio possesso sono poche e ferruginose, schematiche: il suicidio di una rampolla dell’alta società industriale torinese, un’atmosfera cupa e una scenografia che la rispecchia, un cabaret di personaggi poco limpidi che fanno del segreto e dell’incoerenza un’attitudine ormai interiorizzata. A metà della scalinata che dirige in sala, sovrasta un inquietante messaggio: “Solo i morti sono onesti”. Mi domando come dovrei prenderla, magari come un consiglio? O forse una promessa?

Seduti in sala, continuano i saluti tra gli astanti. Disturbati, di quando in quando, da un uomo occhialuto sul palcoscenico, un assistente perfettino che sulla scena insiste “1, 2, 3, prova”. Ci siamo: noi, il pubblico del teatro, ci stiamo trasformando nel pubblico della conferenza stampa. Quella in cui ci si aspetta che l’industriale Amedeo Ferraris faccia il punto sulla Fondazione alle Chiuse di cui da sei episodi procrastina il lancio, e sul suicidio della candida figlia Bianca. La quarta parete si infrange, lo spettacolo comincia.

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10847985_1482712555338224_1324004609598165587_nLa protagonista, inconfondibile, inizia a ripercorrere – a fatica – il suo ultimo giorno di vita; attorno a lei, un teatrino di personaggi che paiono mossi da fili, burattini al servizio di quest’ultima, fondamentale narrazione. In ognuno di loro scalpita un sotto testo represso, e mi rendo conto di quanto sia un peccato non averli potuti approfondire uno a uno negli appuntamenti precedenti. Al cast una nota di merito, con particolare menzione a Carolina Cametti nei panni di Luna, rispecchiando il topos della “migliore amica” spalla che spicca però per versatilità recitativa, e all’Amedeo pungente, profondo e controverso di Pierluigi Corallo, il fu Ulisse di Ronconi già rodato tanto a teatro quanto sul piccolo e grande schermo tra cinema e fiction televisive. Quanto alle grottesche scenografie cupe dei precedenti episodi, sono sparite: il palcoscenico è spoglio, le pareti bianche, a terra un bosco di microfoni: l’ambientazione industriale del torinese (molto rammenta la società brianzola del Capitale Umano) perde la sua connotazione fisica, per dissolversi nel suo etereo significante, una matassa che si snoda rapida, parola dopo parola, ripercorrendo ariosa la storia fino alla sua conclusione. Un finale cattivo, e altro non ci si poteva aspettare. 6Bianca è un dramma incentrato sul potere corruttivo del denaro, in grado di distorcere sentimenti, moralità e rapporti umani. Nessun protagonista si salva, vittima della materia o di se stesso, in un continuo dissidio interiore che tenta di avvicinarsi o allontanarsi dal patrimonio, comunque sia con un approccio di natura così ossessiva da spingere verso il baratro anche gli sta intorno. Un equilibrio emotivo precario, tra “amore profondo e odio tenace”, che in una scena così essenziale tanto mi rammenta l’esercizio della “zattera”, tipico degli addestramenti da palcoscenico: quando, a tutti gli attori, è richiesto di disperdersi sullo spazio a disposizione, di ricoprirlo, ognuno alla propria andatura o tutti alla stessa, stando attenti però all’equilibrio scenico in modo da non farlo affondare come farebbe il peso mal distribuito su una zattera in mezzo al mare.

Premetto che l’inquisizione è l’ultima delle mie vocazioni; ma ho trovato molto istintivo il ritrovarsi ad apprezzare la messa in scena, se non altro da un piano prima di tutto concettuale. Ricorda inevitabilmente il suo alter ego cinematografico, quello plasmato da un demiurgo ben più esperto, e l’impatto probabilmente per questo non può colpire allo stesso modo, né i colpi di scena lasciare di stucco: è un cinismo a cui siamo stati abituati, si tratta di scene già riprodotte dalle sceneggiature cartacee. Ma è piuttosto la nuova modalità di lavoro, a colpire: “Un’operazione che ‘svecchia’ il teatro, lo alleggerisce e rinnova”, così la ha definita Alessandro Baricco, che tra parentesi è il direttore della scuola di storytelling & performing arts. Ciò che è nato come esercizio di stile per studenti potrebbe anzi essere lo specchio di una nuova forma di drammaturgia contemporanea, che tiene conto per la prima volta di quell’inversione di tendenza popolare che lega oggi gli spettatori più all’affezione e alla fedeltà a storie e personaggi che non all’effimero di una singola pièce isolata. Si tratta senza dubbio di un modello che pone dinanzi «nuove sfide e nuove opportunità», in primis quella di «plasmare gli episodi finali sulla base delle reazioni del pubblico e delle dinamiche interne al cast».

11311719_983972584956013_2019106108_nPiù di tutto, infatti, la cartina tornasole del successo di 6Bianca risiede nel suo pubblico: un coro affiatato, gentile, rispettoso e – Udite! Udite! – affezionato. Ciò che contraddistingue il pubblico italiano infatti, così viziato (nel male ma anche nel bene, s’intenda) dal melodramma, è un sacrale rispetto che a contrastante contatto con le grammatiche narrative dei giorni nostri scivola spesso inavvertitamente in apatia. Il teatro, in passato tempio di popolo, non è più considerato una cosa “per tutti”, quanto piuttosto una cosa per intellettuali, per sapienti, la versione colta della televisione (che poi qualcuno abbia deciso che la televisione debba essere cosa da stupidi è un altro tratto tutto arbitrario). Ed è qui che l’empirica esplorazione di un nuovo genere narrativo ha fatto la magia: la serialità in teatro, così come in quella televisiva, tende a creare una sorta di emozionale collettivo che unisce, coinvolge, appassiona. L’esperienza non si chiude con i titoli di coda e gli applausi, ma permette di legarsi a qualcosa che abbia un seguito, che si può esplorare e – ancora di più – condividere parlandone con altri. Una formula che, in un tempo che corre sempre più veloce, ancora permette al singolo di maturare un interesse con respiri profondi, rinunciando al mordi e fuggi di un’opportunità presa in corsa. Già un’ora prima dello spettacolo il pubblico si ritrova, si riconosce, socializza: si torna alle origini del significato del teatro. La catarsi sulla scena è in corso, perché già si conosce il pathos dei propri beniamini, e si vive un’eterna tensione a scoprirne il destino; e alla fine, gli applausi vengono dal cuore. Cosicché, quando nella pomeridiana di un piccolo teatro raccolto vedi un pubblico che per un’ora di performance rilascia lacrime, sorrisi e standing ovation, capisci che forse si è trovata una via per risvegliare le poltrone dal loro torpore.

Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

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